Attualità del Repubblicanesimo

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Repubblicanesimo: una tradizione, una lettura della storia, una prospettiva

 

Oggi viviamo l’obiettiva necessità di trovare nuove forme di controllo in un contesto mondiale che risulta caratterizzato dalla definitiva traslazione del livello decisionale dall’ambito  politico a quello economico-finanziario e dalla conseguente trasformazione del potere da elemento identificabile e controllabile a fenomeno imperscrutabile ed arbitrario.

Di fronte a questo problema il repubblicanesimo può contribuire a trovare nuove soluzioni  proprio perché attraverso categorie filosofiche adeguate (un’idea di libertà non univoca ma in qualche modo unitaria) riesce a fornire una lettura della modernità (la storia come progressiva affermazione del principio di libertà) offrendo così lo strumento per approcci futuri (quale libertà garantire ai cittadini, quali meccanismi di controllo adottare nei confronti del potere).

 

Repubblicanesimo come idea di libertà

Il repubblicanesimo viene identificato come filone storiografico dotato di una sua specificità  autonoma da alcuni storici anglosassoni contemporanei: John G.A. Pocock1, Philip Pettit2, Quentin Skinner3. Nel repubblicanesimo questi autori individuano una tradizione basata su un’idea di libertà la cui realizzazione naturale assume la forma istituzionale della Repubblica. Un’idea di libertà che nasce nella Polis greca (per Pocock) o nella Res pubblica romana (per Pettit e Skinner), viene rielaborata nel corso del rinascimento italiano in particolare da Machiavelli, viene ulteriormente sistematizzata da James Harrington e dai pensatori dell’Inghilterra rivoluzionaria e viene infine accolta dai padri fondatori degli Stati Uniti.

Molto si è discusso su questa idea di libertà, per alcuni positiva in quanto autodeterminazione (Pocock), per altri negativa in quanto emancipazione da ogni forma di dipendenza (Pettit e Skinner). Questa dicotomia risulta tutt’altro che insuperabile nella elaborazione originale di alcuni pensatori repubblicani del passato. Così Mazzini utilizzò ambedue i modelli di libertà per costruire la progressione della sua pratica politica: unità della patria, indipendenza della nazione, progresso sociale del popolo4. E d’altronde la sostanziale unitarietà dei due approcci è confermata dal fatto che i sostenitori del repubblicanesimo positivo e quelli del repubblicanesimo negativo si dividono sull’origine di questa concezione, rispettivamente greca o romana, ma poi descrivono lo stesso percorso che passa attraverso la Res pubblica, il rinascimento italiano ed il pensiero dell’Inghilterra puritana per giungere infine alla rivoluzione americana.

In conclusione, è forse possibile identificare una linea di continuità che fa del repubblicanesimo una concezione sostanzialmente unitaria anche nella diversità di sensibilità individuate dagli stessi storici anglosassoni contemporanei fondatori di questo filone storiografico5.

 

Repubblicanesimo come chiave di lettura della storia

Già nella prima formulazione di Pocock, il repubblicanesimo non è solo una tradizione ideale ma viene proposto come possibile criterio di interpretazione dello sviluppo storico. Nel pensiero occidentale sino ad allora prevalente la storia moderna era interpretata come un processo ritmato dalle varie tappe di affermazione del liberalismo, moderno per alcuni, borghese per gli autori marxisti. Il repubblicanesimo viene proposto come criterio alternativo di lettura dell’intera vicenda storica moderna sino al punto di arrivo costituito dalla rivoluzione americana, non più una storia liberale ma vero compimento dell’idea repubblicana e di una tradizione storica secolare. I risultati di alcuni recenti studi, che fanno risalire il costituzionalismo americano alla tradizione romana, vanno pure in questo senso6.

Gli storici anglosassoni contemporanei, nelle loro analisi, non vanno oltre la rivoluzione americana. Tra gli storici antesignani del repubblicanesimo solo Maurizio Viroli procede oltre analizzando anche l’Ottocento italiano7,8. Certamente le vicende europee, dalla rivoluzione francese in poi, offrono altri suggestivi spunti che alimentano la teoria repubblicana.

