UCRAINA – IL “DOPO PACE”, GESTIONE E DIVERGENZE IN UE

di Sauro Mattarelli

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ci pone di fronte a un cambio dei paradigmi geopolitici su cui ci siamo ambiguamente “trascinati” dopo la caduta del muro di Berlino. Alcuni osservatori hanno posto in evidenza come, nel 1991, l’Occidente non abbia saputo trarre le giuste lezioni dagli errori commessi nel 1919 col trattato di Versailles, dove si preferì umiliare il “popolo sconfitto” anziché chiamarlo verso un percorso democratico. Va precisato, al riguardo, che gli scenari dopo il 1989 erano diversi da quelli di settant’anni prima.
La globalizzazione si stava affermando al passo di prodigiose innovazioni tecnologiche, scalfendo profondamente non solo una grande potenza del cosiddetto socialismo reale, ma anche lo stile di vita che aveva connotato le democrazie euro-atlantiche, ancora sbilanciate sul versante statunitense, anche per i lenti e deboli progressi dell’integrazione europea. Su quest’ultimo tema si rinvia al “corsivo” di Pietro Caruso¹.
La dinamica del modello di sviluppo del capitalismo e fattori demografici ben analizzati da molti studiosi (su queste pagine ci siamo particolarmente soffermati sui lavori di Thomas Piketty), hanno favorito l’aumento del divario tra paesi avanzati sul piano economico (e per disponibilità di risorse), sotto l’aspetto militare e, soprattutto, su quello scientifico-tecnologico e culturale, per cui, oltre che al monito formulato da Keynes all’indomani della Grande Guerra, si poteva almeno porre maggiore attenzione ai rilievi di alcuni intellettuali, come Norberto Bobbio, che avevano ben spiegato che con la caduta del comunismo sovietico non erano svanite le cause per cui il comunismo era nato, né erano scomparsi i rischi dispotici.
La combinazione di queste e altre varianti ha fatto sì che la frettolosa e autoproclamata vittoria dell’Occidente fosse in realtà una vittoria dimezzata e piena di ombre. Ne è testimonianza tangibile la crescita esponenziale dei paesi asiatici, con in testa la Cina, mentre i paesi NATO restavano intruppati in azioni militari “di pace”, che in realtà erano guerre locali, “asimmetriche”, in gran parte scaturite da lasciti coloniali, da grossolani errori di valutazione (ad esempio nei confronti del mondo mussulmano), nonché da rigurgiti nazionalistici (o sovranisti) di stampo “glocalista”, innescati anche come reazione alle spinte globalizzanti.
La Russia, in questo contesto, si è vista inizialmente ridimensionata per territori e come potenza capace di influire sullo scacchiere mondiale. Ripudiato il marxismo-leninismo (emblematico il violento attacco del presidente russo Putin a Lenin, reo, a suo dire, di aver riconosciuto l’autonomia del popolo ucraino) in questo paese si è affermata una casta autocratica sorretta da magnati arricchitisi in brevissimo tempo e sorta “magicamente” dalle ceneri del regime sovietico. Sullo sfondo: umori nazionalisti, sovranismi strumentalizzati in senso populista che andavano a sovrapporsi orwellianamente alle ideologie che avevano alimentato le rivoluzioni del 1905 e del 1917. Con una economia non certo al passo delle maggiori potenze, come spesso avviene per queste tipologie di regimi, le energie sono state rivolte al potenziamento dell’esercito e, in questo caso, al settore degli armamenti nucleari, inclusi i missili balistici in grado di colpire ogni parte del pianeta.
La Russia resta, perciò, una potenza nucleare di primissimo piano, con un assetto di governo che, dopo alcuni timidi percorsi interessanti, prematuramente spenti, oggi appare ontano dagli ideali democratici a cui fanno (confusamente) riferimento i Paesi occidentali. Finora la figura di Putin ha assicurato una leadership a “pieni poteri”, col rischio non indifferente che la fortissima limitazione del dissenso, unita
a un sistema di vassalli e yesmen, abbia indebolito quelle analisi critiche di fondo, indispensabili per governare vastissimi territori.
Si tratta di fatti noti da tempo ed emersi prepotentemente coi drammi umanitari delle guerre cecene e siriane: chiari, dunque, anche ai leader occidentali che col governo russo avevano intrapreso rapporti d’affari intensi e privilegiati. Talvolta opachi e amichevoli.
In questa sede non ci soffermiamo ad analizzare i pretesti o le cause specifiche, peraltro note (sia quelle dichiarate
dalle parti in causa, sia quelle non dichiarate o non ammesse), che hanno portato le truppe di Mosca sul suolo ucraino: dalle vicende della elezione di Zelens’kyi, alla possibile adesione alla NATO da parte di Kiev, fino al perdurare della drammatica questione delle regioni ucraine “russofone”.
Oggi il punto nodale è la presa d’atto che, al di là delle “ragioni pregresse”, ci troviamo di fronte a una aggressione, a cui l’esercito e gran parte della popolazione ucraina hanno reagito con una strenua resistenza.
Ora, lo scoppio di una nuova sanguinosa guerra sul suolo europeo ci ha proposto, sotto altra luce, il problema della fine dell’età della sicurezza, in parte già noto, ma a cui si era risposto in ordine sparso. L’Europa riscopre, ancora una volta, la sua pericolosa fragilità e debolezza, già evidente nei giorni della drammatica guerra nei paesi dell’ex Jugoslavia, negli anni degli attacchi terroristici, ma soprattutto nel periodo della crisi economica post 2008, scaricatasi a caro prezzo sul Vecchio continente e, specialmente, su alcuni
stati (meridionali). A quegli scossoni sono seguiti nuovi rigurgiti “sovranisti”, culminati con la “Brexit”.

