Jihadismo globale – Il ritorno di al-Qaeda

 

 

I conflitti che sconvolgono il Medio Oriente ed il Nord Africa riconoscono cause diverse: il grave ritardo economico; la profonda disuguaglianza sociale; la mancata secolarizzazione delle società islamiche; gli appetiti suscitati dalle ingenti risorse energetiche della regione; il nazionalismo arabo ereditato dal passato; lo stato di minorità politica patito da quei Paesi sulla scena internazionale; una ripartizione artificiale dei territori, compiuta dalle potenze coloniali all’inizio del XX secolo senza tener conto delle condizioni locali. In questo contesto, ferma restando la fede sincera di milioni di credenti ed anzi proprio in virtù di questa, il fattore religioso diventa uno strumento potente da utilizzare allo scopo di attrarre consensi dalle grandi masse di diseredati. I movimenti politici di ispirazione religiosa risultati più efficienti (i Fratelli musulmani in Egitto, Hezbollah in Libano, Hamas in Palestina) hanno aggiunto la capacità di radicarsi nei territori attraverso la costituzione di una rete assistenziale ben strutturata (centri sanitari e scuole coraniche) e finanziata dagli Stati di riferimento religioso (in particolare l’Arabia Saudita per i sunniti e l’Iran per gli sciiti).

 

Lo strumento jihadista

Figura 1

Nella grande partita che si sta giocando in questi territori, alcune tra le potenze locali e sovraregionali non disdegnano i servizi resi dai gruppi jihadisti, per lo più utilizzati con successo come mezzi di interdizione nei confronti della politica della parte avversa. E così le guerre tendono a ripetere, in gran parte strumentalmente, la rima di frattura religiosa tra sunniti e sciiti o tra le diverse correnti del sunnismo.  

Il terrorismo islamista è oggi di matrice sunnita (nella presente trattazione i termini jihadismo e terrorismo islamista saranno considerati sinonimi). Dopo la rivoluzione komeinista del 1979, anche gli integralisti sciiti ebbero rapporti di contiguità molto ambigui con il terrorismo ma questa fase sembra essersi esaurita, almeno in funzione anti-occidentale, con il reingresso nel gioco politico internazionale dell’Iran, tornato ormai allo status di potenza regionale. Con la prima guerra cecena (1991-1996) e in misura ben maggiore con la nascita del regime talebano in Afganistan (1996), è emerso un jihadismo sunnita che è divenuto ben presto e rimane a tutt’oggi il vero centro propulsore del terrorismo islamista.

I rovesci subiti di recente dallo Stato Islamico (IS) in Iraq, Siria e Libia fanno pensare che l’organizzazione versi ormai in uno stato di crisi profonda, sebbene non sia prevedibile a breve né una sconfitta definitiva sul campo né una riduzione degli attentati in Occidente. Il terrorismo islamista è ben lungi dall’essere debellato, non solo per i possibile colpi di coda dell’IS ma forse soprattutto per il riemergere della minaccia qaedista.

Il jihadismo di ispirazione sunnita, con tutta la sua carica terroristica, rimane uno degli attori principali presenti sulla scena. Sulla sua natura “ideologica” non c’è molta chiarezza. Pertanto è sembrato utile procedere preliminarmente ad alcune precisazioni concettuali, sia pure sotto forma di brevi definizioni, in particolare per chiarire la netta diversità dell’hanbalismo rispetto al wahabismo-salafismo ma anche le differenze e le contiguità tra il fondamentalismo ed il terrorismo (in proposito si veda anche il contributo pubblicato in precedenza “Islam ed islamismi. Una sinopsi”).

 

Brevi definizioni

Il rigore hanbalita. Nell’ambito dell’Islam, sciti e sunniti si differenziano sull’eredità spirituale di Maometto che i primi attribuiscono ad Alì, cugino di Maometto e marito di una delle figlie, mentre gli altri ad Abu Bakr, sodale e padre della moglie del profeta1. L’ortodossia sunnita riconosce quattro scuole giuridiche abilitate ad interpretare le leggi coraniche. Una di queste è la scuola hanbalita che nacque nel IX secolo per iniziativa del teologo Ahmed ibn Hanbal. La sua riforma consistette  nel limitare al massimo le procedure utilizzate dagli altri orientamenti (in particolare il ragionamento analogico, il principio di approvazione,  il metodo dell’accomodamento) allo scopo di ridurre il margine di discrezionalità e garantire così la massima aderenza agli insegnamenti originari. Ad esempio, il metodo dell’accomodamento era basato sul recepimento dell’interesse pubblico come criterio di valutazione ed esponeva quindi al compromesso con conseguente rischio di inquinamento della purezza dei principi. Il carattere rigorista della nuova scuola si estese rapidamente dall’ambito teologico a quello civile con l’introduzione di un severo costume di vita. E’ importante sottolineare la pluralità delle scuole: l’hanbalismo era considerato e si considerava solo uno degli indirizzi che il fedele poteva seguire. 

