L’epidemia è casuale, gli effetti no

 

 

L’epidemia è un evento casuale ma solo nella tempistica. In quanto prevedibile sul lungo termine, i suoi effetti non possono essere considerati accidentali. Perché ogni società costruisce i propri punti di forza ed è responsabile delle proprie vulnerabilità.

La globalizzazione dei mercati, l’imponente crescita demografica mondiale, la concentrazione urbana, i trasporti di massa. Sono tutti aspetti della società moderna che hanno favorito il diffondersi della pandemia e che, in un modello multicausale, sarebbero considerati cause componenti. In molti Paesi si aggiunga anche la ampia libertà di movimento che ha rappresentato un ulteriore fattore favorente sebbene non decisivo vista l’esplosione pandemica anche laddove le persone subiscono limitazioni di spostamento. Nel modello multicausale, è prevista una eventuale causa necessaria, nel caso della pandemia il virus, senza la quale non si sviluppa la malattia ma che per agire ha bisogno delle altre. Generalmente si valuta l’ultima causa come quella efficiente senza considerare il processo nella sua complessa interezza. Si consideri invece che se il virus fosse mutato in un pipistrello di una zona desertica non avrebbe infettato nessuno o al massimo un eremita non in grado di contagiare altri. Dunque non è specioso andare a vedere le cause componenti che hanno contribuito all’esplosione della pandemia per verificare come e in quale misura esse possono essere rimosse o modificate.

D’altronde l’uomo si è spesso interrogato sulle ragioni profonde che potevano stare alla base delle catastrofi naturali. Così, in occasione del terrificante terremoto che nel 1755 fece 75.00 vittime a Lisbona, si svolse un dibattito molto interessante cui parteciparono insigni filosofi1. Non mancarono interpretazioni apocalittiche come quella sostenuta dai gesuiti che denunciavamo la diffusa corruzione dei costumi come causa prima del cataclisma. Invece i  filosofi illuministi, in testa Voltaire, si interrogavano sulla gratuità del male. Rousseau si schierò contro i falsi valori che governavano la civiltà di allora e che erano stati il motivo sia della edificazione di palazzi tanti alti quanto fragili sia della brama delle persone di mettere in salvo i bene materiali e che le aveva spinte a rientrare nelle case troppo presto finendo travolte dai crolli e dagli tsunami susseguenti. Così, con Rousseau, il dibattito passava dal piano metafisico a quello storico, dalla riflessione speculativa a quella politica.

Figura 1

Per tornare ad oggi, certo non sarebbe semplice apportare correzioni radicali a fenomeni di portata mondiale come la crescita demografica, la globalizzazione, l’urbanizzazione, i trasporti di massa, ecc. A meno di non cambiare completamente, e collettivamente, il modello di sviluppo. Sempre che ce ne fosse un altro alternativo e perseguibile in tempi realistici. Rimane il fatto che, a partire dall’analisi delle cause componenti, si potevano prevedere alcune misure da prendere in caso di emergenza perché anche i fenomeni di dimensioni mondiali possono essere in parte governati (sempre che ci siano le adeguate decisioni politiche). Ma l’eventualità di una pandemia mondiale è stata discussa solo a  livello scientifico e solo qualche governo pare si sia veramente preparato ad affrontarne le conseguenze. Non lo hanno fatto le istituzioni di livello sovranazionale. Ma l’OMS, analizzando le ultime limitate ma numerose epidemie mondiali (tra le quali SARS, MERS, aviaria), da tempo andava valutando gli effetti di una pandemia. L’ultimo report, pubblicato nel settembre 2019, concludeva che il mondo non era pronto a fronteggiare un’evenienza del genere2.

