Il pugno di Francesco e la Commedia di Aristotele

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Tutti gli integralismi religiosi accusano la satira di blasfemia. Perchè la satira non è nemmeno concepibile all’interno della fede.  Ma anche perché se ne teme la potenza creativa sul piano intellettuale e la carica dirompente sotto il profilo politico.

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Il dibattito seguito all’eccidio del Charlie Hebdo, specie dopo l’intervento del Papa, è risultato condizionato dall’equivoco di fondo stabilitosi tra l’irriverenza nei confronti di un’idea e l’insulto personale. Di conseguenza si sono intersecati, confondendosi, tre piani di discussione che in parte sono realmente sovrapposti ma che comunque per chiarezza è bene trattare separatamente: il buon gusto della rappresentazione comica, la legittimità etica, la liceità giuridica della satira.  


L’equivoco di fondo

L’intervento del Papa, che equiparando la satira dissacrante all’oltraggio della propria madre giustifica un’eventuale reazione aggressiva1, ha segnato una svolta nel dibattito dando autorevolezza all’opinione di quanti ritengono offensiva una certa satira rivolta alla religione. Un esempio, quello portato dal Papa, assolutamente inadeguato.

01La satira può avere diversi bersagli. Spesso deride il comportamento di personaggi pubblici ma talora agisce sul piano delle idee. In questo caso irride un principio e non le persone che ci credono e la satira vera non offenderebbe la madre di nessuno, semmai alcuni modi di fare la madre. Se si dovesse applicare il principio del Papa con il criterio di estensione a tutte le credenze, allora non si potrebbe irridere la teoria unificata dei campi, rivelatasi erronea, solo per non offendere la memoria e la progenie di Einstein che ad essa aveva inizialmente aderito.

Il fatto è che la differenza tra oltraggio personale ed irrisione di un’idea non è facilmente comprensibile  perché la satira utilizza un linguaggio popolare ma rimane un genere di elite e non accessibile a chi, come islamisti e islamofobi, è abituato a tagliare le idee (e non solo) con l’accetta.


Il buon gusto

Sul buon gusto c’è poco da dire: troppo soggettivo per essere normato o anche solo codificato. Chi ha ritenuto di cimentarsi in questa operazione ne ha dovuto convenire2.


Legittimità etica

Come approccio generale le offese alla persona dovrebbero essere regolate dal diritto mentre la critica irriverente delle idee dovrebbe essere fondata sui criteri del buon senso. Che difficilmente può essere normato per legge se non al costo di limitare fortemente la libertà di opinione. Avvitandosi  perdipiù in questioni filosofiche inestricabili.

04 Gabriele Galantara, L'Asino 1902
Gabriele Galantara, L’Asino 1902

Ad esempio il Talmud sostiene che la Madonna fosse legata a un soldato romano, il vero padre di Gesù. Sebbene, in passato, nel mondo cristiano il testo sia stato ripetutamente censurato, nessuno oggi penserebbe di vietare la diffusione del Talmud. Ma quell’affermazione costituisce offesa ai cattolici o vilipendio della religione cattolica? Se no, allora non è offensiva nemmeno la vignetta del Charlie Hebdo che raffigura Maria “alle prese” con una terza persona. Una rappresentazione che può essere considerata di cattivo gusto ma non illegittima. La differenza è, in questo caso, solo nella modalità espressiva ed è legata al fatto che il Talmud è un testo sacro mentre il Charlie Hebdo una rivista satirica. Senza contare poi l’inapplicabilità dell’approccio sanzionatorio. Vietare il Talmud perché offende la sensibilità cristiana significa proibire la Bibbia che per molti versi offende la sensibilità degli Ebrei.

