In questo triste periodo di guerra, spesso si trova chi estende la critica e l’astio per le azioni di un governo o di un’organizzazione a tutto un popolo.
Vorremmo tornare al nostro risorgimento, tutto contrassegnato dal conflitto con l’impero austriaco, ma anche con l’impero di Napoleone III con qualche esempio su come grandi uomini e grandi donne seppero distinguere un regime dal corrispondente popolo.
C’è una frase che percorre tutto il risorgimento e fu ripetuta spesso per separare l’astio verso il governo austriaco dai popoli dell’impero: “ripassate l’Alpi e tornerem fratelli “
La frase deriva da un passaggio dell’opera di Giovanni Niccolini ( 1782 – 1861) patriota e drammaturgo “Giovanni da Procida “ 1831, relativa ai Vespri siciliani, la frase «Il Franco | Ripassi l’Alpi e tornerà fratello” fu accettata dalla censura perché parlava degli Angioini, ma fu chiaro a chi si riferiva .
Giuseppe Montanelli, deputato toscano e patriota federalista, parlando in parlamento durante la Prima guerra d’indipendenza, cita Niccolini per sottolineare la fratellanza tra i popoli. «Ripassi l’Alpi il Tedesco, e tornerà fratello». Mazzini nel capitolo “doveri verso la Patria “ ne “i doveri dell’ uomo” cita parafrasandolo anche lui Niccolini «L’Austriaco, ripassate l’Alpi, e tornerete fratelli».
Ma non furono solo parole
Vari episodi in questo senso possono essere ritrovati nelle vicende della Repubblica Romana del 1849
Come è noto, a pochi mesi dalla fuga di papa Pio IX a Gaeta e la proclamazione della Repubblica un contingente francese sbarcò a Civitavecchia e pur sostenendo di non aver intenzioni ostili, il sospetto che si volesse reprimere la rivoluzione si diffuse in tutta la città dove risiedevano numerosi cittadini francesi.
Immediatamente il triunvirato emise un proclama il 28 aprile ove, riaffermata la volontà di difendere l’indipendenza della Repubblica, “non rende il popolo francese mallevatore delle colpe e degli errori del suo governo… il triunvirato decreta: gli stranieri , e segnatamente i francesi dimoranti pacificamente in Roma , sono posti sotto la salvaguardia della Nazione, sarà considerato come reo di leso onore Romano qualunque proponesse di far loro oltraggio o molestia …” (1)
Confermando i peggiori timori il 30 aprile 5000 francesi del generale Oudinot cercarono di entrare a Roma attraverso porta Cavalleggeri e Porta Angelica furono fermati da Ignazio Palazzi con la guardia civica e presi alle spalle da un attacco alla baionetta di Garibaldi alla testa della Legione italiana, i francesi si ritirarono lasciando dietro di sé oltre 500 morti e 365 prigionieri.
Anche se le trattative per uno scambio di prigionieri non ebbero esito il triunvirato emanò un proclama
«Considerando che tra il popolo francese e Roma non può essere stato di guerra; che Roma difende per diritto t dovere la propria inviolabilità, ma deprecando, siccome contro la comune credenza, ogni offesa tra le due repubbliche che il popolo romano non rende mallevadore dei fatti governo ingannatore i soldati che combattendo ubbidirci il Triumvirato decreta:
Art. 1.1 francesi fatti prigionieri nella giornata del 30 sono liberi, e verranno inviati nel campo francese.
Art. 2. Il popolo romano saluterà di plauso e dimostrane fraterna, al mezzogiorno, i bravi soldati della repubblica sorella
E quando furono liberati
“Una folla festosa li circondò, li abbracciò, li baciò, li portò allegramente verso il Quirinale, dove quattordici ufficiali furono ricevuti da Mazzini. Poi tutti gli uomini, ormai ex prigionieri, discesero dal colle di Montecavallo, per prendere parte a un gigantesco banchetto in piazza a base di abbacchio. Infine, sempre accompagnato da una grande folla e dalla Guardia nazionale, il corteo dei france si attraversò la città: via del Corso, via dell’Orso, Castel Sant’Angelo, piazza San Pietro.
