El Greco a San Tomé

 

 

Il dipinto più celebre di El Greco (1541-1614), quello che è considerato il suo capolavoro, è La sepoltura del Conte di Orgaz, esposto a Toledo all’interno della chiesa di San Tomé.

Il quadro era stato commissionato all’artista da Andrés Nuñez, parroco di San Tommaso, per rievocare il miracolo che sarebbe avvenuto in quella chiesa nel 1323, circa due secoli e mezzo prima, quando nel corso dei funerali di Gonzalo Ruiz de Toledo, Conte di Orgaz, noto benefattore della città, la leggenda vuole che il cielo si aprisse per consentire a Santo Stefano e Sant’Agostino di scendere sulla terra e deporre essi stessi il defunto nella tomba. E’ in questa occasione che i due Santi avrebbero esclamato la celebre frase: «Questa è la ricompensa che spetta a chi serve Dio, e i suoi santi» (1).

El Greco, La sepoltura del Conte di Orgaz, 1586, 480 cm x 360 cm, Chiesa di san Tomé, Toledo.
El Greco, La sepoltura del Conte di Orgaz, 1586, 480 cm x 360 cm, Chiesa di san Tomé, Toledo.

Il corpo del Conte di Orgaz è sostenuto da un giovanissimo Santo Stefano, che per lo sforzo o forse per l’emozione ha le gote arrossate, e da un venerando Sant’Agostino. Santo Stefano, il protomartire martire cristiano, il primo a morire per testimoniare la propria fede, indossa una tunica dalmatica nella quale è riprodotta la sua stessa lapidazione mentre Sant’Agostino è in abito addirittura pontificale che ne esprimere la grande autorevolezza. Sempre in primo piano un bambino, per raffigurare il quale il pittore mise in posa il figlio di otto anni, indica la scena principale guidando il nostro sguardo verso di essa. Un cartiglio che gli esce dalla tasca riporta la sua data di nascita. Il prelato che legge il libro dei morti ed impartisce la benedizione è Andrés Nuñez, il committente del quadro. Alle spalle, vestiti di nero, i cavalieri di Santiago, per dipingere i quali El Greco aveva fatto  posare molti suoi amici. Tra di essi è riconoscibile il pittore stesso che si rappresenta al centro della scena con lo sguardo rivolto verso l’alto. Immediatamente al di sopra, un angelo spinge l’anima del Conte verso un Paradiso nel quale è rappresentato il Cristo, la Madonna e San Giovanni Battista. Alle spalle di Maria, San Pietro con le chiavi. Sono raffigurati altri santi e beati, tra i quali Filippo II di Spagna ancora in vita.

Proprio per il contrasto con il bagliore delle rappresentazioni sacre, l’aspetto che maggiormente richiama l’attenzione dell’osservatore è la bordatura nera formata dagli abiti dei cavalieri di Santiago ed esaltata dal chiarore dei colletti bianchi e dei volti. Attraverso essa El Greco ottiene una netta divisone della scena sotto il duplice profilo temporale e topografico. Da un lato i cavalieri impersonano il presente che divide il passato del miracolo dalla dimensione futura del Paradiso cui sono destinate le persone meritevoli come il Conte di Orgaz. Dall’altro la bordatura nera serve a separare visivamente il cielo dalla terra anche e forse soprattutto dal un punto di vista propriamente topografico. Contribuisce a questo la prospettiva piatta ottenuta attraverso la rappresentazione di molte figure in primo piano, sia nella metà superiore che in quella inferiore della scena,  che ha lo scopo di annullare la profondità e ad esaltare ulteriormente una divisione che è solo verticale,  l’alto celeste opposto al basso terrestre, due luoghi che si riflettono l’uno all’altro ma che rimangono distanti e separati.

La celebrazione della morte può assumere sembianze diverse all’interno della stessa iconografia religiosa cattolica. Sempre comunque, anche quando come in questo caso il contesto è di quiete apparente, l’incombenza stessa della morte rende la scena drammatica e addirittura terribile. E a stemperare questa sensazione non basta quella che si intuisce sarà la palingenesi finale, la resurrezione del Conte, né l’immagine centrale dell’angelo che spinge la sua anima verso il paradiso.

Non a caso Proust ricordò questo dipinto quando una sera del 1917 Parigi fu sottoposta ad un bombardamento. Egli si trovava all’hotel Ritz in compagnia di amici quando cominciarono a suonare le sirene dell’allarme aereo e le prime bombe tedesche iniziarono a cadere su Parigi. Scriverà ad una sua amica: «Mi sono messo al balcone e ci sono rimasto più di un’ora a vedere questa ammirevole Apocalisse in cui gli aerei salivano e scendevano completando o disfacendo le costellazioni (…) come nel quadro del Greco in cui in alto c’è la scena celeste e in basso la scena terrestre…» (2).

 

CDL, pubblicato su Il Sestante il 19 aprile 2019

1. La vicenda è narrata da Tomaso Montanari in: El Greco caravaggesco prima di Caravaggio, Il Venerdì di Repubblica, n. 1612, 8 Febbraio 2019, p. 87.
2. L’episodio è riportato in “Proust e la pittura” a cura del sito marcelproust.it