Il radicalismo di sinistra ed il rischio populista

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La vittoria di Syriza nelle recenti elezioni generali in Grecia apre una fase politica nuova nella quale la sinistra radicale in Europa esce dalla marginalità istituzionale per giocare la sua partita sul grande palcoscenico dell’Europa. Peraltro segnali di risveglio delle formazioni di sinistra radicale emergono anche da altri Paesi europei e segnatamente in Spagna. Lo scenario politico europeo dunque conta un nuovo protagonista che si affianca alle tradizionali ma declinanti forze conservatrici e progressiste e al nuovo emergente populismo di destra. Tuttavia per essere veramente decisiva la sinistra radicale deve evitare la deriva populista ed avanzare proposte compatibili con la struttura liberaldemocratica dell’Europa.

 

La sinistra radicale in Europa

In Europa la sinistra radicale è rappresentata da un’ampia gamma di forze politiche che nel Parlamento europeo sono confederate nel Gruppo della Sinistra Unitaria Europea/Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL da Gauche Unitaire Européenne /Nordic Green Left). I risultati delle ultime elezioni europee sono riportati nella tabella 1 e rappresentati graficamente nella figura 11. Occorre anche precisare che dalle elezioni europee ad oggi il peso elettorale di alcuni partiti è mutato. In particolare Syriza in Grecia ha vinto le elezioni generali del 25 Gennaio scorso con il 36,1% dei voti ed in Spagna i sondaggi accreditano oggi a Podemos oltre il 27% dei consensi elettorali2.

Tabella 1
Tabella 1

Radicalismo e populismo

Figura 1

Poiché in letteratura le definizioni non sono affatto univoche, converrà precisare cosa si intende in questa sede per radicalismo e populismo.

Sotto il profilo culturale (non politico e non storico) e a prescindere dall’approccio rivoluzionario o riformista, il radicalismo può essere inteso come una concezione ideale pervasiva, che riguarda i molti aspetti del vivere civile di una comunità, da cui scaturisce una proposta di trasformazione profonda della società. Nella versione rivoluzionaria la pervasività diventa totalizzante e tende ad assumere un’accezione dogmatica cristallizzandosi in un sistema ideologico omnicomprensivo.

Più complessa l’operazione di identificazione dei caratteri distintivi del populismo. Sulla questione dei criteri utilizzati vale la pena di ribadire un problema metodologico. Se i criteri utilizzati sono molto stretti il risultato dell’indagine è più preciso ma meno accurato. In questo caso si individua con precisione ciò che è populista ma si corre il rischio di non identificare come populista ciò che invece lo è. Se si utilizzano criteri più larghi, il risultato dell’indagine è meno preciso ma più accurato. In questo caso si corre il rischio di identificare come populista ciò che non lo è ma si riduce l’errore di non considerare populista ciò che lo è.

Di recente due studiosi greci, Stavarakakis e Katsambekis3, hanno suggerito di misurare il grado di populismo verificando quanto una pratica politica sia:
a – articolata attorno al tema centrale “popolo” rispetto ad altri punti nodali (classe, nazione, libertà, natura, ecc);
b – prevalentemente antagonista nella rappresentazione di una società divisa in due blocchi principali (il potere vessatorio vs il popolo oppresso) sulla base di un modello contrapposto a quelli che individuano continuità nella struttura sociale.

Analizzandone la pratica politica sulla base di questi due criteri di minima, Stavarakakis e Katsambekis hanno concluso che Syriza, pur appartenendo allo schieramento di sinistra, è divenuta nel tempo una formazione tipicamente populista anche se non per questo necessariamente anti-europeista. Nella loro analisi il termine populista non assume alcuna accezione negativa. I due autori rilevano da una parte l’uso sempre più frequente ed infine dominante degli appelli al popolo e dall’altra la dicotimizzazione della società che vengono proposti da Tsipras, il giovane ma incontrastato leader della formazione greca. Tuttavia, se una visione antagonistica della società risulta comprensibile, il concetto di “appello  al popolo” di per sé significa poco.