Non solo. Mentre le organizzazioni sanitarie lanciavano l’allarme, alcuni Paesi continuavano sulla strada del progressivo dimagramento del servizio sanitario pubblico (dal quale ricavare risorse economiche da utilizzare in altri ambiti). Con il consenso silente di noi cittadini-elettori, in alcuni casi non informati, in altri distratti, in altri ancora proprio convinti della bontà di questa scelta. La responsività del sistema sanitario con buona ragione può essere considerato un’ulteriore causa componente che ha contribuito a dimensionare la pandemia in alcuni suoi aspetti decisivi. Per lunghi anni nel nostro Paese si è perseguita l’idea che la progressiva traslazione delle prestazioni sanitarie dal pubblico al privato (convenzionato e non) avrebbe garantito un miglioramento dell’efficienza di ampiezza tale da poter procedere a risparmi significativi. Nella figura 2 è riportato l’andamento della spesa sanitaria pubblica espresso in termini di percentuale di PIL nell’arco di dieci anni3. Il nostro Paese, che già all’inizio del periodo si collocava su un livello di finanziamento ben inferiore rispetto ad altri, ha visto contrarsi ulteriormente l’entità della spesa pubblica a fronte di altri che decidevano invece di impegnare maggiori e crescenti risorse. Sino al caso clamoroso degli Stati Uniti che già nel 2009 investivano maggiori risorse rispetto ad altri, Italia compresa, e la cui spesa sanitaria pubblica  è cresciuta a dismisura a partire dal 2014 come conseguenza della riforma di tipo universalistico introdotta da Obama

Figura 2

In tutta evidenza il tipo di finanziamento pubblico non è ininfluente nel modellare in profondità il sistema dell’assistenza sanitaria. In questa sede ci si limiti a constatare che il privato ha acquisito sempre più spazi soprattutto nella gestione dell’elezione e della cronicità. Il sistema dell’emergenza, molto costoso e non programmabile in modo da garantirne un uso a regime pieno, è invece rimasto perlopiù di competenza di ospedali pubblici sempre meno finanziati. Si è visto questo cosa ha significato quando è esplosa la pandemia, con le strutture pubbliche che scoppiavano e quelle private che solo in parte e con un certo ritardo si è potuto coinvolgere nella gestione dell’emergenza. E quando si è cercato di forzare la mano, ricoverando i pazienti positivi al coronavirus nelle Residenze Sanitarie Assistenziali private, allo scopo di non ingolfare gli ospedali pubblici, il risultato si è visto.

Non è ancora chiara la ragione della differente letalità del coronavirus in Germania (3%), USA (5%), Spagna (10%), Italia (12%). Certamente pesano in misura decisiva i fattori sociologici ed in particolare la permanenza dei giovani in famiglia che nei Paesi di cultura latina favorisce il contagio di quella categoria di persone, gli anziani, nella quale il rischio di morte è maggiore. Senza voler indulgere ad una visione “mitica” della Medicina e delle sua possibilità di cura, non possiamo però non considerare come ulteriore fattore l’organizzazione del sistema di emergenza. E, interpretando la proporzione di letti di Rianimazione come misura delle risorse dedicate all’emergenza, si consideri che questi all’inizio della pandemia erano in Germania quattro volte di più che in Italia (350 letti per milione di abitanti a fronte di 83).

Cosa accadrà ora? L’esito di una epidemia non è affatto scontato sotto il profilo dello sviluppo civile di una società. Essa può indurre una stretta repressiva come sembrerebbe essere accaduto in Cina proprio in occasione dell’epidemia Covid-19. Oppure può favorire una rivoluzione come accadde ad Haiti nel 1802, quando l’esercito francese fu sterminato dalla febbre gialla, cui i ribelli di colore era invece parzialmente immuni.

Ma senza aspettarsi una improbabile rivoluzione, intanto si potrebbe iniziare qualche riflessione sulle priorità che una società civile si deve porre: la riduzione della densità abitativa (meno grattacieli e più piazze), il sovraffollamento dei trasporti (più telelavoro), la crescita demografica in alcuni territori (dove manca una cultura della prevenzione). E magari si potrebbe anche tornare a discutere una riorganizzazione del sistema sanitario che potenzi il ruolo pubblico e sia ispirato da un cambio di paradigma che affianchi al diritto individuale alla salute il diritto (e dovere) di una medicina sociale rivolta alla comunità.

 

CDL, 1 maggio 2020

 

  1. Una sintesi è riportata in: Gabriele Pedullà. L’alba di Lisbona. L’Espresso n. 17, pp 76-78, 19 aprile 2020.
  2. Report OMS, Un mondo a rischioA word at risk, Settembre 2019
  3. La figura è stata costruita a partire dai dati forniti dallo OCSE-OECD (Organisation for Economic Co-operation and Development) nella sezione OECD.Stat