Gli pseudobiblia e la Commedia di Aristotele

 

 


Il termine di pseudobiblion viene attribuito in senso stretto ai libri che non sono mai esistiti, il cui contenuto è di pura fantasia sebbene in taluni casi possa essere ricostruito con buona approssimazione a partire da fonti credibili (si pensi a Platone che riesce a rappresentare il pensiero di Socrate così bene da poterlo riportare in un libro a lui attribuibile).

Il lemma pseudibiblion (plurale psedobiblia) comparve per la prima volta nel 1947 quando lo scrittore di fantascienza Lyon Sprague de Camp pubblicò un articolo sulla rivista “The Saturday Review of Literature” dal titolo “The Unwritten Classics” (I classici mai scritti). Con questo termine egli si riferiva ai “libri incompiuti, libri persi, apocrifi e pseudoepigrafi (falsamente attribuiti)”. Ma i più misteriosi di tutti risultavano senz’altro i libri mai scritti ed esistenti “solo come un titolo, con magari degli estratti, in un’opera di finzione o pseudo-fattuale” (1).

Carl Spitzweg, il topo di biblioteca, 24 × 21 cm, 1851.
Carl Spitzweg, il topo di biblioteca, 24 × 21 cm, 1851.

Tra i più noti pseudibiblia va annoverato il “Necronomicon” inventato da Howard Philip Lovercraft  come artificio narrativo che serviva a dare una base fantastica ai suoi racconti (2). Lovercraft, in un opuscolo del 1927, descrive un testo, Al Azif, attraverso il quale sarebbe possibile evocare i morti, divinità e spiriti maligni. Nella sua narrazione il libro era stato scritto da un poeta pazzo, lo yemenita Abdul Alhazred, vissuto nell’ottavo secolo d.C., e poi tradotto in greco con il titolo di “Necronomicon” e, ancora successivamente, in latino. Nonostante l’ostracismo di tutte le religioni ed i tentativi ripetuti di eradicazione, il libro sarebbe sopravvissuto sino ai nostri giorni, custodito in un luogo segreto ricercato da tutti i maghi e gli occultisti del mondo. Lovercraft non intendeva dare un fondamento storico ai suoi racconti ma semplicemente aveva costruito una base narrativa fantastica. Ma la storia del “Necronomicon” risultò tanto suggestiva che molti vi credettero veramente.  Così nacque la leggenda che esistesse davvero, fosse scritto su pagine di pelle umana proveniente da  persone sacrificate con rituali magici, le parole fossero incise con sangue umano, fosse stato in possesso di Cagliostro e della massoneria egiziana. La storia del libro maledetto si colorò con molti altri elementi fantastici, ben oltre l’invenzione del suo autore.  Al punto che lo stesso Lovercraft si vide costretto a ribadire più volte che il libro era una sua invenzione e non aveva alcun fondamento storico. Ma naturalmente non fu creduto. Ormai il Necronomicon aveva iniziato una vita propria.

Molto tempo prima, un altro pseudobiblion aveva assunto grande importanza sebbene in un ambito molto più ristretto. Si tratta del “Libro di Thot”, attribuito all’omonimo Dio egiziano, che verso il Quattrocento-Cinquecento veniva indicato da una certa tradizione cabalistica come uno dei testi iniziatici di una sapienza antica ed arcana (3). Si comprende che gli psudobiblia, proprio perché si può attribuire ad essi qualsiasi contenuto, siano un elemento centrale dell’immaginario di occultisti,  esoteristi e mistici di tutti i tempi. Di cui ne popolano sogni ed incubi.

Senz’altro più intrigante è l’uso dello psudobiblion come artificio letterario nel contesto di una narrazione fantastica o allo scopo di introdurre un  tema. Nel Pantagruele di François Rabelais viene addirittura citata una pseudo-biblioteca, quella dell’Abbazia di San Vittore, con decine e decine di titoli nel catalogo, da “La malacreanza dei pretonzoli” al “Coglionatico dei promotori ecclesiastici”, dal “Cacafieno degli avvocati” al “Culo spelato delle vedove”, dal “Cazzodasino degli abati” al “De modo cacandi”. L’intento di una satira di costume è evidente. E d’altronde libri mai scritti non potevano che trovare collocazione in una biblioteca immaginaria. Molti altri scrittori hanno fatto uso dell’espediente degli pseudobiblia, da Cervantes a Borges, considerato uno dei più geniali utilizzatori dell’artificio degli pseudobiblia (4).