Nel frattempo, la NATO si era allargata ad Est, mentre l’Europa non è riuscita a trovare una parvenza di unità politica, dopo aver accolto nel suo seno molti paesi provenienti dall’orbita dell’ex Urss. Le spinte populiste (ed anti-europeiste) si sono anzi acuite con la crisi economico-demografica e col dramma dei flussi migratori: particolarmente intensi, dopo le cosiddette primavere arabe e la caduta (manu
militari, su iniziativa “occidentale”) del regime libico.
Sullo sfondo, la crescita esponenziale dell’economia (e della potenza) cinese e il fiorire dei rapporti commerciali (e delle “facili dipendenze”) verso Est. Poi la pandemia, dirompente anche sotto l’aspetto economico e sociale e, adesso, l’attacco all’Ucraina, con l’acuirsi di problemi umanitari, inimmaginabili fino a poche settimane fa. Il flusso di milioni di profughi dall’Ucraina verso i Paesi
dell’Unione europea ha posto, in modo ineludibile, la necessità del sostegno alle popolazioni colpite e resistenti in armi.
Un minimo di unità si è registrato in Europa su questo punto, dopo anni di buio. Paesi che, tradizionalmente, si erano dimostrati ostili verso ogni forma di accoglienza da territori sconvolti dalle guerre (Afghanistan, Yemen, Siria, Paesi africani…) in pochi giorni hanno cambiato quasi unanimemente opinione di fronte al nuovo scenario, con riguardo al dramma che colpiva i loro vicini confinanti. Ciò
consente di predisporre un sistema di solidarietà imponente per milioni di persone. Gli effetti economico sociali di questa migrazione di vastissime proporzioni condizioneranno comunque l’intero Vecchio continente negli anni a venire.
Si è quindi trovata una intesa di massima sulla condanna della guerra di aggressione, sull’assistenza ai migranti provenienti dalle zone di guerra, sull’esigenza di giungere presto a un cessate il fuoco e poi, alla pace.
Le divisioni sono però sorte, sulla tattica migliore di reazione a quella aggressione e, quindi, sulle modalità e sui mezzi per conseguire gli obiettivi prima citati.