Le stesse rivoluzioni del ’48, certo non liberali e non a caso trascurate dal pensiero moderno, possono essere interpretate come una storia repubblicana nel senso che il denominatore comune fu proprio l’affermazione di un principio di libertà che, sebbene complesso e variamente inteso, sembra sostanzialmente unitario.

La crisi economica che investì l’Europa negli anni immediatamente precedenti le rivoluzioni fece certamente da detonatore ma non costituisce una spiegazione esaustiva. Basti pensare che l’Inghilterra, da cui partì la crisi economica e che più delle altre nazioni europee ne subì le conseguenze, fu risparmiata dall’ondata rivoluzionaria. Al contrario, in Italia la crisi internazionale ebbe effetti meno drammatici in quanto agiva su un tessuto economico più arretrato e quindi paradossalmente meno sensibile alla congiuntura negativa. Ma proprio l’Italia fu il principale centro di irradiazione della rivoluzione europea e vide i soli esempi di rivoluzione riuscita attraverso la nascita delle repubbliche toscana, romana, veneziana.

Ma perché nel ’48 l’Europa intera fu sconvolta dalle rivoluzioni? La storiografia tradizionale offre una risposta che in realtà ne comprende diverse: l’edificio costruito dal Congresso di Vienna aveva fondamenta deboli in quanto estrometteva dal potere politico una borghesia che con Napoleone era già divenuta protagonista, escludeva sotto il profilo sociale i ceti meno abbienti, opprimeva e divideva le nazionalità all’interno dei tre grandi imperi. Se tutto questo è vero, rimane comunque inevasa la domanda sulla ragione ultima che determinò la deflagrazione delle rivoluzione in un’Europa così differenziata.

Il paradigma repubblicano sembra offrire una risposta convincente. Le rivoluzione del ’48 rappresentano una delle tappe di affermazione di un principio di libertà che assunse connotazioni diverse nelle differenti situazioni: unità nazionale laddove predominava la frammentazione (la Germania, l’Italia), indipendenza per i popoli sottoposti al dominio straniero (le varie nazionalità comprese nell’impero austro-ungarico), progresso sociale negli Stati unitari e indipendenti (la Francia). E se in Italia la rivoluzione fu più “intensa” rispetto al resto d’Europa è proprio perché essa sommava tutti questi fattori.

In questa ricostruzione il concetto di libertà che emerge fa riferimento sia alla forma positiva individuata da Pocock (l’autodeterminazione che può essere vista nelle aspirazioni unitarie tedesche e italiane), sia alla forma negativa di Pettit e Skinner (il non dominio che sta alla base delle aspirazioni indipendentistiche e delle rivendicazioni sociali). Questa lettura della vicenda quarantottesca consente anche di comporre la dicotomia tra forma positiva e forma negativa dell’idea repubblicana di libertà se le due concezioni vengono viste in successione e non in parallelo.  Le aspirazione unitarie, riscontrabili nella rivolta tedesca e nella rivoluzione romana di Mazzini, fanno riferimento alla forma positiva di libertà in quanto tentativo di comporre il corpo sociale necessario all’autodeterminazione. Lo stadio evolutivo successivo è l’indipendenza nazionale che, in quanto “non dominio”, assume la forma negativa del concetto di libertà. Infine, si può individuare un ulteriore sviluppo in quelle rivendicazioni sociali che pure assumono un  significato negativo in quanto emancipazione da ogni forma di dipendenza. In conclusione, la vicenda del ’48 può essere considerata una storia repubblicana: le rivoluzioni di quel periodo furono determinate da una spinta libertaria che nei diversi contesti nazionali assunse significati specifici e graduati secondo la progressione unità, indipendenza, promozione sociale.

Se il paradigma repubblicano può essere proposto come uno dei criteri di lettura della storia, allora esso può essere utilizzato anche come prospettiva sempre che ci si sottragga a interpretazioni di tipo integralistico.

 

Repubblicanesimo come prospettiva. L’accountability anglosassone.

Già in Pettit la libertà negativa del repubblicanesimo compie un ulteriore passo ed assume il carattere di ideale cui tendere9. Altri autori si sono spinti sino all’elaborazione di architetture istituzionali anche molto complesse10.

