I Monopoli: un ostacolo allo sviluppo economico, una minaccia per la democrazia

 

 

 Nel marzo 1955, il settimanale “il Mondo” organizzava un incontro dal titolo “Orientamenti di una politica contro i Monopoli”. Il convegno era il primo di una serie che aveva l’obiettivo di definire una risposta laica ai temi di attualità più stringenti. Infatti, “Il Mondo”, diretto da Mario PanMondo02nunzio, raccoglieva un’ampia parte degli intellettuali laici del tempo: Ernesto Rossi, Ennio Flaiano, Ugo La Malfa, Carlo Antoni, Vittorio De Caprariis, Nicolò Carandini, Luigi Salvatorelli, Arturo Carlo Jemolo, Giovanni Spadolini, Aldo Garosci, Vittorio Gorresio ed altri ancora.

I convegni de “Il Mondo” divennero ben presto noti per la grande capacità di analisi e di proposta su problemi di fronte ai quali la cultura cattolica e quella marxista mostravano invece un’evidente difficoltà di approccio. Il primo convegno ebbe come tema la questione dei monopoli che già allora appariva di strettissima attualità almeno agli occhi della componente più avvertita della cultura politica italiana.

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Programma del Convegno “Orientamenti di una politica contro i Monopoli”, Roma 12-13 marzo 1955.

La cultura laica poneva dunque già nel 1955 un problema che per la verità in altri Paesi era già stato affrontato. Negli Stati Uniti risale al 1890 lo Sherman Act, la legge a mezzo della quale il governo federale intendeva contrastare le concentrazioni monopolistiche e che, ancora oggi, costituisce la base giuridica di tipo “costituzionale” della legislazione anti-trust americana. Lo Sherman Act era la risposta politica al caso della Standard Oil Company, esploso qualche anno prima quando si era scoperto che cinquanta imprese di raffinazione del petrolio, che complessivamente cumulavano il 95% delle attività, avevano stretto un patto che impediva la concorrenza e rendeva possibile un incremento dei prezzi che danneggiava i consumatori.

Nei decenni successivi negli Stati Uniti furono approvate numerose altre leggi anti-trust che prevedevano, tra l’altro, la de-monopolizzazione strutturale ovvero lo smembramento dell’impresa che avesse raggiunto una posizione monopolistica ritenuta minacciosa per l’interesse dei consumatori. E’ su questa base che la compagnia telefonica AT&T nel 1984 fu frammentata in diverse società regionali.

In Europa la legislazione anti-trust inizia a svilupparsi dopo la seconda guerra mondiale a partire dall’Inghilterra (1848) e dalla Germania (1957). Il percorso ulteriore risulta alquanto accidentato perché condizionato da un lato dalla politica di integrazione europea e dall’altro dalle profonde differenze strutturali che caratterizzano gli Stati membri della Comunità.

E in Italia? Una legislazione colpevolmente tardiva oltre che un organismo di garanzia debole e politicizzato ne hanno fatto il Paese dei monopoli e dei cartelli, una terra di nessuno dove non vigono regole e nella quale il danno ai consumatori è divenuta la regola. La prima normativa anti-trust in Italia è stata approvata nel 1990 (Legge n° 287 “Norme sulla tutela della concorrenza e del mercato”) quando cartelli e monopoli si era già costituiti, consolidati nel contesto economico, radicati a livello politico.

Le ragioni sono note. Sotto il profilo economico è risultata decisiva la preponderanza per lunghi anni dell’impresa pubblica e la difficoltà di applicare in queste condizioni una legislazione antitrust. Prevaleva inoltre la volontà di proteggere un apparato produttivo ritenuto fragile. Le privatizzazioni degli anni ’80 e ’90 potevano rappresentare l’occasione per introdurre meccanismi di vera concorrenza attraverso la dismissione delle aziende pubbliche e l’abrogazione di ingiustificate condizioni di privilegio. Le cose sono andate però diversamente. Si è passati da un mercato guidato da monopoli pubblici ormai divenuti improduttivi ad un’economia dominata da concentrazioni private altrettanto inefficienti e forse anche meno efficaci nel fornire beni e servizi. Non si è compreso che la scarsa efficienza del nostro apparato produttivo non era legata alla natura della proprietà delle imprese ma al regime di mancata concorrenza. In sostanza pesò drammaticamente un deficit di cultura liberal-democratica e l’incapacità, innanzitutto della nostra classe dirigente ma anche dei cittadini, di comprendere la rilevanza decisiva di un mercato regolato nel quale siano impediti gli abusi di posizione.

Certamente per spiegare le ragioni di quanto accaduto in Italia in tema di privatizzazioni e liberalizzazioni non vanno sottaciute le ragioni politiche. A partire dall’influenza decisiva che i poteri economici monopolistici hanno esercitato sulla classe politica. Basti ricordare la progressiva acquisizione da parte della FIAT dell’intera industria automobilistica italiana avvenuta nelle condizioni di estremo favore concesse dai governi del tempo. Ancora più clamorosa l’ascesa del monopolio televisivo di Berlusconi scandita da norme che ne hanno favorito e tutelato la posizione dominante in un ambito, quello dell’informazione televisiva, che risulta decisivo per il pluralismo politico e l’agibilità democratica del Paese. Ha pesato, si è detto, un deficit di cultura liberal-democratica che ha riguardato l’intera classe politica e che, occorre dire, non ha risparmiato neppure gli esponenti laici. E’ triste dover ammettere che le prime leggi sull’emittenza televisiva, quelle che nel 1990 e nel 1997 hanno consacrato l’abuso di posizione di Berlusconi, recano i nomi degli eredi di quella tradizione laica che nel convegno de “Il Mondo” si era espressa chiaramente contro i monopoli. D’altronde, come constatava Machiavelli,  “rade volte discende per li rami l’umana probitate”. Per questa ragione si preferisce concludere riportando la presentazione del Convegno de “Il Mondo” che, purtroppo, sembra essere stata scritta oggi tanto essa è ancora attuale.

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Presentazione del Convegno sui Monopoli organizzato da “Il Mondo” nel 1955

 

1. Paolo Sylos Labini. Berlusconi e gli anticorpi. Diario di un cittadino indignato. Laterza, Roma-Bari, 2003.

2. Paolo Sylos Labini. Ahi serva Italia. Un appello ai miei concittadini. Laterza, Roma-Bari, 2006.

3. Dixit A. The role of investment in entry deterrence. In: Economic journal, 1980, XCV, pp. 95-106.

4. Demsetz H. Barriers to entry. In: American economic review, 1982, LXXII, pp. 47-57.

5. Farrell, J. Moral hazard as an entry barrier. In: Rand journal of economics, 1986, XVII, pp. 440-449.

6. Davies J.E. Competition, contestability and the liner shipping industy. In: Journal of transport economcs and policy, 1986, XX, pp. 299-312.

 

CDL, Gennaio 2013