Una foto simbolo…

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Uno dei simboli più potenti della battaglia contro il coronavirus è l’immagine dell’infermiera dell’Ospedale di Cremona che, nel corso di un turno di lavoro molto faticoso, si abbandona esausta a dormire con la testa poggiata sulla scrivania. E’ il 9 marzo 2020 e in Lombardia si sta combattendo la battaglia decisiva contro l’epidemia. Cremona è uno dei fronti caldi della guerra. L’infermiera due giorni dopo risulterà positiva al coronavirus e solo ieri è stata dichiarata guarita. Le siamo grati. A lei e a tutto il personale che negli Ospedali si sta battendo per conto di tutti noi che siamo ancora nelle retrovie o a casa.

Un’immagine potentissima, quella dell’infermiera esausta, perché dà la misura della grande difficoltà del momento. E che, all’istante, mostra quanto si sia modificata la percezione che impronta l’immaginario generale. Se la stessa foto fosse stata pubblicata appena due mesi fa, sarebbe divenuta la prova provata del lassismo e dell’inefficienza del servizio pubblico. Subitaneo si sarebbe levato il coro di disapprovazione e certo non sarebbero mancate le grida scandalizzate della parte più scalmanata del popolo del web. Per non parlare dell’immediato controcanto dei sedicenti rappresentanti della “ggente”, i quali dopo aver mostrato grande sdegno si sarebbero infine acconciati a riproporre la privatizzazione dei residui servizi pubblici, ormai così inefficienti da tollerare episodi di cotanta negligenza. Ed infatti la stessa infermiera, che evidentemente ha subito per anni questo clima, ha ritenuto di doversi scusare con parole che lasciavano trasparire addirittura un senso di vergogna.

Ma negli ultimissimi tempi è inopinatamente scoppiata una pandemia di dimensioni epocali e la sensibilità generale è bruscamente cambiata. Così l’infermiera è  diventata, giustamente, un simbolo di coraggio e di attaccamento al lavoro. Il coronavirus ha improvvisamente resettato certi luoghi comuni riconducendo la comprensione di alcuni fenomeni nei termini più vicini alla realtà. E in questo caso la realtà è che da anni gli Ospedali italiani, specie quelli pubblici, versano in gravi difficoltà e che il personale medico ed infermieristico vi si trova ad operare in condizioni di grande difficoltà. E dovendo scontare un clima di profonda ostilità sia sul piano giuridico che su quello dell’opinione pubblica.

L’opinione pubblica ovviamente comprende molte correnti di pensiero. Ma alcune sono più “rumorose” di altre perché sostenute da gruppi di pressione organizzati o perché alimentate da una propaganda interessata. Queste due leve agiscono su un humus culturale (o sottoculturale) composito: la convinzione che la sanità sia appannaggio di cialtroni incompetenti che sfruttano le persone a fini di lucro personale o, al contrario, la fiducia magica riposta nella Medicina che genera aspettative decisamente eccessive e destinate ad essere deluse oppure, ancora, l’interesse di chi ritiene di potersi avvantaggiare del contenzioso medico-legale. Queste correnti di pensiero, pur partendo da principi talora opposti, hanno concorso in passato a screditare il sistema dell’assistenza sanitaria e in particolare della componente pubblica cui solitamente venivano lasciati i casi più gravosi da curare. Su queste pulsioni ha abilmente giocato quella parte della classe politica che intendeva favorire o completare il processo di privatizzazione dei servizi pubblici.

Ma ora il coronavirus si è incaricato di rimettere a posto le cose. Come per incanto si è scoperto che l’assistenza sanitaria pubblica è imprescindibile e che anzi deve essere potenziata. Ci si è finalmente accorti che il personale impegnato lavora in condizioni difficilissime e che lo faceva già prima della pandemia. Soprattutto si è presa coscienza della necessità di ripensare il nostro rapporto con la Medicina. Si vedrà se da queste premesse potrà scaturire la profonda ristrutturazione del sistema sanitario nazionale che ora tutti sembrano auspicare. 

 

CDL, 3 aprile 2020

 

 

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