Volendo sviluppare, anche solo in parte, i criteri utilizzati da Stavarakakis e Katsambekis, si può affermare che due sono gli aspetti distintivi del populismo: 1 – La concezione sacrale del popolo con investitura diretta e messianica del capo, da cui scaturiscono il plebiscitarismo ed il liderismo nonché la scarsa attenzione verso gli istituti della democrazia rappresentativa; 2 – L’attribuzione dei problemi interni del Paese a nemici esterni, ragione principale del velleitarismo delle soluzioni. Dalla combinazione di questi due elementi discende che il dissenso interno diventa devianza e complicità con le forze esterne ostili. Due le conseguenze di questa definizione. Innanzitutto il populismo può non essere radicale (è il caso del peronismo ma anche del berlusconismo) così come il radicalismo può non essere populista (si pensi alla rivoluzione americana). In secondo luogo, se si accetta la inclusione del nemico esterno nella definizione, il populismo diventa a forte rischio di anti-europeismo nel momento in cui non si limita a contestare la politica europea ma mette in discussione i principi fondamentali su cui essa si regge identificando di fatto l’Unione Europea come la forza ostile al popolo.

Questa definizione di populismo era già stata proposta in un altro contributo pubblicato su Democrazia Pura4. Si era detto che l’elemento patognomonico del populismo è rappresentato dalla relazione non mediata che si stabilisce tra il leader carismatico ed il popolo inteso come corpo unitario, organico, armonico e depositario di tutte le virtù. “Il leader accoglie, interpretandolo, il comune sentire stabilendo con il popolo una relazione diretta che non può non essere unanimemente accettata. Questa caratteristica rende il populismo intrinsecamente intollerante al dissenso che da una parte rompe l’unitarietà del popolo e dall’altro disturba la relazione diretta”. Inoltre determina la scarsa attenzione verso gli istituti della democrazia rappresentativa: si ricorderà in proposito la pretesa berlusconiana di una immunità giudiziaria legata all’investitura popolare. Il meccanismo attraverso cui si genera il populismo è “l’attribuzione della crisi a forze esterne (di volta in volta eurocrati, capitalismo mondiale, immigrati, islamici o ebrei) che congiurano o quantomeno cooperano a determinare lo stato di servitù in cui versa il popolo. Così l’espulsione degli extracomunitari o l’uscita dalla UE o l’abbandono del capitalismo diventano la panacea di tutti i mali: un’iper-semplificazione che rende le proposte difficilmente praticabili”.

Un’altra definizione che occorre dare in ultimo è relativa all’orientamento politico del populismo. Si può convenire che il populismo diventa di destra quando stressa le diversità interne alla Nazione e quando individua il nemico esterno nel “diverso” sotto il profilo etnico o religioso (immigrati, ebrei, islamici). Assume invece un’accezione di sinistra quando punta sull’unità del popolo, persegue l’egualitarismo della Società e identifica il nemico esterno nelle forze economiche che sfruttano il popolo stesso.

In America Latina il radicalismo di sinistra si manifesta sia nella versione rivoluzionaria che in quella riformista. Nella forma rivoluzionaria assume invariabilmente l’accezione populista. In Europa la sinistra radicale ha compiuto ovunque la scelta irreversibile del metodo riformista ma questo non significa che non possa assumere connotazioni populiste.

Alla luce delle definizioni date Syriza presenta i caratteri del radicalismo e per certi aspetti del populismo. Manca tuttavia l’elemento sacrale. Tsipras è un leader indubbiamente carismatico ma la sua narrazione manca dell’aspetto epico, dell’investitura sacrale, delle stigmate in qualche modo “religiose”. La sua storia d’altronde è recente ma non recentissima e attraversa diverse formazioni politiche nelle quali matura esperienze politiche tradizionali. Il suo impegno per una riorganizzazione della sinistra greca comincia dieci anni fa e procede con linearità sino alla nascita di Syriza5.

Per quanto riguarda il Podemos spagnolo, l’altra forza emergente del radicalismo europeo di sinistra, la brevità dell’esperienza non consente ancora una valutazione rigorosa e gli analisti sono costretti ad avvalersi dei mutevoli dati della cronaca quotidiana. Le opinioni di alcuni giornalisti spagnoli6  ne accreditano il carattere fortemente populista. Dopo aver capitalizzato la protesta civile del movimento degli Indignatos, la leadership di Podemos ha dato vita ad una struttura verticistica che ha marginalizzato le componenti più movimentistiche e che si avvale di un nutrito gruppo di persone votate alla propaganda sui social network. Per questi aspetti gli avversari interni parlano di una vera e propria setta. Il leader Pablo Iglesias ed il suo braccio destro, l’economista Juan Carlos Monedero, vengono da esperienze maturate in Venezuela alla corte di Chavez. Il loro riferimento culturale è il populismo bolivarista moderno (appunto Chavez ma anche il boliviano Morales e l’ecuadoregno Correa) che individua nella politica americana la ragione di tutti i mali ma soprattutto la causa del proprio fallimento.

