Taliercio e le altre vittime. La linea della trattativa e quella della fermezza nella lotta contro il terrorismo.

 

 

«Cara Signora Taliercio, vorrei ringraziarla per le toccanti parole in occasione dell’esito del mio rapimento. Il sacrificio di suo marito ha permesso alle autorità di scrivere la parola FINE alle atrocità commesse dalle Brigate rosse. Sono felice che lei abbia sentito un senso di vicinanza al momento della mia liberazione. Come sa, i due sequestri sono stati eseguiti dalle stesse persone. Con sincera ammirazione James L. Dozier».

Con queste parole, scritte su un biglietto, il generale americano James Lee Dozier, rapito dalla Brigate rosse e appena liberato (28 gennaio 1982) dalle forze speciali, ringraziava la vedova  di Giuseppe Taliercio, il dirigente del Petrolchimico di Marghera che, nel 1981, qualche mese prima, era stato rapito ed assassinato dalle stesse BR. In occasione della liberazione di Dozier la vedova Taliercio, Gabriella, aveva dichiarato: «E’ un po’ come se Pino fosse tornato a casa. Sono contenta perché la vita ha vinto sulla morte. Mio marito ora è nella pace di Dio».

Nella primavera del 1981 sono quattro i sequestri messi in atto dalle Brigare rosse. Oltre a Taliercio vengono rapiti: Roberto Peci, fratello di Patrizio, il primo grande pentito di terrorismo; l’assessore campano ai lavori pubblici, il democristiano Ciro Cirillo; il dirigente dell’Alfa Romeo di Milano Renzo Sandrucci. Due ostaggi verranno uccisi, appunto Taliercio e Roberto Peci. Gli altri due, Sandrucci e Cirillo, verranno graziati dai terroristi sebbene sulla vicenda dell’assessore campano si allunghino le ombre dell’intervento dei servizi segreti oltre al pagamento di un ricco riscatto che i terroristi divideranno con la camorra.

In sostanza in quella primavera si giocarono le sorti del Paese. Le BR, ormai ridotte allo stremo e decimate dagli arresti, tentano il colpo di coda compiendo il gesto di forza dei quattro sequestri gestiti pressoché in contemporanea. La strategia viene messa a punto dopo il successo del sequestro del giudice Giovanni D’Urso, in servizio presso la Direzione Generale degli istituti di prevenzione e pena. Il magistrato fu rapito il 12 Dicembre 1980  per essere rilasciato il 10 gennaio 1981 dopo che il governo aveva in qualche modo ritenuto di “andare incontro” alla richiesta di chiudere il penitenziario dell’Asinara, il carcere di massima sicurezza riservato alla reclusione dei terroristi. Era accaduto che il P.S.I. di Bettino Craxi, anche in quella occasione capofila del partito della trattativa, aveva emesso un comunicato nel quale si sosteneva che la chiusura dell’Asinara, il cui regime carcerario era particolarmente duro, era già stato sollecitato da più parti ed era da considerare un provvedimento giustificato. Il giorno successivo, il 26 Dicembre 1980, il Ministro di Grazia e Giustizia Adolfo Sarti aveva disposto lo sgombero del carcere. In realtà tutto andrà all’aria in conseguenza del tentativo di evasione di alcuni brigatisti dal supercarcere di Trani, la successiva repressione delle forze speciali, la risposta delle Brigate rosse con l’assassino del generale dei carabinieri Enrico Riziero Galvaligi, collaboratore di D’Urso, perpetrato il 31 dicembre 1980. Il carcere dell’Asinara non verrà chiuso ma il giudice D’Urso verrà comunque liberato il 15 Gennaio 1981.

Ex carcere dell'Asinara. Immagine tratta dal sito Gite Asinara
Ex carcere dell’Asinara, dismesso nel 1998. Immagine tratta dal sito Gite Asinara.

Quanto abbia pesato questa vicenda nella elaborazione della successiva strategia terroristica (quella dei quattro sequestri pressoché contemporanei) è ovviamente materia alquanto opinabile. Tuttavia non può essere considerata ininfluente la scelta del governo di accogliere in qualche modo la richiesta dei terroristi disponendo lo sgombero, seppure non proprio la chiusura, del supercarcere dell’Asinara. Non può essere considerata ininfluente perché ora ai terroristi si apriva inaspettatamente una prospettiva politica, quella di trattare con lo Stato per ottenere risultati parziali e limitati. L’obiettivo non è più la rivoluzione, forse il sogno romantico dei primissimi brigatisti, ormai irrimediabilmente compromesso dalle vicende e divenuto palesemente anacronistico. L’intento evidente è quello di porsi come contraltare della classe politica procedendo al ricatto delle istituzioni sì da determinare una situazione di guerra guerreggiata, per certi aspetti analoga a quella libanese, nella quale lo strumento militare diventa spendibile e risulta anzi indispensabile. Non che questa prospettiva fosse realistica ma poteva configurarsi come piano residuale dei terroristi. In ogni caso non andrà così. Lo Stato sostanzialmente non cederà e anche nel caso Cirillo verrà pagato un riscatto ma non verranno accolte richieste politiche. Fallito l’ultimo obiettivo, il destino delle Brigate rosse si compie: continueranno ad uccidere  per tutti gli anni ’80 ma senza più alcuna prospettiva politica, neanche più quella del ricatto spicciolo. Nessuna trattativa sarà più possibile. La defezione diventerà per i militanti l’unica possibilità. La sconfitta diventerà definitiva.

CDL, 1 marzo 2020