Il radicalismo wahhabita. Alla scuola hanbalita apparteneva Mohammed ibn Abd al-Wahhab (1703-1792), fondatore di un movimento radicale che aveva l’intento di purificare l’Islam da tutto ciò che si era stratificato in epoca posteriore ai primi insegnamenti. E questo sia dal punto di vista del costume (culto dei santi, uso del tabacco, ascolto della musica, abitudine maschile di radersi)  che sotto il profilo teologico (rifiuto del misticismo e del metodo speculativo). Il wahhabismo, assunto come bandiera dai Saud, si diffuse nella penisola arabica e costituisce oggi la tendenza prevalente in Arabia Saudita. L’elemento innovativo ed anzi di rottura rispetto all’hanbalismo fu l’avversione nei confronti delle altre tradizioni sunnite. Questo aspetto, interpretato politicamente,  rappresentò lo strumento ideologico utilizzato dai Saud per giustificare la conquista della penisola arabica e la guerra contro l’impero ottomano. 

Il fondamentalismo salafita. Il Salafismo moderno nasce in Egitto nella prima metà del XIX secolo come movimento fondamentalista sunnita, la Fratellanza musulmana, che propugnava la riscoperta delle radici originarie dell’Islam. Da qui la critica nei confronti dalla cultura colonizzatrice degli Europei che inquinava la purezza dell’Islam. Il richiamo all’aderenza verso i principi originari e all’osservanza rigida della tradizione, lo avvicina al wahhabismo al quale però aggiunge un elemento fortemente politico: l’emancipazione dalla cultura europea diventa revanscismo anti-occidentale.

Il terrorismo jihadistaDue gli aspetti essenziali del jihadismo sunnita2. Innanzitutto il riferimento teologico alla purezza dell’Islam di ispirazione salafita-wahhabita.  In secondo luogo, l’introduzione della guerra santa (jihad) come dovere individuale. Tradizionalmente i doveri del fedele musulmano sono rappresentati da cinque “pilastri”: la professione di fede (l’atto formale con il quale si aderisce all’Islam), la preghiera rituale (cinque volte al giorno), l’elemosina (il pagamento di tasse devolute ai poveri), il digiuno nel mese del Ramadan (dall’alba al tramonto), il pellegrinaggio alla Mecca (almeno una volta nella vita). Invece, comunemente, il jiahd “offensivo” è ritenuto un dovere collettivo cui l’autorità religiosa chiama la comunità musulmana in determinate circostanze. I gruppi terroristici introducono il concetto di jihad “offensivo” come dovere religioso individuale. Ed è questa specificità ideologica che contraddistingue il jihadismo perché serve  a  “legittimare” la scelta terroristica ed il sacrificio personale.

Il jihadismo oggi: Stato islamico vs al-Qaeda

Figura 2

I successi prolungati dell’IS, prima che la tendenza si invertisse, ed il clamore delle sue azioni (con le scene di efferatezza che tanto feriscono la sensibilità comune), per lungo tempo hanno oscurato il fatto che al-Qaeda si stia riorganizzando in modo efficace e vada conquistando nuove posizioni3.

Sulla base dei documenti trovati dagli americani nel raid di Abbottabad (2 Maggio 2011), Bin Laden aveva messo a punto una nuova strategia nella convinzione che il terrorismo da solo non producesse ulteriori consensi e che fosse invece necessario un maggiore radicamento di al-Qaeda nei territori. Da questa analisi, è scaturita la nuova politica qaedista implementata dal suo successore, il medico egiziano al-Zawaziri, fondata sul compromesso con i sistemi tribali locali e una minore esposizione militare. Il tentativo è quello di trasformare al-Qaeda da élite militante a movimento popolare. Non sono mancati i risultati della nuova strategia e così oggi, oltre alla sede centrale situata in Pakistan, al-Qaeda conta quattro principali diramazioni costituite da organizzazioni che le hanno giurato fedeltà e che a loro volta tentano di espandersi stabilendo ulteriori accordi con altri gruppi jihadisti.

  1. Nel Nord Africa “al-Qaeda nel Magreb islamico” è attore di primo piano ed ha guadagnato nuovi alleati stabilendo intese operative con vari gruppi locali: i tuareg di Ansar al Dine (nel Sahel),  al-Murabitun (in Mali), il Massina liberation front (in Senegal e Mauritania). Ma il colpo grosso che al-Qeda si appresta a compiere è l’affiliazione di Boko Haram. La formazione nigeriana, dopo l’adesione all’IS, si è indebolita per gli attacchi ripetuti degli eserciti di Nigeria, Niger, Camerun e Ciad. Oggi è profondamente divisa al proprio interno e al-Zawahiri sta tentando di portarne almeno una parte nell’orbita quaedista.
  2. Nel Corno d’Africa, al-Qaeda è riuscita ad affiliare il gruppo degli al-Shabaab che tuttora tiene testa, e bene, alle forze militari inviate a liberare la Somalia dall’Unione Africana.
  3. Nello Yemen il gruppo “al-Qaeda nella penisola arabica” (Aqap) è riuscito ad inserirsi nello scontro tra i ribelli sciiti appoggiati dall’Iran ed il governo sunnita sostenuto da una coalizione guidata  dall’Arabia Saudita. Il gruppo quaedista è riuscito a guadagnare nuovi territori non disdegnando comunque il ricorso al terrorismo (l’organizzazione è ritenuta responsabile dell’attentato alla redazione del Charlie Hebdo del 7 Gennaio 2015). Quando, nell’Aprile 2016, le forze islamiste sono state costrette ad evacuare la città di al-Mukalla, 500.000 abitanti, la quinta del Paese, il ritiro è avvenuto senza combattere per non danneggiare la popolazione civile e dopo aver trasferito l’amministrazione a personale non direttamente riconducibile  ad Aqap.
  4. In Siria la formazione qaedista al-Nusra è divenuta uno dei protagonisti principali della scena collaborando con le altre forze di opposizione ad Assad. La scelta di cambiare nome ed annunciare l’allontanamento dalla casa madre quaedista, è un’operazione di facciata servita ad al-Nusra per accreditarsi ulteriormente come forza affidabile.

