A proposito del 25 Aprile

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In occasione del 25 aprile 2020, il Circolo Piero Gobetti  di Tivoli aveva programmato un dibattito sulla Liberazione che non si è potuto tenere a seguito dell’emergenza pandemia. In quella circostanza il prof. Alcibiade Boratto avrebbe dovuto tenere un discorso rievocativo che, pur non escludendo la comprensione umana nei confronti di coloro che scelsero il fascismo, comunque intendeva ribadire i valori fondanti della Repubblica uscita dalla Resistenza ed il contributo dei militari italiani che non accettarono di passare dalla parte tedesca. Consideriamo un grande onore poter pubblicare il testo del  discorso del prof. Boratto.

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In questo mio intervento tratterò due argomenti che forse meno sono stati portati alla attenzione e alla riflessione dei cittadini e in particolare dei giovani. Il primo riguarda la vicenda drammatica degli Internati Militari Italiani, cioè degli ufficiali e dei soldati del nostro esercito, che dopo l’otto settembre furono catturati dai tedeschi e rinchiusi in vari campi di concentramento in Germania e in Polonia. Il secondo è relativo alla annosa e controversa questione della conciliazione nazionale, del giudizio storico sul periodo 1943-45, che vede ancora schierati su posizioni diverse, talvolta distanti, storici, politici, pubblicisti. Non tratterò, quindi, dei campi di sterminio, sui quali la nostra esecrazione non sarà mai abbastanza, accompagnata da una dura condanna per i negazionisti, nei quali è dato purtroppo rinvenire quella sordità morale e quel feroce odio nei confronti del popolo ebraico e in generale per l’altro da noi, che si sperava con il tempo e con la conoscenza tendessero a scomparire e che invece di nuovo riprendono a crescere, alimentati da una subcultura, patrimonio mentale di violenti e di psicopatici.

Nei primi giorni del mese di settembre del 1943 l’esercito italiano occupa ancora i territori della ex Iugoslavia, della Grecia, di alcune isole greche, della Francia meridionale. Sono truppe che se la devono vedere soprattutto con i partigiani sloveni, serbi, croati, greci, francesi, che combattono l’occupante italiano e tedesco per liberare i loro paesi. Fatti di violenza non mancarono da una parte e dall’altra, soprattutto nei territori della Slovenia e della Croazia, dove gli esiti dei trattati di pace della prima guerra mondiale e una politica di denazionalizzazione perseguita dal fascismo avevano fatto nascere rancori e odio nei confronti del nostro paese.

L’otto settembre viene annunciato l’armistizio tra l’Italia e gli alleati anglo-americani. E’ una scelta inevitabile: l’Italia non è più in grado di sostenere la guerra. Le truppe alleate sono ormai sul territorio nazionale dal mese di luglio a seguito dello sbarco in Sicilia; molte città sono continuamente bombardate; i sacrifici della popolazione sono pesanti; la maggioranza del paese, le alte gerarchie militari e buona parte dei ceti dirigenti sono convinti che la guerra è ormai perduta e che è legittima scelta uscire dal conflitto.

Solo che l’operazione dell’armistizio fu male gestita. Il Maresciallo Badoglio, divenuto Presidente del Consiglio dei Ministri dopo la caduta di Mussolini il 25 luglio, giocò su due tavoli, assicurando ai tedeschi la continuazione della guerra al loro fianco e contemporaneamente trattando l’armistizio con gli alleati anglo-americani. Una manifestazione di fiacchezza morale e di irresolutezza oltre che di inutile doppiezza, perché non finalizzata a preparare un piano che servisse a difendere l’Italia dalla prevedibile aggressione tedesca e chiamasse il paese a un progetto di fuoriuscita dal passato fascista e di decisa opposizione all’invasore tedesco. Ma lui era uomo di quel passato e con quel passato notevolmente compromesso. Anche il re Vittorio Emanuele iii, a cui si guardò da alcuni settori della società nella speranza di avere un riferimento certo, mostrò una grave inettitudine con la sua partenza per Brindisi, illudendosi di salvare con la sua persona l’istituzione monarchica e la continuità dello Stato. La monarchia, che per scelta del sovrano in carica si era assunto gravi responsabilità storiche, aprendo la strada al fascismo, tollerando l’alleanza con la Germania nazista, dichiarando la guerra nel 1940, violando ripetutamente lo Statuto, non poteva arrogarsi il diritto di garantire la continuità dello stato.

