Risorgimento e cospirazionismo reazionario

Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome Giuseppe Mazzini1. Questo il giudizio del Metternich che non rappresenta certo un’analisi articolata del pensiero e dell’opera di Mazzini ma riconosce almeno la sua grande forza morale e politica. Analogamente, Giuseppe Spada, storico di parte papalina, ebbe modo di apprezzare sia la passione e la fermezza di Mazzini che le capacità militari e le doti umane di Garibaldi2.

Per il resto la pubblicistica reazionaria non seppe andare oltre un’interpretazione cospirazionista della rivoluzione nazionale.

Come ricostruito da Daniel Pipes3, l’origine del complottismo è antica e può essere fatta risalire all’epoca delle crociate (XI-XII secolo) quando nascono la mitologia della cospirazione ebraica e la leggenda della congiura templare. Tuttavia è con la rivoluzione francese che il complottismo irrompe definitivamente sulla scena politica. Il gesuita Augustin de Barruel, già nel periodo 1797-1798, pubblica un testo ponderoso nel quale sostiene la tesi della rivoluzione come espressione di una grande cospirazione. Con de Barruel il cospirazionismo assume una forma così strutturata che secondo alcuni assurge a vero e proprio corpus dottrinario paragonabile a quello del liberalismo, della democrazia, del socialismo. Ma sarà con i totalitarismi del Novecento che il complottismo diventerà pratica di governo e volgerà la storia verso tragedie epocali.

01 Vignetta antidemocratica, Grande Riunione, parte II, p 167
Vignetta antidemocratica, Grande Riunione, parte II, p 167, 1849.
02 La Voce della Verità, uno dei giornali su cui si sviluppò la polemica tra Mazzini e i reazionari
La Voce della Verità, uno dei giornali su cui si sviluppò la polemica tra Mazzini e i reazionari

Ma si torni al Risorgimento, sulle cui vicende pure si esercitò il cospirazionismo di matrice reazionaria. Nell’Ottocento la stampa è già uno strumento sviluppato e accessibile, almeno per le classi medio-alte, al punto da poter essere utilizzato come veicolo di diffusione delle teorie complottiste. Certamente da parte di molti ci fu la malafede di demonizzare l’avversario per screditarne il progetto politico. Ma, ben oltre, nella critica reazionaria si rileva tutta la incomprensione per la forza dell’ideale nazionale e per le istanze di emancipazione sociale di cui è portatore il Risorgimento popolare di Mazzini e Garibaldi. Da questa incomprensione scaturisce quella che Popper definiva “la teoria cospirativa della società” ovvero la volgarizzazione di un fenomeno politico o sociale a congiura messa in atto da un gruppo di potere4. Come è noto le cospirazioni sono molto antiche ma lo è anche il complottismo inteso come versione semplicistica e mitologica di una realtà di cui non si riesce a cogliere la profondità5. Di questo Mazzini è ben consapevole quando nel corso di una polemica scrive “non impicciolite lo spirito di progresso, che vi minaccia, attribuendolo a pochi individui6.

Mazzini e Garibaldi furono fatti oggetto di un’offensiva complessa e articolata in tre passaggi, l’uno propedeutico all’altro. Innanzitutto si mettevano in discussione le qualità morali (su Garibaldi si arrivò a sostenere che avesse egli stesso ucciso Anita). A questo punto diventava più semplice il passaggio successivo, quello di sminuire la statura politica dei personaggi. Infine l’affondo finale, possibile solo dopo l’oltraggio morale ed il discredito politico, consisteva nell’accusare Mazzini e Garibaldi di essere al servizio di una grande cospirazione internazionale. Gentaglia di malaffare, niente affatto grande e serva di poteri occulti: questo il ritratto di Mazzini e Garibaldi nella pubblicistica reazionaria, di cui Nicola Del Corno ha pubblicato una rassegna accurata sulla rivista Belfagor. Una lettura assolutamente istruttiva da molti punti di vista. Anche per comprendere i meccanismi delle odierne campagne di disinformazione complottista. Si ringraziano i prof. Alcibiade Boratto e Giuseppe Tripodi per la preziosa segnalazione.

 

 

 

 

 Nicola Del Corno. Mazzini e Garibaldi nella polemica reazionaria. Belfagor, 3: 261-273, 2010.

 

  1. La frase del Metternich è riportata in vari documenti tra i quali: Francesco Felis. Italia unita o disunità? Interrogativi sul federalismo. Roma, Armando editore, 2013, p. 7.
  2. Giuseppe Spada. Storia della rivoluzione di Roma e della restaurazione del governo pontificio. Volume terzo. Pellas, Firenze, 1869. Nel testo, pure di chiara ispirazione reazionaria, l’opera ed il pensiero di Mazzini e Garibaldi vengono perlopiù  descritti in maniera neutra sebbene in taluni casi emerga l’empatia dell’autore verso i due. Si veda in proposito, a p. 210, il giudizio lusinghiero espresso su Mazzini a confronto con Mamiani.
  3. Daniel Pipes. Conspiracy. How the paranoid style flourishes and where it comes from. New York, Free Press, 1997. Traduzione italiana: Il lato oscuro della storia. L’ossessione del grande complotto. Torino, Lindau, 2005.
  4. Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, vol. II,  Hegel e Marx falsi profeti, a cura di D. Antiseri, Armando, Roma, 1996, pag. 113-114.
  5. Per una rassegna dei meccanismo che generano il complottismo si veda: Democrazia Pura. Mitologia del complottismo. 1 Marzo 2016.
  6. Giuseppe Mazzini. La Voce della Verità. 17 Gennaio 1832.

CDL, Tivoli, 1 Gennaio 2018

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