L’enigma del manoscritto Voynich

 

 

Sul manoscritto Voynich, oscura silloge di contenuti eterogenei, scritti in una lingua non ancora decifrata e accompagnati da illustrazioni surreali di cui siamo ancora lontani dal capire il senso, gli studiosi di tutto il mondo si affannano da oltre tre secoli. Ma ora, grazie al lavoro quarantennale dello studioso australiano Stephen Skinner, nuovi indizi sembrano emergere, in grado forse di svelare il suo messaggio enigmatico.

Figura 1. Una pagina del manoscritto conservata presso l’Università du Yale. Immagine tratta da Wikipedia.

Il misterioso Manoscritto Voynich è un tomo in pergamena, composto da 102 fogli (e 204 pagine), delle dimensioni di 16×22 cm e corredato da numerose illustrazioni dipinte a mano. Si sospetta che, in origine, fosse composto da altri quattordici fogli, ora perduti. L’appellativo Voynich deriva dal nome di un antiquario polacco – Wilfrid Michael Voynich – che ne entrò in possesso nel 1912, avendolo acquistato dai gesuiti di Villa Mondragone, a Frascati, i quali contavano di provvedere alle impellenti ristrutturazioni di cui necessitava la loro sede col ricavato ottenuto dalla vendita di alcuni pezzi pregiati appartenenti alla loro biblioteca, fra cui il nostro manoscritto.

Esso è vergato, e qui comincia il fitto mistero che lo avvolge, in una lingua incomprensibile, sconosciuta, e reca delle illustrazioni grazie alle quali gli studiosi moderni lo hanno suddiviso in cinque sezioni, sebbene con un metodo arbitrario basato proprio sul loro presumibile argomento.

Figura 2 -Una-pagina-del-manoscritto-conservata-presso-l’Università-du-Yale.-Immagine-tratta-da-wikipedia

A prima vista, il manoscritto assomiglia a un erbario, genere molto diffuso all’epoca della sua presumibile redazione (la datazione più probabile, suffragata dall’uso del carbonio 14, è compresa fra il 1404 e il 1438), quantunque col procedere delle sezioni questa identificazione divenga via via più problematica, potendovisi rintracciare illustrazioni di argomenti all’apparenza molto diversi, dalla biologia all’astronomia e alla farmacologia.

Anche la vicenda della trasmissione del manoscritto è molto interessante. Fu lo stesso Voynich, infatti, a ritrovare al suo interno una lettera del medico personale di Rodolfo II di Boemia indirizzata ad Athanasius Kircher, famoso poligrafo del XVII secolo, che doveva accompagnare la spedizione del volume a Roma, perché si tentasse di decifrarlo. Al medico il manoscritto sarebbe pervenuto per testamento da parte di un suo amico, un oscuro alchimista di nome G. Baresch. Nella lettera di accompagnamento si dà inoltre notizia della probabile redazione del manoscritto da parte di Ruggero Bacone, il doctor mirabilis, filosofo e scienziato inglese del XIII secolo.
Tuttavia, come si accennava, che Bacone ne sia l’autore appare poco probabile, se non altro per una mera questione anagrafica, dato che, all’epoca della presumibile compilazione del manoscritto, il grande scienziato era sicuramente morto.

Figura 3-Una-pagina-del-manoscritto-conservata-presso-l’Università-du-Yale.-Immagine-tratta-da-Wikipedia

Secondo un’altra teoria, che conduce comunque alla corte di Rodolfo II di Boemia, l’autore dell’opera sarebbe Edward Kelley, un falsario inglese del XVI secolo, giunto a Praga insieme all’insigne astrologo John Dee nel 1584. Nelle intenzioni di Kelley, il manoscritto avrebbe dovuto fruttargli una bella somma di denaro, somma che in verità pare che egli abbia ottenuto, se si deve prestar fede alle notizie della vendita allo stesso Rodolfo II per la cifra mirabolante di 600 ducati. Ma anche questa teoria pare poco plausibile, dato che dalle fonti si evince che agli occhi dell’imperatore boemo la strana coppia Kelley-Dee non apparisse molto interessante e degna di fiducia.

Da ultimo, dopo oltre tre secoli di indagine, un’ulteriore ipotesi è stata formulata dallo studioso australiano Stephen Skinner, che ha atteso alla comprensione del testo per oltre quarant’anni. Secondo Skinner, l’origine del manoscritto sarebbe da rintracciare nell’Italia settentrionale, precisamente in ambiente ebraico. A suffragio della sua tesi (tutta da dimostrare, anche secondo colui che l’ha formulata), l’autore australiano cita alcune peculiarità rintracciate all’interno delle illustrazioni che corredano il manoscritto, come la presenza di un “castello con merli a coda di rondine” – tipico delle fortificazioni ghibelline del Nord Italia nel XV secolo – e quella di un gruppo di donne nude che si bagnano in un liquido verde collegato a tubi intestinali. Quest’ultima raffigurazione, secondo Skinner, rappresenterebbe i c.d. mikvah, bagni purificatori che servivano alle donne per nettarsi dopo il parto o le mestruazioni.

Anche se Skinner si dice ragionevolmente fiducioso circa la bontà della propria teoria, la sua tesi è comunque ancora attesa al vaglio della comunità scientifica internazionale.

E solo dai risultati di questa verifica, forse, si potrà giungere finalmente alla soluzione di uno dei più fitti misteri della storia moderna.

Bibliografia:
–  Paolo Cortesi. Il manoscritto Voynich. Sito CICAP, 17 nocembre 2004.
–  Giacomo Talignani, Il mistero dell’indecifrabile manoscritto di Voybich. “E’ stato scritto da un italiano”, La Repubblica, 5 luglio 2017.

Filippo Innocenti, 17 febbraio 2020. Pubblicato su Il Sestante il 10 novembre 2017.

 

Figura 4-Una-pagina-del-manoscritto-conservata-presso-l’Università-du-Yale.-Immagine-tratta-da-Wikipedia
Una pagina del manoscirtto conservata presso l’Università du Yale. Immagine tratta da Wikipedia