Ma anche il repubblicanesimo della versione positiva è stato pensato in termini di prospettiva realizzabile o quantomeno auspicabile. Alcuni di questi sviluppi sono stati francamente sorprendenti. Basti pensare alla riscoperta del repubblicanesimo e all’interpretazione radicale di tipo antagonistico che ne fanno i post-marxisti come Michael Hardt e Antonio Negri11. E forse il continuo riferimento al repubblicanesimo, con il quale il mondo anglosassone ha familiarità, ha consentito al testo di essere recepito in un ambiente, quello degli Stati Uniti, la cui cultura è generalmente poco sensibile alla critica marxista. Se il repubblicanesimo non deve essere interpretato in senso dogmatico, è necessario altresì che non sia così inclusivo da comprendere qualunque ipotesi si celi dietro un linguaggio comune.

Comunque il repubblicanesimo, in qualunque accezione inteso, implica la conflittualità come conseguenza del dover tutelare la propria dignità di uomo (o di gruppo sociale) attraverso lo strumento della contestazione di tutte le leggi, e più in generale tutte di le condizioni,  che espongono l’individuo al dominio. La contestabilità è un aspetto centrale del repubblicanesimo ad anzi ne costituisce una delle principali linee di continuità che contribuiscono a farne un corpo teorico autonomo e riconoscibile quantunque non organizzato in modo univoco. Lo stesso Pettit ritiene che l’elemento portante della democrazia non sia il consenso ma la possibilità di contestare le decisioni12.

Le origini di questo pensiero risalgono alla concezione romana e agli istituti giuridici di garanzia rivolti in particolare alla plebe, la provocatio ad populum e l’auxilium tribunicium13, in base ai quali il cittadino della repubblica poteva invocare,  rispettivamente, il giudizio dei comizi e la difesa dei tribuni nei confronti di una decisione del magistrato ritenuta ingiusta.

Tempio di Vesta, Tivoli, foto di Federico Innocenti

In senso più estensivo gli autori repubblicani teorizzano la necessità e l’utilità del conflitto, a partire da Machiavelli e dalle sue concezioni di virtù e di vita activa14. Come sottolineato da Marco Geuna15, nel pensiero di Machiavelli il conflitto ha un ruolo centrale e positivo in quanto motore di cambiamento verso equilibri sempre più avanzati. Una chiara opposizione al pensiero allora dominante sul potere sovrano che neutralizza i conflitti, pensiero che troverà in Hobbes l’interprete massimo. Secondo Machiavelli, invece, il conflitto è ineliminabile perché ineliminabile è la pluralità costitutiva del corpo sociale. Ma proprio dai conflitti scaturisce il progressivo assestamento delle istituzioni su equilibri sempre più stabili perchè sempre più rappresentativi della volontà popolare. Machiavelli va persino oltre, sino ad attribuire al conflitto l’evoluzione stessa del potere in senso libertario. Naturalmente egli riteneva che per svolgere questa funzione progressista il conflitto dovesse mantenere una sua fisiologia. Così ammetteva che i conflitti più produttivi erano quelli che, utilizzando una terminologia moderna, possono essere considerati relativi al “riconoscimento di un diritto” mentre i più pericolosi erano quelli cosiddetti “di interesse”.

In buona sostanza si può concludere che la legittimità del conflitto politico differenzia la democrazia dal regime totalitario. Questo principio rimarrà una costante nel pensiero democratico successivo. Nei “Doveri dell’uomo” Mazzini scriveva “Voi avete dunque diritto alla Libertà e Dovere di conquistarla in ogni modo contro qualunque potere la neghi”. Da notare che “Dovere” è sottolineato da una maiuscola non utilizzata per “diritto”. Mazzini aggiunge “Senza libertà non esiste Morale, perchè non esistendo libera scelta fra il bene ed il male, fra la devozione al progresso comune e lo spirito d’egoismo, non esiste responsabilità”. In sostanza il dovere di libertà configura due tipi di responsabilità:  verso se stessi e verso gli altri. In questo modo Mazzini realizza il passaggio dalla contestabilità politica alla responsabilità politica.

Questa concezione si avvicina molto a quella anglosassone di accountability, termine inglese in genere tradotto con “responsabilità”. Esso però nella cultura anglo-sassone esprime un idea più ampia e profonda che non la semplice scelta consapevole o l’accettazione di un dovere giuridico. Accountability infatti sta per un dover render conto agli altri del proprio operato in senso ampio e non solo dal punto di vista giuridico.

