Il vento sta cambiando ma la partita è tutta da giocare

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Forse è troppo presto per vederne gli effetti anche in Italia e già in queste elezioni europee. Ma non c’è dubbio che, almeno in Europa,  il vento stia cambiando direzione ed oggi la minaccia nazional-populista appaia meno incombente di ieri. Probabilmente anche in conseguenza del fallimento della Brexit che ha inequivocabilmente dimostrato quanto sia velleitaria la politica sovranista  e quanto sia difficoltoso uscire dall’Unione Europea. Figuriamoci dal sistema dell’Euro come pure proponevano i sovranisti nostrani sino ad un anno fa. In Italia oltretutto il governo sovranista giallo-verde si sta logorando in una guerra intestina che ne scredita ulteriormente le pulsioni populiste in una gara al rilancio di proposte sempre più massimaliste. Tuttavia la partita non è affatto chiusa. Perché se sul piano della proposta politica i sovranisti europei sono in crisi evidente, la forza di inerzia accumulata nella fase precedente fa sì che ancora oggi godano di ampio consenso. E d’altronde il fronte europeista appare tutt’altro che saldo e coerente.

Sulla incipiente crisi del sovranismo europeo, sulle difficoltà del fronte europeista e sulla partita in corso, acute le riflessioni di Andrea Bonanni pubblicate su Repubblica di oggi. Si riportano di seguito:

 

E se a rischiare di più fossero i populisti

Andrea Bonanni

I primi exit poll di queste elezioni europee arrivano dall’Olanda, dove si è votato ieri. E dicono che neppure lì, dove aveva preannunciato una grande vittoria, la destra populista e anti-Ue riesce a sfondare. Guadagnano i laburisti filo europei dello spitzenkandidat socialista Frans Timmermans, tengono i liberali del premier Rutte. Può non essere un test indicativo. Tuttavia riavvicina l’Olanda al nocciolo duro dei Paesi europeisti da cui sembrava essersi allontanata.

Il dato olandese conferma che il voto degli europei per eleggere il loro Parlamento avrà quasi ovunque una valenza doppia. Da una parte, infatti, deciderà se l’Europa potrà continuare a crescere e rafforzarsi come potenza globale e democratica di fronte a Cina, Russia, Stati Uniti, oppure se la scelta sovranista la renderà vassalla, economicamente e politicamente, degli altri Grandi e delle destre populiste che sono la loro quinta colonna nella Ue.

D’altra parte, in ogni Paese le urne europee avranno anche un significato politico interno determinante per la sorte dei governi nazionali e dei loro leader. Questi ultimi, infine, subito dopo le elezioni saranno chiamati a giocarsi la complessa partita delle nomine che influirà pesantemente non solo sul futuro dell’Unione europea, ma anche sul prestigio e sul potere delle varie capitali. Insomma, con un solo voto si decideranno tre partite che potrebbero segnare il volto del continente. Vediamo come.

In Gran Bretagna, Theresa May forse non arriverà neppure allo spoglio del voto. Il suo destino appare segnato. Ma anche quello del Partito conservatore, che potrebbe uscire ridotto sotto il 10 per cento. In attesa della Brexit, il Paese va verso uno stravolgimento politico, con la sconfitta di Labour e Tories che hanno dominato l’ultimo secolo ma che non hanno saputo portare il Paese fuori dall’Europa. Il leader populista Farage farà il pieno di voti incassando il dividendo della mancata Brexit e del referendum tradito. Ma questo non gli servirà per influenzare in modo decisivo la partita delle nomine europee, da cui Londra è di fatto esclusa.

In Francia nel 2017 Macron ha vinto le elezioni nazionali giocando la carta europea contro l’estrema destra di Le Pen. Ma la sponda che credeva di trovare in Angela Merkel si è rivelata fasulla. Oggi potrebbe pagare lo scotto dei molti problemi nazionali irrisolti e dei troppi progetti europei rimasti incompiuti. Anche così, comunque, resta uno degli aghi della bilancia nella partita delle nomine. Peccato che il suo europeismo non si spinga fino ad accettare che siano gli eurodeputati a scegliere il presidente della Commissione. Cercherà di imporre i suoi protetti al tavolo dei capi di governo: Michel Barnier o la liberale danese Margrethe Vestager.

Germania. La Cdu di Angela Merkel e la cugina Csu di Manfred Weber, candidato del Ppe alla presidenza della Commissione, dovrebbero sopravvivere al test elettorale. Ciononostante la Cancelliera appare in difficoltà sul piano europeo. L’intesa con Macron è ai minimi termini e la Germania esercita nella Ue una paradossale egemonia senza leadership. Se il governo non riuscisse a imporre la nomina di Weber, per Merkel, che pure non lo ama, sarebbe uno smacco che potrebbe avere ripercussioni negative anche sulla tenuta della coalizione. Intanto a sinistra i Verdi sembrano lanciati a sorpassare i socialdemocratici.

In Spagna, il socialista Sanchez potrebbe uscire rafforzato dalle europee e chiedere per Madrid la poltrona di Alto rappresentante che era di Mogherini. Probabilmente la otterrà. Ma fino a che non risolverà, in modo politico e non giudiziario, la questione catalana, il Paese pagherà in Europa un pesantissimo prezzo in termine di immagine, tanto che Sanchez ha dovuto nominare una segretaria di Stato con l’incarico di  “difendere la reputazione democratica della Spagna”.

In Polonia, per la prima volta gli europeisti polacchi sono riusciti a dare vita ad una coalizione in grado di far fronte alla destra integralista e sovrani sta di Jaroslaw Kaczynski che oggi governa. Non è detto che ce la facciano. Ma anche a Varsavia la questione europea sta diventando lo spartiacque della politica nazionale. Difficile comunque che la Polonia, sotto accusa per la violazione dei diritti fondamentali, possa ritrovare una poltrona di peso come quella attribuita all’europeista Tusk, che era stato confermato presidente del Consiglio europeo nonostante l’opposizione del suo governo.

In Austria, il leader popolare Sebastian Kurz ha aperto una crisi di governo alla vigilia del voto, rinnegando l’alleato di estrema destra Heinz·Christian Strache. Potrebbe guadagnare voti. Ma il suo progetto di far convergere anche in Europa popolari ed estrema destra sembra ormai sul viale del tramento.

In Italia, la campagna elettorale ha innescato una crisi politica tra i due partiti al governo. Dopo il voto si vedrà quanto è seria. Intanto però l’Italia perderà la guida della Bee, del Parlamento europeo e della politica estera Ue. Erano cariche tenute da personalità sinceramente europeiste come Draghi, Tajani, Mogherini. Dopo il voto, Lega e Cinque Stelle potranno al massimo disputarsi una poltrona da commissario, verosimilmente di serie B.

 

Tivoli, 25 maggio 2019

 

 

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