 

Il rischio anti-europeista

Oltre le definizioni teoriche, sul piano operativo si può assumere l’anti-europeismo come misura del populismo. Questo perché l’unicità della relazione tra il leader e il popolo, oltretutto cementata da un nemico esterno, tende intrinsecamente ad assumere una specificità che marca una diversità. I populismi, anche nelle espressioni di sinistra, riconoscono ragioni specifiche nazionali e persino regionali e finiscono per assumere una dose variabile di nazionalismo (o micro-nazionalismo) che li rende difficilmente compatibili con un’idea di Europa che implica invece cessioni più o meno ampie di sovranità nazionale. Questo, storicamente, vale anche per i populismi di sinistra che pure hanno accolto istanze nazionalistiche raggiungendo la massima espressività con il nazionalismo serbo di Milosevic. Altri esempi possono essere fatti sia in Europa che in America latina (ma il rapporto tra populismo e nazionalismo merita una discussione a parte).

Oggi, quando si parla di Europa si intende una comunità di Paesi che condividono sistemi politici di tipo liberaldemocratico basati sull’economia di mercato e che nel corso del tempo hanno saputo accogliere le istanze sociali che venivano dalla cultura socialdemocratica. Questa struttura di base dell’Europa è rimasta nonostante le torsioni imposte dal neoliberismo reaganiano di cui la crisi attuale costituisce l’esito finale. L’anti-europeismo dunque non è limitato alla questione della moneta unica ma va inteso nel suo significato più ampio di rifiuto della struttura liberaldemocratica che ha sinora caratterizzato le democrazie europee.

Thomas Piketty fornisce alcuni strumenti teorici alla sinistra radicale e ne è divenuto in qualche modo il mentore. Proprio di recente, su La Repubblica7, commentando la vittoria di Tsipras ha ribadito  gli aspetti salienti di un programma di sinistra radicale: rifiuto dell’austerity, democratizzazione dei processi decisionali, investimenti pubblici, condivisione dei “debiti pubblici superiori al 60% del PIL”. Un programma che non può essere realizzato senza una ulteriore cessione di sovranità dei singoli Paesi europei e senza una radicale modifica dei trattati europei con l’istituzione di un governo unitario e l’attribuzione di poteri legislativi al parlamento comunitario.

Quello del debito pubblico sembra essere la linea calda del fronte. Una condivisione del debito potrebbe significare la condivisione del rischio attraverso l’emissione di titoli europei garantiti dalla BCE. In sostanza si condivide il rischio ma ciascun paese deve pagare il proprio debito. Ma in campagna elettorale Tsipras ha affermato altro ed in particolare che la Grecia non pagherà il proprio debito. Una proposta incompatibile con l’economia di mercato e difficilmente praticabile visto che il debito pubblico, a mezzo del quale si finanziano gli investimenti pubblici, non è pagato con la fiscalità generale ma con l’emissione di titoli di stato che hanno valore in quanto esigibili. Oggi, da capo del governo, Tsipras è costretto a scegliere tra condivisione del rischio, rinegoziazione (abbattimento) dello stesso, dilazione dei pagamenti. Si vedrà quale sarà la proposta vera di Syriza.

 

CDL, 2 Febbraio 2015

 

1. Fonte: La Repubblica. Elezioni europee 2014. Il nuovo parlamento europeo.

2. Cesare Rinaldi. Elezioni Spagna 2015, sondaggi: la sinistra radicale di Podemos primo partito. Polisblog, 9 Gennaio 2015.

3. Yannis Stavarakakis, Giorgios Katsambekis. Left-wing populism in the european periphery: the case of Syriza. Journal of political ideologies, 19: 119-142, 2014.

4. Democrazia Pura. In Europa uno scontro di civiltà. 1 Maggio 2014.

5. Una ricostruzione del percorso compiuto da Tsipras è riportata in: Michalis Spourdalakis. The miracolous rise of the “phenomen Syriza”. International Critical Thought, 4: 354-366, 2014.

6. Marco Cicala. Podemos, l’assalto al cielo di quei nipotini di Chavez. Il Venerdi di Repubblica, 23 Gennaio 2015.

7. Thomas Piketty. Ora tutti uniti contro l’austerità, la sinistra europea riparta da Syriza. La Repubblica, 27 Gennaio 2015.

 

 

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