L’Europa delle divisioni

 

 

L’Europa è oggi attraversata da confini non sempre visibili ma comunque operanti che costituiscono un ostacolo al processo di integrazione e ne limitano gravemente il ruolo geopolitico (Figura 1).

Figura 1. L'Europa delle divisioni.L’asse franco-tedesco. Sin dalla nascita l’Unione Europea poggia sull’asse franco-tedesco sostenuto, nella maggior parte delle circostanze, anche dall’Italia. Sinora solo le proposte condivise dai due paesi sono state poi allargate al resto d’Europa. Sebbene negli ultimi anni l’equilibrio si sia progressivamente spostato a favore della Germania, cresciuta molto di più sotto il profilo economico, questa ha sempre ritenuto di non poter fare a meno di una coinvolgimento pieno della Francia. Se l’asse franco tedesco ha sinora rappresentato il motore dell’integrazione europea, è altresì vero che in qualche modo esso ha rappresentato motivo di separatezza dal resto dell’Europa.

La Brexit. La Brexit è indubbiamente una frattura profonda che sancirà la nascita, o meglio il ripristino, di un confine che sembrava essere stato cancellato definitivamente nel 1973, quando il Regno Unito aveva aderito formalmente alla Comunità Economica Europea. Questa nuova frontiera andrà ad aggiungersi alle altre che pure hanno già frammentato ufficialmente il cuore dell’Europa separando i Paesi della ex Unione Sovietica e della Ex Jugoslavia (senza contare i confini invisibili del Kosovo  e delle tre entità bosniache). L’ampiezza della frattura britannica dipenderà dagli accordi che regoleranno la separazione dall’Europa ma comunque la Brexit avrà segnato un passo indietro sulla via dell’integrazione europea.

L’Europa di Visegrad. Un altro motivo di  profonda divisione all’interno dell’Europa è costituito dalla politica di accoglienza. Ungheria e la Slovacchia, in opposizione al piano di redistribuzione dei rifugiati predisposto dalla Commissione europea, hanno inoltrato ricorso alla Corte di giustizia europea che si è espressa proprio di recente, il 6 Settembre u.s., dando loro torto. Questa decisione apre la strada al deferimento di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca che sinora hanno rifiutato di accogliere i rifugiati loro assegnati (mentre la Slovacchia ne ha accettati una minima parte, appena 16 su 902) e che promettono di continuare su questa strada. I quattro Paesi che si oppongono alla politica di accoglienza stabilita dall’Europa sono gli eredi di quelli che, nel 1991 costituirono il gruppo di Visegrad allo scopo di promuovere la cooperazione di Cecoslovacchia, Polonia e Ungheria nel percorso di avvicinamento alla UE. Il gruppo è oggi guidato dalla Polonia di Kaczyński e dall’Ungheria di Orban, i due paesi europei nei quali è più vistosa l’involuzione illiberale del sistema piolitico e i cui partiti di governo appartengono a pieno titolo al neo-populismo di destra.

Grecia. Un’altra rima di frattura che deve consolidarsi. Il Paese deve ancora essere massicciamente sostenuto dai prestiti europei e si trova ancora nella condizione di dover pagare a carissimo prezzo il debito contratto.  La vicenda greca costituisce ancora, oggettivamente, un grandissimo rischio per l’unione monetaria e una delle principali minacce per l’integrità politica dell’Europa.

Catalogna. Il caso della Catalogna rappresenta una minaccia vera per il processo di integrazione europea, sebbene la maggioranza dei catalani sia a favore della UE. Il fatto è che accettare una scomposizione degli attuali confini nazionali significa innescare un processo dagli esiti imprevedibili. Perché altri separatismi (il leghismo lombardo-veneto, il regionalismo carinziano, il micro-nazionalismo fiammingo) si sono saldati con il neo-populismo di destra, sovranista ed antieuropeo.

Kosovo. L’indipendenza del Kosovo, sebbene mascherata sotto forma di ampia autonomia, è sostenuta in sostanza da tutti i Paesi europei ma non può essere accettata dalla Serbia che si appresta ad entrare nell’Unione nel cui ambito tutti gli riconoscono un ruolo geopolitico strategico.

Quale futuro? Qualsiasi idea di Europa non può prescindere dalla Germania. Da questo punto di vista saranno decisive le imminenti elezioni tedesche. La Merkel non ha commesso l’errore di Cameron che in campagna elettorale per inseguire il populismo nazionalista di Farage promise il referendum sulla permanenza del Regno Unito nella UE. Si sa come è andata: è arrivata la Brexit e tutto quello che ne seguirà. Angela Merkel non si è avventurata in promesse elettorali improbabili ed anzi ha ribadito la politica europeista (naturalmente dal punto di vista dell’asse franco-tedesco). Dopo l’assestamento della nuova presidenza francese, lecito aspettarsi una iniziativa della Germania.

 

CDL, Tivoli, 10 Settembre 2017