Attualità della religione

 

 

Riflessioni su “Fine della religione?” di Marcel Gauchet (Micromega, vol. 2, pp 147-172, 2000)

Marcel Gauchet propone la distinzione fondamentale tra una spiritualità ancestrale, totalizzante e statica, ed una religiosità moderna, parziale e dinamica.

La spiritualità primordiale può essere ancora oggi esplorata nella cultura dei “popoli senza scrittura” che, in questo senso, rappresentano le propaggini estreme di un mondo ancestrale perpetuatosi pressoché immutato per decine di millenni e nel quale l’elemento sacro ha rappresentato la struttura del sociale ed il fondamento dell’individuo. Il sacro è percepito come tale in quanto rappresenta l’origine primordiale e comune degli uomini. 02 Micromega001Esso si configura secondo due aspetti fondamentali, impianto mitologico e sistema rituale, a definire i quali convergono, con una uniformità straordinariamente monotona, pratiche di tipo divinatorio, magico, sciamanico e religioso. Sempre comunque, nella comunità primordiale, il sacro costituisce la fonte normativa che non solo organizza ma struttura intimamente la società in quanto esprime il senso stesso dell’esistenza umana. Da questo punto di vista il sacro è così penetrante da assumere una forte valenza immanente. L’accettazione incondizionata del sacro comporta il rifiuto da parte dell’uomo di utilizzare la propria potenzialità trasformatrice. L’identificazione di un passato primigenio diventa infatti il riconoscimento della sua immutabilità ed i rituali servono solo a riproporre l’elemento primordiale.

Collocare l’elemento normativo al di fuori del livello umano, nell’ambito di una sfera più elevata, significa attribuire al sacro la funzione di condizione imprescindibile del vivere sociale oltrechè dell’esistenza umana. La dimensione individuale e quella collettiva coincidono: il sacro esprime (non determina) il senso della vita e per ciò stesso organizza la collettività. In una comunità strutturata secondo il principio dell’eteronomia assoluta, tutti gli uomini sono uguali e possono condividere i principi che discendono da un’origine comune. Ma anche il destino degli uomini è comune. Persino il professionista del sacro condivide pienamente il destino degli altri. La violazione delle norme, da chiunque sia portata, ha conseguenze nefaste per l’intera comunità.

L’alienazione assoluta del fondamento istituente è stato il carattere essenziale delle società ancestrali  che si è perpetuato per decine di millenni sino alla comparsa dello Stato teocratico (si pensi all’antico Egitto) che inizia a separare la dimensione del sacro dall’ambito politico-sociale introducendo così gli elementi essenziali dello sviluppo storico. 02 Micromega002L’organizzazione di un potere richiede necessariamente che si introducano distinzioni all’interno della comunità  e che si separino i destini degli uomini. Lo Stato trae legittimazione dall’essere l’unica l’interfaccia tra il mondo della divinità e la società degli uomini. Questo aspetto rappresenta la vera cesura rispetto alla religiosità arcaica. Se il sacro viene trasferito dal livello immanente a quello trascendente, il ruolo istituente subisce il percorso inverso essendo ora almeno in parte restituito agli uomini. Infatti lo specialista del sacro non è più solo un mediatore ma rappresenta l’incarnazione stessa della divinità diventando egli stesso fonte della norma istituente. Nella società divisa si stabilisce una relazione implicitamente conflittuale tra un personale che emana le norme ed una comunità che deve accoglierle. Da tale relazione,  necessariamente dialettica perché rompe l’unità della comunità, trae origine il movimento della storia.

La religiosità arcaica costituiva un insieme di principi assoluti, immutabili ed incontestabili proprio in quanto di origine divina, assumendo così un carattere pervasivo e totalizzante che stabiliva l’ordine del mondo una volta per tutte. La localizzazione esterna della norma sollevava l’uomo dalla sue responsabilità e bloccava lo sviluppo storico. La nascita dello Stato separa i destini degli uomini, divide la sfera individuale da quella sociale e condiziona il passaggio dalla stasi ancestrale alla storia, dall’immutabilità allo sviluppo.

Secondo Gauchet il Cristianesimo si colloca pienamente nell’ambito della religiosità moderna della quale anzi costituisce la versione più “movimentista” e addirittura rivoluzionaria con l’introduzione di un ulteriore elemento di forte dinamismo: la libertà di scelta. Certamente il Cristianesimo presenta diversi aspetti di quella che Gauchet considera la religiosità moderna: la separazione dei destini, l’incarnazione del divino (la Chiesa come corpo di Cristo), lo sviluppo storico (cosmologico) come risultato del rapporto dialettico e per nulla affatto scontato con il divino, la forte valenza “politica”. Tuttavia nel Cristianesimo sono anche rintracciabili elementi che sembrano recuperare la spiritualità ancestrale. In questo senso il superamento della trascendenza e l’introduzione del trascendentale può essere letto come un riavvicinamento all’immanenza primordiale di cui l’incarnazione in Cristo rappresenta la manifestazione più clamorosa. Un altro aspetto ancestrale del Cristianesimo è la sua ambizione pervasiva che talora sembra diluire nell’approccio più ecumenico mentre in altri frangenti si radicalizza ed emerge più chiaramente. In questo senso può essere interpretata la relazione individuata da Weber tra l’”etica protestante” e lo “spirito del capitalismo”, relazione comprensibile solo in un contesto di religiosità totalizzante. Ma lo spirito pervasivo del Cristianesimo rende conto anche, almeno in parte, dei sommovimenti politici che hanno sconvolto l’Europa orientale ed i Balcani negli anni ‘90.

L’idea di una religiosità “organica” alla persona e alla comunità presenta problemi di coerenza interna che scaturiscono dal dualismo con il carattere volontario della scelta religiosa. Che la fede sia una decisione presa consapevolmente dall’individuo è unanimemente ammesso. Persino nell’ambito del Cristianesimo, la fede, che pure è espressione della grazia, può essere rifiutata. Ma il carattere volontario della scelta religiosa sembra contraddire la sua natura strutturale. In altri termini o la religiosità è connaturata all’uomo, al pari dell’istinto di sopravvivenza o dello stimolo della fame, e allora è difficilmente compatibile con la decisione oppure la religiosità è una scelta e come tale potenzialmente reversibile e dunque affatto strutturale.

Riconoscere la natura strutturale della religione svilisce il ruolo della scelta e conduce obbligatoriamente all’accettazione della Storia come Rivelazione. Sottolineare il ruolo della scelta significa stemperare il carattere organico della religiosità e restituire la Storia alla responsabilità umana. Allora anche la “scelta” di alienare il fondamento istituente, nucleo essenziale della spiritualità e della religiosità, riconosce ragioni terrene e riassumibili nella necessità di individuare un sistema di regole coerente ed incontestabile e perciò inevitabilmente altero. Infine, se la religiosità è una scelta, motivata da ragioni precise, è di per se stessa precaria perché reversibile. Sotto questo profilo la religiosità  può essere considerata un fenomeno storico e, come tale, non solo è soggetta a mutazioni interne ma è comunque caratterizzata da un principio e destinata ad una fine.

 

 

Carlo De Luca, Tivoli, 28/12/2007