SANZIONI
Il primo strumento disponibile, quello delle sanzioni, è stato in teoria approvato da quasi tutti i paesi NATO ed europei, ad eccezione
dell’Ungheria, oltre che da altri paesi del mondo. Non senza forti distinguo e laceranti divisioni. Alcuni sostengono che le sanzioni, da sole, non costituiscano uno strumento sufficiente. Altri, all’opposto, hanno manifestato il timore di destabilizzare pesantemente un colosso dai piedi economici fragili, ma temibile sul piano militare.
Molte di queste titubanze, in realtà, celavano la consapevolezza delle ripercussioni gravemente negative che le stesse sanzioni produrranno in certi paesi, come l’Italia e la Germania, fortemente dipendenti dalle importazioni di gas e prodotti agricoli russi: impreparati sia sul piano delle riserve energetiche, sia su quello dell’autonomia alimentare. Pochi si sono invece posti interrogativi riguardo gli effetti di medio e lungo termine prodotti da scelte come l’esclusione della Russia dal sistema SWIFT, la chiusura parziale o totale di ogni forma di scambio di gas, petrolio, fonti energetiche, cereali, fertilizzanti, la richiesta russa di essere pagata in rubli… I dubbi non dovrebbero riguardare tanto o solo il riverbero diretto sulla nostra quotidianità, ma la reazione di stati come Cina, India, paesi
produttori di petrolio, Paesi africani.
In altri termini, si dovrebbero cominciare a delineare quadri precisi sui profondi cambiamenti prodotti da questa guerra e dalle “sanzioni” sul quadro mondiale. Questa disamina, parallelamente, impone di considerare l’impatto ambientale delle sanzioni stesse e la possibilità, già flebile in precedenza, che trovino ascolto gli appelli degli scienziati sui rischi planetari in caso di abbandono totale o parziale delle
timide misure intraprese su questo tema.
Infine, alcune parti, nel contempo, sembrano auspicare il prolungamento di una guerra (o guerriglia) logorante sul suolo ucraino. L’obiettivo, in questo caso, sarebbe di trasformare cinicamente la tragedia bellica in un evento capace di scuotere il sistema che regge il dispotismo russo.
Anche da questa prospettiva, a parte la valutazione sul tragico bagno di sangue che ne conseguirebbe e sulle possibili conseguenze militari, andrebbe meglio approfondita l’analisi prospettica, almeno dal punto di vista di noi europei: si tratterebbe di un
rafforzamento o di un indebolimento dell’Europa? Sarebbe un vantaggio esclusivo per i “blocchi” cinesi e americani? Le domande restano aperte.

Aiuti militari alla resistenza ucraina e spese militari

Su questo punto si sono registrate le divisioni più gravi all’interno dell’opinione pubblica dei paesi NATO.
Potremmo elencarle individuando tre gruppi ed escludendo, metodologicamente, le posizioni (minoritarie) apertamente filorusse.

a) Coloro che, pur comprendendo e appoggiando la resistenza ucraina, sono contrari ad ogni tipo di fornitura di armi. Su questo campo possiamo annoverare molti movimenti pacifisti e chi, guardando con orrore al bagno di sangue in corso, ritiene che l’invio di equipaggiamenti militari prolunghi, anziché accorciare, la durata stessa del conflitto, con il disastro umanitario che ne consegue.

b) Coloro che riconoscono il “diritto di resistenza” del popolo ucraino e quindi ritengono che un sostegno attraverso la fornitura “a
scelta ragionata” di armi indebolisca l’aggressore, inducendolo a un compromesso e a trattative che conducano alla cessazione delle ostilità. Su questa posizione si sono schierati molti Paesi NATO (tra cui l’Italia).

c) Coloro che ritengono che all’aggressione russa si debba rispondere allo stesso modo con cui si reagì, ad
esempio, all’aggressione irachena del Kuwait, ovvero con un intervento militare più o meno diretto, a cominciare da un appoggio aereo NATO all’esercito ucraino. Di questa opinione sono i cosiddetti “falchi” della NATO e, almeno in un primo tempo, lo stesso governo ucraino presieduto da Zelens’kyj.