Affascinati dallo spettacolo della grande basilica e storditi dall’inaspettata accoglienza, gli uomini lanciati una settimana prima all’assalto di Roma ascoltarono in chiesa un breve discorso del deputato bolognese Quirico Filopanti:
«Francesi e italiani, in questo luogo santo e sublime preghiamo insieme l’Onnipotente per la liberazione di tutti i popoli dalle catene della tirannia, per la fraternità universale».21
Poi il corteo si mosse verso porta Cavalleggeri, da dove gli oltre trecento soldati e ufficiali furono fatti uscire per raggiungere i compatrioti attestati alcuni chilometri più in là, fra Malagrotta e Castel di Guido” (2)
D’altra parte, durante tutto l’assedio il corpo di soccorso sanitario, istituito dal triunvirato e guidato da Cristina Trivulzio di Belgioioso, (che raccoglieva donne di tutti i ceti sociali, comprese prostitute e per questo fu vigliaccamente diffamato dalla stampa clericale) prestò soccorso a tutti i feriti compresi i soldati nemici, Come ci narra Cinzia del Maso in Femminaccie: la Repubblica Romana e le prime crocerossine della storia
Il Comitato di soccorso sanitario, istituito dalla Repubblica Romana nel 1849 durante il durissimo scontro con le truppe francesi, precedé di cinque anni il corpo di infermiere istituito da Florence Nightingale per la guerra di Crimea (1854). Lo guidò la principessa Cristina Trivulzio di Belgiojoso e ottenne il plauso dei repubblicani e persino dei soldati d’oltralpe (3)
Garibaldi combatté duramente contro i francesi del 1849 e nel 1867 il corpo di spedizione inviato da Napoleone III a difendere il Papa contribuì ad infliggere a Garibaldi la sua peggiore sconfitta militare a Mentana nel 1867.
Ciononostante, durante la guerra Franco Prussiana del 1870 71 non appena cadde il regime monarchico e fu proclamata la repubblica, Garibaldi si mise ufficialmente a disposizione dell’esercito francese per la difesa contro i Prussiani. Il governo e lo stato maggiore francesi, dominati dai moderati e conservatori, aspettarono un mese per accettare la proposta. Il 7 ottobre 1870 sbarca a Marsiglia, accolto dalla popolazione, in particolare la comunità italiana, festante pronunciò la frase che in breve fu celebre in tutta Europa “Vengo a dare alla Francia ciò che resta di me… alla fine della mia vita sono fiero di servire la santa causa della Repubblica”. Gli fu assegnato un corpo di qualche migliaio di volontari per lo più male armati e peggio addestrati, e operò nell’ area di Digione. Riportò diverse vittorie contro i Prussiani e fu l’unico comandante della parte francese a conquistare una bandiera del nemico. Fu eletto deputato all’ assemblea nazionale francese, ma l’ostilità dei conservatori lo costrinse ad abbandonare la carica (4)
Ma c’è un episodio, poco conosciuto, che è ancora più significativo
Il 9 febbraio 1862 il Danubio straripò causando gravi danni alla popolazione Viennese.
Garibaldi lanciò una sottoscrizione per aiutare le popolazioni colpite, riportiamo qui sotto due lettere, una lettera aperta agli Italiani che a sua volta ne riprende una ai sindaci d’ Italia, riportato nell’ epistolario del Generale
Agli Italiani
Villa Spimola, 13 marzo 1862
Vienna fu sommersa, e molte famiglie del povero ridotte alla miseria dal l’indazione. E perché gli Italiani non invieranno una parola di simpatia ai poveri danneggiati di Vienna? Non languono anch’essi, come i nostri fratelli del Veneto, sotto la pesante dominazione di un despota? Non anelano anch’essi alla redenzione, e non lo provarono nel ’48, combattendo gli stessi nemici che noi combattevamo in Italia, per la stessa causa? È tempo di cessare dalle gare fratricide delle nazioni, su cui posarono il loro edificio i tiranni. SI, fratelli porgiamo la mano anche ai fratelli di Vienna, ed avrete un plauso dalla vostra coscienza, scintilla emancipatrice dell’universo.