Don Pirlone, 1849
Don Pirlone, 1849

Ma si faccia un esempio ancora più clamoroso e del quale si è discusso a lungo in questi giorni: la vignetta del Charlie Hebdo nella quale si rappresentano Dio, Gesù e lo Spirito Santo impegnati in pratiche sodomitiche. Anche questa può essere considerata di cattivo gusto ma, altresì, non illegittima. Se, per esempio, fosse stata disegnata per irridere la doppia morale della Chiesa che da una parte marchia l’omosessualità con parole di fuoco e dall’altra si mostra alquanto tollerante quando praticata negli ambienti ecclesiastici. E certamente suscitano ilarità le articolate disquisizioni, corredate di accurate descrizioni, dei maggiori teologi (compresi San Paolo, San Tommaso e Sant’Agostino) sull’ammissibilità di questo o quel tipo di rapporto sessuale. Questi alcuni passi riportati nel “Manuale dei confessori” del teologo francese Jean Baptiste Bouvier (1783-1858): «V’ha una specie di sodomia, che può accadere anche fra persone di sesso diverso, quando il commercio carnale avviene all’infuori dell’accoppiamento delle parti genitali, per esempio, quando si mettono in opera la parte deretana, la bocca, le mammelle, le coscie, ecc. Benchè questo genere d’infamia non sia punito egualmente come la sodomia propriamente detta, è certo ch’esso è sempre una grande ignominia contro natura» … «Peccano mortalmente i coniugi … quando cominciano essi l’accoppiamento carnale nelle parti deretane colla intenzione di consumarlo poi nella vagina femminile imperocchè qui essi ricorrono ad un mezzo che è in tutto sconveniente, e siccome questo mezzo tende per sè stesso a far spargere il seme fuori delle parti sessuali della donna, così esso non è, infine, se non una sodomia»3.


Legislazione su vilipendio e offese alla religione

Una breve panoramica della legislazione in materia sarà utile a definire meglio il contesto normativo nel quale avviene la discussione politica e culturale. In Italia, stando alla lettera degli articoli di legge, sembra delinearsi proprio la linea di demarcazione tra l’irriverenza nei confronti di un’idea e l’offesa alla persona. Infatti, da un lato si è depenalizzato il reato di blasfemia, che agisce sul piano strettamente ideale, riducendolo ad un illecito amministrativo (D.Lgs. 507/1999). Dall’altro si è conservato il reato di «offese ad una confessione religiosa mediante vilipendio di chi la professa» (art. 403 c.p.) e «mediante vilipendio o danneggiamento di cose» (art. 404. c.p.). Tuttavia, per ragioni francamente non chiare ai profani del diritto, la giurisprudenza identifica il bene tutelato nella «dimensione istituzionale del fenomeno religioso» «quale fenomeno di civiltà» ed ancora le offese alla religione ad una non meglio precisata «dimensione di pericolosità»4. Pure molto complessa risulta la relazione tra vilipendio e diritto di satira. Non è in discussione il fatto che la satira goda della copertura dell’articolo 21 della Costituzione («Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione»). Alcune sentenze  riconoscono addirittura un valore «esimente» (che esclude la responsabilità penale) al diritto di satira in materia religiosa quando assume i contorni di una  «irrisione costruttiva, direttamente o indirettamente riconducibile nell’alveo della libera manifestazione del pensiero» (T. Latina 24.10.2006). Ma nel contempo il diritto di satira deve essere esercitato rispettando i valori fondamentali della persona attraverso i limiti della «continenza»5. La continenza introduce la questione dei limiti della modalità espressiva in rapporto al contenuto (cronaca, critica, satira).

Aristotele. La Poetica.
Aristotele. La Poetica.

In sostanza  sia il reato di vilipendio che il diritto di satira sono definiti da limiti (rispettivamente la pericolosità sociale e la continenza) che condizionano un margine non trascurabile di discrezionalità. Sul diritto di satira Nicola Colaianni, ordinario di Diritto ecclesiastico, italiano e comparato presso l’Università di Bari, in una recente intervista6, ripropone i limiti dell’offesa alla persona. Egli afferma: «Dobbiamo premettere che la satira, specie quando si esprime con matite affilate, implica inevitabilmente la caricatura, la grossolanità, il dileggio. Non è una cronaca o anche una semplice critica né necessariamente deve ascriversi a un genere letterario artistico, colto. Come diceva Pasolini, che lo ha sofferto sulla sua pelle (si ricorderà il processo per il film “La ricotta”), il dilemma “o fai della poesia o vai in prigione” è grottesco. Ciò premesso, la satira non si può spingere (lasciamo stare il reato di vilipendio che anche da noi non esiste più) fino all’insulto gratuito ad personam, tale da esporre la vittima, come ha finalmente stabilito la Cassazione, “oltre il ludibrio della sua immagine pubblica, al disprezzo della persona”».