In questo scenario si staglia la decisione di gran parte dei Paesi europei, tra cui l’Italia e la Germania, di dare corso all’adeguamento del tetto delle spese per gli armamenti, in un quadro peraltro già previsto anni fa nell’ambito dell’Alleanza atlantica.
Stando alle prime dichiarazioni, il piano tedesco porterebbe questa nazione a ritornare in breve tempo nel rango di grande potenza militare
dello scacchiere mondiale. Per un paese come l’Italia invece si tratterebbe di un investimento sul miglioramento dell’efficienza delle forze
militari e degli standard. Si impongono nuovi interrogativi: come saranno gli “assestamenti” post-bellici con una simile quadro? Per gli europei, ma soprattutto per l’Italia (gravata da un pesantissimo debito pubblico), è sostenibile un’impennata delle spese militari?
Andrebbe a scapito delle spese sociali e degli interventi sull’ambiente?
È logico che i paesi europei, su questo tema, procedano a ranghi sparsi, o su dettati della NATO, anziché su una linea politica comune europea? E ancora: in che modo si riassesteranno i piani di distribuzione dei prodotti agro-alimentari e di quelli energetici?
Con quali conseguenze? Quanto è utopistica la controproposta di Papa Bergoglio, secondo cui la soluzione non sta in “altre armi, altre sanzioni, altre alleanze politico-militari, ma [in] un’altra impostazione, un modo diverso di governare il mondo ormai globalizzato, un modo diverso di impostare le relazioni internazionali”?
Se tutti concordiamo che questa “utopia” possa essere kantianamente intesa come meta verso cui tendere, quale sarebbe il passaggio intermedio più logico da compiere?

Ipotesi divergenti sulla costruzione della pace

Sappiamo bene che le uniche risposte vere a questi interrogativi saranno le scelte effettuate in questi giorni. Il resto finirà nel campo della storia controfattuale, esattamente come il monito di Keynes. Siamo, inoltre, coscienti di essere collocati (geopoliticamente) “da una parte”, per cui le dispute grossolane e stucchevoli tra presunti “amici di Putin” e “guerrafondai”, tra “pavidi” e “intrepidi”, non aiutano a guardare lucidamente la situazione.
In altri termini, per offrire il miglior sostegno alla resistenza ucraina con una razionalità che non conduca a un allargamento del conflitto o addirittura a un olocausto nucleare, pare obbligatorio almeno l’ascolto di tutte le posizioni assunte in buona fede. Solo questo atteggiamento può consigliare i governi e indirizzarli a scelte opportune verso la fine di questa tragedia.
Purtroppo in questi giorni le diverse opinioni hanno scatenato manicheismi e dispute non certo nuove in tempi di guerra, ma capaci di generare ulteriore confusione in un quadro, già pesante, di crudeltà e di gravissime violazioni dei diritti umani, difficili da fermare, anche perché in campo sono scese forze “speciali” che non si sa fino a che punto rispondano ai comandi dei rispettivi eserciti, mentre le
notizie degli eccidi e delle violenze perpetrate da parte delle forze d’occupazione allontanano per ora molte soluzioni dal tavolo delle trattative.
Non è dunque semplice stabilire a priori quale di queste posizioni sia la più idonea per giungere a una rapida cessazione del conflitto, con le carte che appaiono in continuo rimescolamento.
Tra le ragioni che hanno reso prudente la maggioranza dei paesi NATO c’è, come si diceva, la possibilità che un allargamento del conflitto scateni una vera e propria guerra mondiale con in campo le potenze nucleari.
I “falchi” ritengono invece che la minaccia nucleare costituisca un bluff che nessuno oserà porre in atto nel concreto e che comunque, in caso di una risposta inadeguata, il problema si ripresenterà più avanti, aggravato.
Gli stessi intransigenti, inoltre, paventano che un sostegno dimezzato comporti il disumano e sanguinoso prolungamento di un conflitto di media intensità nel cuore dell’Europa e che questo costituisca un rischio peggiore. Fra coloro che avrebbero voluto limitare l’azione alle sole sanzioni, molti sono convinti che l’arma economica (applicata con rigore) e dell’isolamento internazionale costituisca, di
per sé, un’opzione in grado di sconvolgere gli equilibri mondiali. Dunque un mezzo già da solo abbastanza devastante, per avviare un percorso che possa condurre alla fine delle ostilità e, in prospettiva, possa anche portare a una destabilizzazione della Russia, fino a
un cambio di regime al Cremlino, senza passare dal piano militare.
Una posizione che si affianca in modo significativo al pensiero di coloro che sostengono che la vera posta in palio è un modello di civiltà, un “sistema di valori” e che, fermo restando gli attuali equilibri, al massimo si potrà aspirare ad un lungo armistizio; ma in tal caso la pace resterebbe, forse per decenni, comunque sempre “sospesa” e sempre “armata”, perché la disputa verte su due rappresentazioni antitetiche del mondo.