La questione andava risolta diversamente, come avvenne il 2 giugno 1946 con il referendum tra monarchia e repubblica. Ma restiamo al nostro argomento. Dunque, il 9 settembre il Capo dello Stato, il re Vittorio Emanuele III e Badoglio, Presidente del Consiglio, abbandonano Roma, seguiti dallo Stato Maggiore dell’Esercito e dai ministri, lasciando dietro di loro il caos: nessuna precisa disposizione su come fronteggiare i tedeschi, che cominciano ad occupare militarmente l’Italia, come da loro programmato sin dal maggio precedente con la predisposizione di un piano di invasione voluto da Hitler nel caso di un collasso dell’alleato italiano. Quale fosse la situazione negli alti comandi militari ce lo dice Paolo Monelli nel suo libro “Roma 1943”. “Certo il comando del corpo d’armata quella mattina era quello che in gergo militare si dice un casino. Ufficiali correvano qua e là, smarriti, raccontavano a chiunque arrivasse che il generale Carboni era scappato da Roma… Squillavano i campanelli di tutti i telefoni, comandi che non trovavano risposta allo stato maggiore e volevano ordini e chiedevano informazioni”. Ora, di fronte a questo stato di cose, di fronte alla viltà, alla assoluta mancanza di responsabilità, al venire meno ai propri doveri degli alti comandi militari, non sorprende che i reparti dell’esercito si sciogliessero come neve al sole.

E se per soldati e ufficiali di stanza in Italia poteva essere, in determinate condizioni, relativamente più facile trovare un rifugio presso parenti, amici, cittadini generosi per scampare ai rastrellamenti tedeschi, determinati a disarmare e imprigionare i militari italiani, per quelli che operavano nelle zone di occupazione molto poche furono le occasioni per sfuggire alla cattura e per loro  si aprì un periodo drammatico di internamento nei campi di concentramento in Germania e in Polonia. Fu quello il periodo più buio della nostra storia nel corso del Novecento con il crollo dello Stato e delle Forze Armate, con un forte smarrimento morale e politico, con l’economia in ginocchio, le città devastate dai bombardamenti, i gravi disagi della popolazione. Ma fu anche il momento in cui si cominciò a manifestare apertamente in alcuni settori della nostra società un fermo rifiuto di ogni forma di sottomissione al nazismo e ad elaborare una riflessione sul passato fascista e la necessità di pensare una comunità nazionale basata su nuovi valori da costruire con una resistenza, armata o disarmata che fosse, ad ogni forma di dittatura e di sopraffazione.

Già il 9-10 settembre ci fu un episodio significativo sul nuovo corso che si cercava per il nostro paese. A Roma, a Porta San Paolo, militari della Divisione “Granatieri di Sardegna”, carabinieri, il reggimento “Lancieri di Montebello”, uomini politici antifascisti, cittadini, superando le irresolutezze dei superiori comandi militari, tentarono di opporsi all’occupazione della capitale da parte delle truppe tedesche.  Troviamo tra i combattenti antifascisti che saranno protagonisti della politica italiana negli anni successivi: il socialista Pertini, l’azionista Baldacci, il comunista Fabrizio Onofri, il repubblicano Oscar Mammì, il cattolico-comunista Adriano Ossicini, che si incaricò di prendere in consegna un carico d’armi, proveniente dalle caserme, per distribuirle ai cittadini. Si ingaggiò in quella circostanza uno scontro impari, destinato a finire con la sconfitta degli italiani, tanta era la sproporzione in uomini e armamento tra i due schieramenti. Ma valse a dimostrare che in mezzo a tante rovine morali e materiali, a diserzioni e viltà, vi erano menti ed energie che guardavano ad una nuova Italia.

Più o meno in quegli stessi giorni in altre parti d’Europa reparti dell’esercito italiano erano alle prese con la prepotenza e la volontà di vendetta dell’ex-alleato tedesco. A Cefalonia dall’otto al 22 settembre si svolge il dramma di circa 10.000 militari italiani in balia di disposizioni contraddittorie dei comandi superiori di Roma e di Brindisi, trascurati dagli alleati anglo-americani che negano loro qualunque aiuto, pressati da ordini sempre più minacciosi da parte dei tedeschi, che chiedono loro la consegna delle armi per ridurli allo stato di prigionieri di guerra. Pur valutando le difficili condizioni in cui si trovano, consapevoli del loro progressivo isolamento, dopo qualche giorno di trattativa, che lasciava sempre meno spazi alla loro dignità di militari e alla loro volontà di tornare in patria, decisero lo scontro armato con i tedeschi. Quando il 22 settembre i superstiti dei vari combattimenti si arresero, essi furono tutti fucilati, ufficiali e soldati. Così aveva stabilito Hitler, definendo gli italiani traditori, lui che nella sua follia nichilista, nell’assurdo inseguimento di una chimerica arma risolutiva del conflitto, continuava a gettare nella fornace della guerra milioni di giovani vite. Quattromilacinquecento furono i soldati fucilati e 199 gli ufficiali; i loro corpi furono bruciati o gettati dentro delle fosse o nel mare. 