Nell’ordinamento giuridico della Gran Bretagna, a partire dal 2006, è stato abolito il reato di blasfemia e la garanzia della libertà di espressione prevale sul concetto di offesa alla religione sino a che non si configurino l’incitamento all’odio religioso e alla violenza7. A differenza di quanto accade nel diritto italiano, non viene tutelata la religione come istituzione né gli appartenenti alla confessione né i luoghi ed i simboli sacri. L’attenzione del legislatore si concentra invece sulla possibile conflittualità religiosa con la sanzione di condotte che minaccino la convivenza pacifica di fedeli aderenti a confessioni diverse.

In Francia il reato di blasfemia è stato abrogato nel 1791 e mai più reintrodotto. Così, nella giurisprudenza transalpina, prevale l’orientamento a giudicare i casi di offesa alla religione partendo dal principio che la Francia è uno stato laico e la blasfemia non esiste8. La legislazione francese non prevede un reato specifico per le offese alla religione ma sanziona penalmente l’insulto, la diffamazione e l’incitamento alla discriminazione, odio o violenza nei confronti di persone (o di gruppi di persone) con aggravanti legate a diversi motivi, compreso il fattore religioso. Peraltro la presenza di aggravanti rende il reato perseguibile d’ufficio. In linea generale la legge francese punisce l’offesa gratuita (quando ha carattere commerciale e quando il pubblico è forzato ad recepirla) mentre esenta l’offesa non gratuita (perché legata ad un dibattito politico). Dunque, sebbene anche in Francia sussista una certa discrezionalità, l’atteggiamento sembra in generale piuttosto “liberale”. Nel 2006, in occasione della riproduzione da parte di Charlie Hebdo delle vignette contro Islam pubblicate l’anno prima da una rivista danese, furono rigettate tutte le istanze promosse dalle organizzazioni musulmane. 

Le reazioni dei vari governi nella vicenda delle vignette danesi possono essere assunte come misura “politica” (e in parte anche giuridica) del difficile rapporto tra libertà di espressione e salvaguardia della religione. Mentre il governo danese decise di non intraprendere alcuna azione contro la rivista che aveva pubblicato le vignette, quello tedesco, sulla base di una normativa particolarmente sensibile al rispetto delle religioni, procedette a sporgere denuncia contro Die Welt, il quotidiano tedesco che le aveva riprodotte9. Negli Stati Uniti le vignette danesi non furono pubblicate da nessuno dei grandi giornali americani ed il governo ritenne di precisare che «incitare l’odio etnico e religioso in questo modo non è accettabile»10, utilizzando espressamente una formula evocativa di reato.


Il riso di Bergson e la Commedia di Aristotele

La carica dirompente del comico è dilatata dalla sua dimensione collettiva come ebbe a notare Bergson già nel 1900 sottolineandone il carattere non solo culturale ma anche e soprattutto sociale: «Il riso nasconde sempre un pensiero nascosto d’intesa, direi quasi di complicità, con altre persone … Il riso deve rispondere a certe esigenze della vita in comune. Il riso deve avere un significato sociale». Nel delineare i tratti salienti del comico Bergson aggiungeva: «Il comico esige dunque, per produrre tutto il suo effetto, qualcosa che somigli ad un’anestesia momentanea del cuore. Si rivolge alla pura intelligenza»11. Questa è una delle ragioni per le quali la fede, che non può essere intesa senza il cuore, non riesce nemmeno a concepire la satira su se stessa.

Ma soprattutto il riso è per sua natura dissacrante. Anche nella modalità popolare che però, non potendosi elevare a forma di sapienza, viene concessa e addirittura favorita dalle autorità allo scopo di sterilizzare forme di ribellione ben più dannose. Invece è sempre stato considerata pericolosa la comicità intellettuale che ha la forza culturale per rompere le conoscenze tradizionali e mettere in discussione l’ordine costituito.

Si ricorderà la figura del venerabile Jorge descritta da Eco ne “Il nome della rosa”. Si ergeva a custode della vera fede celando al mondo l’ultima copia della Commedia di Aristotele. Perché il riso era strumento di emancipazione dalla paura così creativo e liberatorio da mettere in discussione i dogmi della fede e l’idea stessa di Dio.