Al signor Sindaco (s.l. e s.d.)
Illustrissimo signor sindaco, In questo risorgere dell’Italia a vita nuova ogni atto che valga a dimostrare che nell’animo dei nostri concittadini non può albergare egoismo, ogni sollecitudine che poniamo a dar pegno d’affetto e di fraternità agli altri popoli d’Europa, soprattutto nei loro giorni calamitosi, saranno altrettante prove che il nostro paese è degno di giungere all’altezza dei destini che lo attendono; degnissimo di assidersi, fra le altre nazioni, a quel posto che le virtù antiche e le nuove gli hanno indubbiamente preparato. Ella sarà lieta, illustrissimo signor sindaco, promuovendo fra i suoi amministrati le oblazioni in favore dei viennesi danneggiati dall’inondazione, di concorrente ad uno scopo si nobile e grandioso.
Firmato La Commissione presieduta dal Generale Giuseppe Garibaldi
Furono raccolte ingenti somme, ma la municipalità di Vienna, controllata da notabili filo imperiali, rifiutò l’aiuto , al che Garibaldi , con una certa perfidia, dirottò le somme raccolte verso finalità che di certo non facevamo piacere agli ambienti asburgici
Lo testimoniano due lettere , sempre tratte dall’ epistolario , del dicembre 1863
- 180 Ad Adriano Lemmi Caprera, [s.d.]
dicembre 1863
Caro Lemmi, Mi si dice che il mumcipio di Vienna abbia rifiutato il danaro che da noi si raccolse per quei danneggiati dall’inondazione. Se questo fatto è vero, io vi prego di porvi d’accordo colla Commissione Promotrice per fare che quel danaro venga versato al fondo del milione di fucili. Credetemi Vostro
- A Teresa Pulszky
Caprera, 20 dicembre 1863
Nobilissima mia signora, Accetto, applaudo anzi al di lei pensiero e appena abbia ritirata la somma rinviata dal municipio di Vienna glie la farò trasmettere per i poveri Ungheresi. Frattanto riceverà dal signor senatore Plezza, da Torino, 630 lire che potrà inviare come un segno del mio affetto ai suoi bravi e sfortunati compatrioti. Tante cose alla sua famiglia, e per lei una parola di cordoglio e di affetto dal Suo Archivio del Museo Nazionale Ungherese, Budapest. (5)
La sottoscrizione del milione di fucili era una sottoscrizione nazionale per sostenere la creazione di corpi volontari armati per la liberazione dei territori ancora sottoposti allo straniero. Teresa Pulszky era la moglie del patriota ungherese Ferenc Pulszky)
L’iniziativa di Garibaldi del 1862 , trova un riscontro poco più di mezzo secolo dopo , e vede protagonista sfortunata, sempre Vienna , e la sinistra democratica in prima fila per distinguere i nemici istituzionali dalle sofferenze dei popoli
Vienna 1919.
La vita nei mesi che seguono la fine della Prima guerra mondiale è un inferno: la città è nella miseria più nera, con lunghe file davanti ai dormitori pubblici e alle poche mense benefiche. Quella che era stata solo pochissimi anni prima la magnifica capitale di un grande impero è in rovina: fame, borsa nera, rabbia sociale, frustrazione per la sconfitta e per il crollo dell’impero.
Nel rigidissimo inverno 1919/1920 mancano cibo e il carbone per scaldarsi; folle di donne e bambini danno l’assalto ogni giorno al Bosco Viennese, il Wienerwald, l’enorme cintura verde di boschi e prati che circonda, ancora oggi, la capitale austriaca, per procurarsi la legna per scaldarsi.