Complessivamente, tra i caduti in combattimento e i fucilati dopo la resa, i morti italiani furono circa 9.000. Quanto avvenne a Cefalonia fu significativo e, come ha scritto Gian Enrico Rusconi, si inserisce nel movimento resistenziale per “due punti essenziali di collegamento: l’identificazione nel nazifascismo del nuovo nemico e la rivendicazione della propria libertà, anche se i contenuti e gli istituti politici di questa libertà sono indeterminati”.

Veniamo ora agli IMI, cioè gli Internati Militari Italiani. Ottocentomila furono i militari deportati in Germania e in Polonia.  Essi si trovavano al momento dell’armistizio nella Francia meridionale, in Italia e nei Balcani. Stanchi della guerra, privi di rifornimenti, senza disposizioni degli alti comandi militari, come abbiamo già visto, delusi nelle loro aspettative di trionfi militari più e più volte proclamate dal regime fascista, essi in quei giorni desideravano soltanto tornare a casa. Ma l’ex-alleato tedesco non lo consentì: noi eravamo considerati traditori e quindi dovevamo essere messi nelle condizioni di non nuocere.

Il 12 settembre Hitler ordina che “…tutti i reparti italiani che abbiano fatto cadere le loro armi nelle mani dei rivoltosi o abbiano fatto con questi causa comune saranno trattati dopo la cattura nel modo seguente: gli ufficiali secondo la legge marziale saranno fucilati; i sottufficiali e i militari di truppa devono essere trasferiti immediatamente ad Est per essere impiegati come lavoratori”. Inoltre, attuando un piano già da tempo preparato, come ho già ricordato, si dette subito inizio al disarmo e alla cattura dei militari italiani e al loro invio ai campi di concentramento su lunghi convogli di carri merci. Unico riguardo per gli ufficiali era farli viaggiare stipati in vecchie carrozze passeggeri di terza classe, ma il trattamento a loro riservato non differiva molto da quello destinato ai soldati. Disponiamo di un abbondante letteratura costituita di diari, memorie, lettere, appunti che testimoniano le condizioni in cui si svolsero i trasferimenti dei militari verso i campi di concentramento di Kustrin, Wietzendorf, Sanbostel, Beniaminowo e tanti altri.

Leggiamone qualche brano. Scrive nel suo “Diario di guerra e di prigionia” il tenente Pietro Pizzoni in data 17 settembre 1943:”Da tre giorni i nostri detentori ci lasciano senza mangiare . Credono forse che noi siamo esseri speciali capaci di vivere in cattività solo di aria..?”. E il sottotenente Franchi ricorda quanto avviene dopo una sosta del convoglio su cui si trova:” Ci avviamo verso una lunga fila di gabinetti o, per meglio dire, ad una lunga fossa sulla quale corre un palo simile ad un appollatoio per galline. Ed infatti centinaia di uomini sono appollaiati su questo palo in difficilissimo equilibrio con grave pericolo di cadere per di dietro e tuffarsi dritti, dritti nella sottostante broda schifosa che manda là intorno un nauseabondo fetore”. Testimonianza questa che mostra non solo la durezza del trattamento, ma anche la volontà di schernire e umiliare i prigionieri.

Ma quale era poi la sorte di questi militari una volta giunti nei campi di concentramento? Scrivono Mario Avagliano e Marco Palmieri nel loro libro “Gli internati militari italiani”: “ La vicenda umana degli ufficiali e dei soldati fu in parte diversa. Gli ufficiali furono bersagliati dalla propaganda della RSI e furono fiaccati da mesi di fame e di stenti nei lager… I soldati e i sottoufficiali, invece, vennero immediatamente avviati al lavoro coatto”. Ricorda in proposito l’internato Nicola  Labanca: “ …il campo fu solo un ricovero notturno dopo una giornata di lavoro all’esterno, spesso massacrante sia per la fatica richiesta sia per la sempre insufficiente alimentazione”.