Nel romanzo di Eco le parole del venerabile Jorge esplicitano bene il duplice carattere, intellettualmente sovversivo e istituzionalmente eversivo, della comicità12: «Questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza» … “la legge si impone attraverso la paura il cui vero nome è timor di Dio». Il film di Annaud, tratto dal romanzo, chiarisce ulteriormente l’aspetto autoreferenziale della critica alla comicità: «il riso uccide la paura e senza la paura non ci può essere la fede. Senza la paura del demonio non vi è più necessità del timor di Dio»13. La paura come strumento per circoscrivere la conoscenza all’interno della fede, preservare l’autorità, conservare il potere. Per questo la satira è accusata di blasfemia da tutti gli integralismi religiosi. In particolare nelle società non secolarizzate.


CDL, Tivoli, 1 Marzo 2015

 

AGGIORNAMENTO 1 (18 Marzo 2015). La satira piange: l’eccidio del Charlie Hebdo nella commemorazione di vignettisti e disegnatori. La satira è un genere letterario di elite che però non disdegna, ed anzi spesso privilegia, il linguaggio popolare. Per questa ragione essa costituisce uno strumento che si presta bene a cogliere l’umore generale. In particolare la vignettistica, utilizzando il mezzo verbo-visivo, è utile per afferrare il sentimento nella sua immediatezza. Nella commemorazione dell’eccidio del Charlie Hebdo la satira piange. Poche, anche se geniali, le note ironiche mentre prevale nettamente l’identificazione empatica con le vittime: la frase “Je suis Charlie” viene ripetuta da molti diventando il tema dominante e quasi ossessivo delle vignette iniziali, quelle del giorno della strage (7 Gennaio). Poi tanto dolore ma soprattutto sgomento ed orrore. La rassegna non poteva non concludersi con la prima pagina del nuovo numero del Charlie Hebdo pubblicato il 14 gennaio 2014, a soli 7 giorni dalla strage. La vignetta in copertina è di Luz, uno degli autori sopravvissuti alla strage. Viene infine presentato il paginone dell’ultimo numero del Charlie Hebdo riprodotto da La Repubblica.

 

1. Andrea Tornielli. Intervista a Bergoglio “Un’aberrazione uccidere in nome di Dio. Ma le religioni non vanno insultate”. Vatican Insider, 15 Gennaio 2015.

2. Adriano Sofri. Satira. Dove comincia il cattivo gusto?. La Repubblica, 11 Dicembre 2007.

3. Jean Baptiste Bouvier. Venere ed Imene al tribunale della penitenza: manuale dei confessori. Edizione romana, 1885.

4. Codice penale ipertestuale, Art. 403 Offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone, Wolters Kluwer Italia Sr, 2014.

5. Codice penale ipertestuale, cit.

6. Luigi Mariano Guzzo. Intervista a Nicola Colaianni.: “La libertà di religione e il diritto di satira, ci sono dei limiti?. Vatican Insider, 14 Gennaio 2015.

7. Anna Gianfreda.  Il processo di laicizzazione delle religious offences in Inghilterra e Galles: tra prospettiva storica e comparazione. Stato, Chiese e pluralismo confessionale, 28: 1-61, 2012.

8. Esther Janssen. Limits to expression on religion in France. Agama & Religiusitas di Eropa, Journal of European Studies, V: 22-45, 2009.

9. Puja Kapai, Anne S.Y. Cheung. Hanging in a balance: freedom of expression and religion. Buff. Hum. Rts. L. Rev. 15: 41-79, 2009.

10. Gianna Pontecorboli. Vignette, la prudenza degli States. Il Riformista, 8 Febbraio 2006.

11. Henry Bergson. Il riso: saggio sul significato del comico. Parigi, Revue de Paris, 1900. Milano, Feltrinelli, 1990, p. 15-16.

12. Umberto Eco. Il nome della rosa., p. 449. Roma, Biblioteca di Repubblica, 2002.

13. Il nome della rosa – Argomenti contro il riso. Dal film del 1986 di Jean-Jacques Annaud.

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