Lungo il percorso di questo concetto nella cultura anglosassone dalle prime discussioni16 sino ad oggi17. Esso si compone di almeno due elementi fondamentali: l’obbligo di rispondere da parte di chi prende le decisioni (answerability) e la possibilità di sanzionare e correggere una violazione da parte degli organismi di garanzia (enforcement). Dal punto di vista formale l’accountability viene solitamente distinta in orizzontale, quando si estrinseca attraverso le istituzioni pubbliche che controllano altri poteri pubblici, e verticale, quando l’azione di vigilanza viene esercitata dai cittadini e dalle organizzazioni della società civile18.

Perché l’accountability verticale possa funzionare è necessario rimuovere la cosiddetta “asimmetria informativa” connaturata alla relazione che, con linguaggio economico, si definisce principale-agente. Quando un agente (ad es. il manager) opera per conto di un principale (gli azionisti), il rapporto è squilibrato dal fatto che gli attori non hanno le stesse informazioni. Diventano allora necessari dei meccanismi correttivi per allineare gli interessi dell’agente con quelli del principale. Questo tipo di rapporto e lo stesso problema dell’asimmetria informativa, entrano in gioco anche nella relazione politica tra cittadini e istituzioni19. In questo caso non è altrettanto chiaro quali meccanismi adottare perché tutti gli attori abbiano le stesse informazioni mettendo il delegante nella condizione di controllare il delegato.

L’esistenza di percorsi di controllo verticali non significa che la democrazia sia operante. Sosteneva Guillermo O’Donnell, eminente filosofo politico argentino, che nelle “nuove democrazie” (alcune nazioni del sud-america, del sud-est asiatico, dell’est europeo; colossi mondiali come l’India) i criteri dell’accountability verticale sono rispettati in quanto si tengono elezioni libere20. Aggiungeva che nel contempo queste democrazie soffrono invece di un’accountability orizzontale debole o intermittente, conseguenza di un deficit di cultura repubblicana e liberale. Egli partiva dall’assunzione che la tradizione liberale annette importanza ai diritti, soprattutto privati, mentre quella repubblicana attribuisce rilevanza decisiva ai doveri, soprattutto pubblici. Propria la debolezza di queste culture condiziona nelle nuove democrazie l’insufficienza dei meccanismi di controllo che nell’insieme definiscono l’accountability verticale ed orizzontale.

Dal processo di globalizzazione economica emerge però una difficoltà inedita. I grandi gruppi economico-finanziari assumono decisioni che hanno conseguenze su milioni di persone con le quali non hanno alcun rapporto, tantomeno di tipo delegato-delegante. E milioni di persone subiscono gli effetti di decisioni di cui non sanno nulla. Quanti, anche nelle democrazie occidentali, conoscono i nomi di coloro che hanno portato il mondo sull’orlo del baratro attuale? E questa condizione, per utilizzare il linguaggio politico da cui si è partiti, non espone ad un vero e proprio dominio che minaccia la libertà e la dignità degli individui?

La globalizzazione pone problemi nuovi. Essa è dominata da un potere finanziario che può essere considerato omogeneo perché i vari centri che lo compongono si muovono, per ragioni di interesse, in modo coerente riuscendo così a orientare l’intero mercato mondiale. Non esiste alcuna relazione orizzontale tra questo potere finanziario, che agisce su scala mondiale, ed i governi, che si muovono al massimo su una dimensione sovra-regionale quando addirittura non rimangono ancorati a dinamiche locali anche contraddittorie. La prima questione dunque è la costituzione di organismi internazionali attraverso i quali i governi possano condizionare il potere finanziario e stabilirne una accountability orizzontale. La seconda questione riguarda la necessità di migliorare l’efficienza del controllo verticale nella relazione cittadini-governi attraverso la rimozione dell’asimmetria informativa. Solo a questo punto i due percorsi possono saldarsi per creare una sorta di accountability diagonale a mezzo della quale i cittadini possano controllare le istituzioni finanziarie.