Hitler aveva bisogno di manodopera per l’industria bellica. La guerra divorava sempre più uomini e le fabbriche chiedevano operai. Nei suoi scritti e nel corso di colloqui puntualmente riferiti da Hermann Rauschning, suo stretto collaboratore, il dittatore nazista, pianificando il futuro della sua Europa, aveva previsto che la manodopera per sostenere la grandezza del Reich sarebbe stata fornita dalle popolazioni slave, considerate inferiori per razza e per cultura. Ora gli si presentava un’altra occasione per avere uomini in condizione di assoluta soggezione da sfruttare: erano i nostri militari, che, bollati di tradimento, erano additati al disprezzo del popolo tedesco e utilizzati come lavoratori coatti.

Il 18 settembre 1943 Mussolini annuncia alla radio da Monaco la nascita della RSI con un duro discorso contro quella parte di italiani che anch’egli definisce traditori. Riafferma la volontà di continuare la guerra al fianco del nazismo. Farnetica di vittorie future. Dice testualmente: “Riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati: soltanto il sangue può cancellare una pagina così obbrobriosa nella storia della Patria… Io vi chiamo al lavoro e alle armi. L’esultanza del nemico per la capitolazione dell’Italia non significa che esso abbia in pugno la vittoria, poiché i due grandi imperi di Germania e Giappone non capitoleranno mai”. Mussolini è, dunque, un alleato che dovrebbe avere la forza di chiedere e ottenere un miglior trattamento dei militari italiani internati. Ma quale considerazione Hitler avesse del suo alleato, lo dimostra solo due giorni dopo la nascita della RSI, disponendo il 20 settembre che i militari italiani non siano più definiti prigionieri, ma internati, sottraendoli così alla tutela della Convenzione di Ginevra per costringerli al lavoro manuale in condizioni penose.

Scriverà nel suo diario il sergente di Sanità Fanizza: “… Le rimanenti baracche sono affollate di ammalati con le più svariate diagnosi… Tutti questi pazienti provengono dalle miniere o dalle fabbriche della zona, sono poveri corpi scheletriti. Giacciono uno vicino all’altro su nude tavole coperte solo dal proprio vestito ridotto a pochi stracci luridi… Al trovarmi in mezzo a tanta miseria, in un formicolio di esseri umani ridotti a larve, in una nube afosa, satura di fumi e di polvere , mi pare quasi di impazzire”. Un vero e proprio processo di deumanizzazione che aveva molti punti di contatto con quanto avveniva nei campi di sterminio.

Contemporaneamente si procedeva ad una massiccia operazione di propaganda anche attraverso l’ambasciata italiana a Berlino, retta da Filippo Anfuso, per ottenere dagli internati la loro adesione alla RSI. Di fronte ai loro primi rifiuti si risponde con la minaccia. Un internato a Cholm in Polonia riferisce nel suo Diario le parole del generale Coturri, inviato nel campo a raccogliere adesioni: “Tornerò in gennaio e allora la fame e il freddo della Polonia vi avranno fatto decidere”. Poi si passa alle lusinghe, al miraggio del ritorno in patria e quindi a casa.

Non c’è dubbio che presso una parte degli internati, molto minoritaria, la propaganda fece breccia. Le motivazioni furono varie: una scelta ideologica a favore del fascismo, la stanchezza prodotta da privazioni e sofferenze o anche la scaltra adesione alla RSI per tornare in Italia e poi fuggire e tentare di tornare a casa, come poi effettivamente in molti casi si verificò. Si calcola che forse furono circa 100.000 coloro che aderirono alle richieste degli emissari fascisti su gli oltre 800.000 internati. La stragrande maggioranza rispose con un rifiuto. Rifiuto che, per ragioni di propaganda, fu fatta apparire da certa stampa italiana come vigliaccheria o sfruttamento di una opportunità secondo Il Messaggero, che, in data 22 aprile 1944, scriveva:”Fino a quando i signori internati in Polonia si faranno mantenere a panini imburrati a spese del Reich?”.