Nella Figura 1 è rappresentata la presenza delle formazioni islamiste in base alla prevalenza dell’una o dell’altra4. L’IS gestisce il monopolio del terrorismo in Egitto ed Iraq. Più numerosi i Paesi del Medio Oriente e del Nord Africa nei quali è al-Qaeda ad avere l’esclusiva. In altre nazioni i due gruppi agiscono in condominio sebbene l’uno contro l’altro armati. Per una panoramica completa dei conflitti in corso e delle forze in campo, comprese la galassia di formazioni islamiste, si veda il sito “Guerre nel mondo”5.

L’obiettivo di al-Qaeda non è un irrealizzabile dominio globale ma un califfato sui territori indicati nella Figura 2. Stando alle parole di al-Zawaziri, l’organizzazione si ripropone di “liberare tutte le terre musulmane rifiutando ogni trattato internazionale, accordo e risoluzione che conceda agli infedeli il diritto di sequestrare territori islamici, come nel caso dell’occupazione della Palestina da parte di Israele, delle Cecenia da parte della Russia, del Kashmir da parte dell’India, di Ceuta e Melilla da parte della Spagna, del Turkestan orientale da parte della Cina”6.

 

Conclusioni

L’elemento religioso, sebbene utilizzato strumentalmente, si è rivelato un fattore molto efficiente. Il contrasto ideologico tra le varie correnti dell’Islam e lo stesso revanscismo nei confronti dell’Occidente sono dinamiche interne alle élites islamiche cui le grandi masse di diseredati sono fondamentalmente estranee anche se vengono chiamate a parteciparvi con sollecitazioni di carattere religioso. Le élites hanno la necessità di mobilitare i popoli e allo scopo non si fanno scrupolo di utilizzare la religiosità per esasperare le differenze, scatenare gli odi ed alimentare le guerre. Queste considerazioni valgono per tutti i fondamentalismi e in particolare per le varianti jihadiste. Ne è una dimostrazione proprio l’antagonismo tra IS ed al-Qaeda: ambedue le organizzazione si considerano filiazione della stessa radice, i Fratelli musulmani, ed ambedue si ispirano alla versione più integralista del sunnismo, il wahabismo-salafismo. Quale l’oggetto del contendere se non l’egemonia politica e militare?

Il probabile scontro fratricida tra IS e al-Qaeda non è affatto rassicurante perché ogni volta le guerre jihadiste si sono riversate all’esterno sotto forma di terrorismo. Rivolto non solo ma anche contro l’Occidente. Ed ogni volta il tributo di sangue è stato molto alto.

 

 Bibliografia

  1. Salvo diversa indicazione, la maggior parte delle informazioni utilizzate per le definizioni sono tratte da un precedente contributo (Democrazia Pura, Islam ed islamismi. Una sinopsi, Tivoli, 3 Settembre 2014) basato su diverse fonti. Anche per non attribuire ad altri le inevitabili  interpretazioni implicite nelle operazioni di sintesi, specie quando queste riguardano questioni dottrinarie complesse, si è ritenuto di non aggiungere citazioni bibliografiche per i singoli passaggi. Le considerazioni che riguardano gli aspetti non dottrinari e che assumono carattere “politico”, sono naturalmente da attribuire all’autore.
  2. Seth G. Jones. A persistent threat. The Evolution of al Qa’ida and other salafi jihadists. RAND National Defense Research Institute. Rand Corporation, 2014, pp 2-3.
  3. Le informazioni sulla ristrutturazione in atto in al-Qaeda sono tratte da: Giuliano Battiston. E’ tornata al-Qaeda. L’Espresso, 37: 63-67, 2016.
  4. L’immagine, modificata, è tratta dal sito della “The Heritage Foundation”.
  5. In particolare si veda la sezione “Conflitti incorso”.
  6. Seth G. Jones, cit. Dal documento è stata tratta la Figura 2.

CDL, 1 Ottobre 2016

Sulla questione islamica si veda anche:
–  Islam e islamismi – Una sinopsi (3 Settembre 2014)
–  Secolarizzazione, Islam, Occidente: brevi riflessioni (1 Settembre 2016)