Accade che lo pseudobiblion assuma la funzione di vero e proprio nucleo narrativo. Come nel caso di uno dei romanzi più celebri di tutti i tempi, “Il nome della rosa” di Umberto Eco, nel quale la finzione letteraria si avvale di due pseudobiblia. Innanzitutto il racconto origina dalla lettura del manoscritto di Adso da Melk, uno dei protagonisti della storia. Ma, soprattutto, il romanzo è costruito intorno ad un libro il cui contenuto viene progressivamente disvelato  nel corso della narrazione sino ad essere reso esplicito nel finale. Si tratta del secondo libro della “Poetica” di Aristotele, interamente dedicato alla commedia e all’arte del riso, sulla cui reale esistenza si discute ancora (5), oggetto di un desiderio intellettuale sempre molto vivo e da cui è sorta un’ampia pubblicistica costituita da libri e  articoli di riviste (6). Limitatamente alla finzione letteraria nemmeno Eco si sottrae ed il contenuto del libro viene esposto nel corso del colloquio finale di Guglielmo da Baskerville con il Venerabile Jorge. Addirittura Guglielmo ne legge il passo introduttivo nel quale si definisce l’argomento sotto un profilo tecnico (7). Ma soprattutto dalle parole del Venerabile Jorge emerge il vero significato della comicità secondo Aristotele ovvero la natura dissacrante da cui scaturisce la carica dirompente e sovversiva: «Questo libro potrebbe insegnare che liberarsi della paura del diavolo è sapienza …Il riso distoglie, per alcuni istanti, il villano dalla paura. Ma la legge si impone attraverso la paura, il cui nome vero è timor di Dio… E da questo libro potrebbe nascere la nuova e distruttiva aspirazione a distruggere la morte attraverso l’affrancamento dalla paura. E cosa saremmo, noi creature peccatrici, senza la paura, forse il più provvido, e affettuoso dei doni divini?». Nel film di Annaud tratto dal romanzo, Jorge  riassume magistralmente: «il riso uccide la paura e senza la paura non ci può essere la fede. Senza la paura del demonio non vi è più necessità del timor di Dio» (8). E questa è la ragione per la quale la satira è osteggiata da tutti i poteri. Perché la dissacrazione dell’ordine costituito ne mette in discussione il fondamento ideologico e l’autorità politica. E forse Aristotele avrebbe potuto svelarci l’essenza intima della sua natura liberatoria. Un peccato che non lo abbia fatto davvero.

 

  1. Le due definizioni, tratte dal testo di Lyon Sprague de Camp,  sono riportate rispettivamente in un articolo di Carlo Menzinger (Cos’è uno pseudobiblion? carlomenzinger.it, 9 Novembre 2008) e nella voce “Pseudobiblion” di Wikipedia. Una ulteriore traduzione delle due definizioni è riportata in: Michele Santoro. Leggere o non leggere (gli psudoboblia). Biblioteche oggi, vol. 31, n. 8, pp 37-62, 2013.
  2. Una sintesi chiara di questa complessa storia si trova in: Necronomicon, il libro dei morti. Su: necronomicon.it, 4 aprile 2013.
  3. Michele Santoro, cit.
  4. Per una rassegna degli scrittori che hanno fatto ricorso all’artificio narrativo degli pseudobiblia  e per un’analisi del loro uso in Jorge Luis Borges si veda: Michele Santoro, cit.
  5. Davide Baldi. Note sul Ricc. 46 e la fine della Poetica di Aristotele. Hermes, 139: 88-91, 2011.
  6. Paul Schollmeier. Aristotle on Comedy. Philosophical inquiry, 40: 16-162, 2016.
  7. Umberto Eco. Il nome della Rosa. Milano, Bompiani, 1981, versione on line, p. 357 e pp 361-365.
  8. Il nome della rosa – Argomenti contro il riso. Dal film del 1986 di Jean-Jacques Annaud.

 

CDL, 20 aprile 2019. Pubblicato su Il Sestante il giorno 8 Novembre 2018