A latere di queste considerazioni vanno valutate le posizioni, non trascurabili, di paesi, Cina in testa, che, sulla carta, dichiarano in premessa che i conflitti non sono mai un’arma per conseguire un obiettivo, ma che rifiutano ogni forma di sanzione e, per ora, di sostegno militare a una qualsiasi delle parti.
La gran parte di costoro è dell’avviso che l’Occidente, la democrazia occidentale, non rappresenti un modello da seguire e che occorra invece prepararsi, a una “multilateralità” riequilibrata in modo da non esasperare i conflitti e da ridurre le diverse forme di minacce per il pianeta. Simili prospettive sono discusse anche da colossi come India, alcuni paesi del Centro e Sud America, Paesi africani, alcuni paesi e movimenti del mondo arabo.
In breve: il quadro, pur sommariamente delineato, ci dà la netta sensazione che dopo questa invasione nulla tornerà come prima. Avremo un mondo diviso non solo sul piano delle alleanze, ma sul modo di porsi di fronte alle sfide globali: sulla concezione delle dinamiche economiche e territoriali, con lunghi periodi di stagflazione che potrebbero devastare l’Europa e i tenori di vita a cui siamo abituati.
Dovremo riflettere sui futuri scenari finanziari per valute come dollaro ed euro e sulle nuove modalità di fruizione del progresso tecnologico. Molte economie dovranno ripianificarsi nel campo della diversificazione riguardante: gli investimenti sulle energie alternative, il risparmio energetico, gli stessi ritmi di sviluppo. La osteggiata, temuta e vilipesa “decrescita” sembra così quasi far capolino, anche se  nessuno osa pronunciarne il nome, per ora celata sotto le sembianze del noto apoftegma metaforico pronunciato di
Mario Draghi: “volete la pace o i condizionatori accesi questa estate”?
Intanto, divisioni etniche, religiose e nuovi confini geopolitici renderanno più ardui i processi di integrazione.
Una “inconciliabilità” generalizzata forse difficilmente sopportabile dal pianeta, specie se si determinerà una rincorsa al riarmo abbinata all’abbandono delle politiche di salvaguardia ambientale e di lotta alle disuguaglianze, alla fame, alle malattie di cui si diceva. Il primo, modestissimo, contributo da offrire in simili circostanze è la convinzione che la fine delle ostilità potrà costituire l’avvio di un nuovo
equilibrio di pace solo se, fin da ora, si saprà concepire e disegnare un chiaro assetto del “dopo pace”. Con la consapevolezza che tutti dovranno rinunciare a qualcosa.

¹     O SI FA L’EUROPA FEDERALE O ADDIO ANCHE ALL’UE di PIETRO CARUSO https://www.democraziapura.it/wp-content/uploads/2022/04/SR_Apr_22.pdf