Inoltre, perché i due percorsi possano funzionare risulta decisiva la capacità di sanzionare comportamenti non corretti, come accaduto nel caso Islanda, dove la classe politica che ha portato il Paese al default è sotto processo e l’ex ministro delle Finanze è già stato condannato a due anni di carcere.

I problemi sono ancora tutti aperti e le soluzioni di là da venire. Certo è che oggi la globalizzazione sta realizzando nuove forme di schiavitù nei Paesi emergenti ma anche nuove forme di servitù nelle democrazie occidentali. Nel momento in cui è possibile identificare i centri di potere che governano il mondo, diventa possibile contestare ad essi gli effetti delle loro politiche. E’ necessario trovare nuovi meccanismi di vigilanza e di controllo e nuove forme di sanzionamento che rendano praticabile un’accountability globale.

 

1. John G. A. Pocock. The machiavellian moment. Fiorentine political throught and the atlantic republican tradition. Princeton University Press, Princeton, 1975. John G. A Pocock. Il momento machiavelliano. Il pensiero fiorentino e la tradizione repubblicana anglosassone. I. Il pensiero politico fiorentino. II. La «repubblica» nel pensiero politico anglosassone. Il Mulino, Bologna, 1980.

2. Philip Pettit. Republicanism. A theory of freedom  and government. Clarendon Press, Oxford, 1997. Philip Pettit. Il repubblicanesimo. Una teoria della libertà e del governo. Feltrinelli, Milano, 2000.

3. Quentin Skinner. Liberty before liberalism. Cambridge University Press, Cambridge, 1998. Quentin Skinner. La libertà prima del liberlismo. Einaudi, Torino, 2001.

4. Si veda: Mazzini e i Doveri dell’uomo, nella sottosezione di questo sito denominata “Storici contemporanei e repubblicanesimo moderno”.

5. Si veda in proposito la sottosezione di questo sito ”Storici contemporanei e repubblicanesimo moderno”.

6. David J. Bederman. The classical constitution: roman republican origins of the habeas suspension clause. Southern California Interdisciplinary Law Journal, 2008, 17, pp. 405-456.

7 Maurizio Viroli. Repubblicanesimo. Laterza, Bari, 1999.

8 Norberto Bobbio, Maurizio Viroli. Dialogo intorno alla repubblica. Laterza, Roma-Bari, 2001.

9. Philip Pettit, op. cit., pp. 157-319.

10. Per una rassegna sugli autori repubblicani che, utilizzando prevalentemente l’accezione negativa del concetto di libertà, si sono cimentati nella costruzione di architetture costituzionali anche complesse, si veda: Thomas Casadei. La traiettoria del repubblicanesimo conflittualista tra storia e teoria del diritto. In: Il senso della repubblica. Frontiere del repubblicanesimo. A cura di Sauro Mattarelli. Franco Angeli, Milano, 2007.

11. Michael Hardt, Antonio Negri. Empire. Harward University Press, Cambridge, 2000.

12. Philip Pettit. Il repubblicanesimo, op. cit.

13. Joseph  Plescia . Judicial accountability and immunity in roman law. In: The American Journal of Legal History, 2001, Vol. 45, n. 1, pp. 51–70.

14. Una ricostruzione della natura della conflittualità repubblicana è presente in: Thomas Casadei, op. cit.

15. Marco Geuna. Machiavelli ed il ruolo dei conflitti nella vita politica. In: Conflitti, A. Arienzo e D. Caruso (a cura di), Napoli, Dante & Descartes, pp.19-57, 2005.

16. Clarence A. Dykstra. The Quest for Responsibility. In: The American Political Science Review, 1939, vol. 33, n. 1, pp. 1–25.

17. Chrostofer Williams. Leadership accountability in a globalizing world. Palgrave McMillan, New York, 2006.

18. Rick Stapenhurst, Mitchel O’Brien on behalf of The World Bank. Accountability in governance.

19. John Ackerman. Concept paper: accountability & society. In: Understanding social accountability: a concept review workshop. Washnigton D.C:,  The World Bank, January 24th 2004.

20. Guillermo A. O’Donnell. Horizontal Accountability in New Democracies. Journal of Democracy 9.3 (1998) 112-126.

 

CDL, Tivoli, 20 Gennaio 2013

 

 

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