Sono i bambini, soprattutto, a subire le conseguenze più devastanti della penuria di cibo e di medicinali: magri e denutriti, sono vittime di malattie e epidemie e muoiono a centinaia.
Alla fine del 1919 il sindaco di Vienna lancia un drammatico appello al mondo: aiutateci, i nostri bambini stanno morendo di fame.
Le ferite lasciate dalla guerra sono evidenti anche a Bologna, come nel resto d’Italia; tuttavia, le condizioni sono migliori di quelle di Vienna.
Raccogliendo l’appello del Comune di Vienna, il comune di Milano e di Bologna organizzano 2 treni carichi di viveri e generi di soccorso, con medici, infermiere e educatrici, che partono il 23 dicembre 1919 con destinazione Vienna. Torneranno pochi giorni dopo, il 1° gennaio 1920, con centinaia di bambini viennesi che verranno amorevolmente assistiti nei mesi seguenti dai Comuni di Bologna, Reggio Emilia e Ravenna e altri comuni emiliano romagnoli.
Alla fine saranno oltre 6.000 i bambini viennesi accolti in Italia. Il Comune di Bologna giustamente ricorda nella propria toponomastica i principali protagonisti di quell’evento, intitolando vie al sindaco Francesco Zanardi e ai professori Mario Longhena e Ettore Bidone.
L’Italia non fu l’unico Stato ad accogliere i bambini viennesi. Ce ne furono anche altri, stimolati dall’esempio italiano. Ma fu la solidarietà italiana, (bolognese, emiliana e milanese) come significativo esempio di riconciliazione verso il nemico di pochi mesi prima, quella che impressionò la stampa mondiale. Il New York Times in particolare pubblicò sulla vicenda vari articoli.
Non è tutto.
Una bambina viennese orfana, una delle tante accolte in Olanda nel 1920 per sfuggire alla fame e al freddo, rimane là presso la famiglia che la ospita, che la cresce come una figlia. Si chiama Miep Gies.
Divenuta adulta, lavora come impiegata presso una piccola ditta commerciale di un imprenditore ebreo tedesco fuggito in Olanda da qualche anno per sfuggire alle leggi razziali hitleriane e diventa una di casa.
Ma l’Olanda viene occupata. Miep Gies protegge i suoi amici che vivono nascosti. E’ di madre lingua tedesca e si muove con abilità nella città occupata
È lei che porta il cibo, che li va a trovare, che li aggiorna su quello che succede fuori fino al tragico epilogo nel 1944, quando, a seguito di una delazione, i nazisti fanno irruzione nell’alloggio.
È lei che assiste alla cattura della famiglia e solo per pochi minuti non viene trovata insieme ai suoi amici ebrei, è lei che dopo l’arresto riesce ad entrare nel loro appartamento, è lei che trova un piccolo oggetto che può nascondere agevolmente sotto il cappotto e che decide di conservare per restituirlo ai suoi amici, è lei che non smette di sperare che ritornino dai campi di sterminio.
Al termine della guerra dei suoi amici uno solo ritorna, il padre : il suo nome è Otto Frank ed è a lui che Miep consegna il diario di sua figlia Anna consentendo a tutti noi di conoscere quella terribile, toccante testimonianza.
Marco Capodaglio Maurizio Cavazza
- Mack Smith Mazzini BUR 2000 documentazione fotografica da pag 230
- Fracassi “la meravigliosa storia della Repubblica dei Briganti” Mursia 2005 pagg 332 334
- Femminaccie: la Repubblica Romana e le prime crocerossine della storia – Indygesto
- (P. Milza Garibaldi Longanesi 2013 pagg 455 466)
- Edizione Nazionale degli scritti di Giuseppe Garibaldi volume V Cappelli 1935
https://www.archiginnasio.it/objects/una-storia-di-solidarieta-i-bambini-di-vienna-a-bologna
https://www.combattentiereduci.it/notizie/i-bambini-di-vienna
http://www.historiafaentina.it/Storia%20Attuale/bambini_vienna.html