Alle fronde dei salici

 

 

L’esperienza drammatica della guerra condiziona in Quasimodo l’evoluzione dall’individualismo ermetico alla poesia civile. Il passaggio definitivo si compie con la lirica “Alle fronde dei salici”, scritta nel 1944 e pubblicata successivamente. La barbarie dei morti nelle piazze, il lamento insopportabile degli innocenti, l’urlo straziante delle madri sembrano travolgere ogni residuo di umanità e avvolgere tutto in un orrore che annichilisce ogni sentimento. E’ allora che, come gli ebrei nella cattività babilonese (e nel corso della persecuzione allora in atto), gli uomini appendono le cetre alle fronde dei salici ed il canto poetico cessa. Ne scaturisce un silenzio che non è frutto di una scelta, bensì espressione dell’umiliazione e dell’avvilimento della coscienza umana. Ma proprio quando il dolore diventa così immenso e sovrastante da togliere il respiro, proprio allora si fa insopportabile, l’uomo reagisce, la vita riprende, la poesia rinasce. Ed anzi, nel caso di Quasimodo, si rinnova completamente sul piano delle scelte formali e dei contenuti. Da quelle tragedie nacque un nuovo mondo, migliore ma non immune da altre disperazioni che, oggi come ieri, schiantano i più deboli. Anche stavolta ci troviamo nella condizione di dover reagire alla barbarie.

CDL, 12 dicembre 2019. Pubblicato su Il Sestante il 23 agosto 2019.