Non dobbiamo pensare a un improvviso passaggio dal fascismo all’antifascismo compatto, univoco nelle motivazioni, con un medesimo grado di maturazione politica. Le dure esperienze della guerra e l’armistizio improvviso, con le conseguenze che ne erano derivate, erano state vissute con sensibilità e livelli di preparazione culturale differenti, a volte molto lontani fra i tanti internati. L’ufficiale di grado alto e basso, data la sua formazione, aveva una capacità di valutare le situazioni certamente più ampia rispetto a quella di un soldato fornito di licenza elementare e talvolta addirittura analfabeta. In mancanza ancora di una matura consapevolezza antifascista la spinta prevalente al rifiuto di ogni forma di collaborazione con la RSI o con il tedesco da parte dei nostri militari fu il richiamo al giuramento prestato al re, ma anche un sentimento di ostilità nei confronti dell’ex-alleato, in molte famiglie italiane risalente al primo conflitto mondiale, e ora in loro rinvigorito  dalla prepotenza e del disprezzo subito dai militari tedeschi sui fronti di guerra in Africa e soprattutto in Russia.

Comunque, sia pure sollecitati da motivazioni diverse, chi prima, chi dopo, oltre 600.000 tra ufficiali e soldati giunsero alla stessa scelta, il rifiuto di accogliere le reiterate, pressanti, minacciose proposte di aderire alla RSI e tornare a combattere o a collaborare con la Germania hitleriana. Si trattò di una autonoma maturazione di una coscienza antifascista o comunque del rifiuto di un passato che li aveva condotti a quello stato di cose.  La cultura politica di quei giovani era quella del ventennio. Del pensiero politico antifascista, tranne poche eccezioni, sanno nulla, perché il regime fascista per vent’anni, proprio nel periodo della loro formazione scolastica e culturale, ha impedito ogni forma di pluralismo di conoscenze. E’ la lezione degli avvenimenti in cui si sono trovati che li ha portati a riflettere durante le pigre ore nel campo di concentramento o le penose, lunghe ore nei luoghi di lavoro, riflessioni che sboccheranno in una scelta che costerà sofferenze e umiliazioni.

Scelta convinta, però, che a volte respingerà anche gli incitamenti e le preghiere di angosciati familiari, che li spingono ad optare per la RSI al fine di ottenere o un rientro in patria o migliori condizioni di vita nei campi di concentramento. Scrive nel suo già citato Diario il tenente Pizzoni: “Per loro (cioè per i suoi familiari) quello che ora conta è strapparmi dalla fame a qualsiasi costo, anche se debbo poi combattere per i tedeschi. Vogliono rivedermi… Ma io resto (nel campo di concentramento). Resto perché non voglio combattere per i tedeschi”. E questo lo scriveva coerentemente con quanto in un passo precedente dello stesso Diario aveva affermato: “Se l’amico è votato al suicidio inevitabile, non è pazzia seguirlo? Abbandonarlo è tradimento? Ma no! È l’imperativo categorico di chi vuole sopravvivere che impone il contrario”.  Pensiero che si ritrova anche in una lettera del capitano Aste: “Superfluo dirvi miei cari che io non ho considerato questa volta …L’eventualità di optare…perché io non voglio, io che non ho tradito nessuno, avere a che fare con i tedeschi”.

Del travaglio delle scelte che si stanno compiendo è testimonianza il Diario del sottotenente Ravaglioli che scrive:” Non si era mai parlato fra noi… di libertà, di democrazia, di diritti alla persona, di rispetto dei popoli: tutti concetti che la nostra generazione non ha avuto modo di approfondire… Ma occorre darci tempo per assimilarli. Del resto altri principi che ci venivano inculcati ci erano rimasti piuttosto ostici, perché apparivano appiccicaticci d’accatto ispirati all’allineamento a Hitler, quali la politica della razza e l’antisemitismo. Occorre riflettere… Quanti problemi da risolvere nel nostro spirito per essere finalmente liberi nel cuore”.

Come si vede, gli elementi di un pensiero politico e sociale nuovo fermentavano in quei lager, anche perché in quei luoghi erano presenti uomini del mondo della cultura e del teatro che sollecitarono e organizzarono dibattiti, presentazioni di libri, spettacoli teatrali, lezioni di storia. Qualche nome: lo scrittore Mario Rigoni Stern, il filosofo Enzo Paci, i giornalisti Giovanni Ansaldo e Oreste Del Buono, il critico letterario Carmelo Cappuccio, il filologo Ignazio Cazzaniga, l’attore Gianrico Tedeschi, lo scrittore Giovanni Guareschi e tanti altri. “Scuola di democrazia” è stato definito da Natta, prigioniero anch’egli e autore del volume “L’altra Resistenza”, l’internamento dei nostri militari, “… perché l’essenza della prigionia nei lager consisteva nella conquista , estesa e sofferta, della consapevolezza e nella purificazione degli errori e delle colpe del fascismo”.

A buona ragione, dunque, nonostante la scarsa attenzione rivolta ai loro drammi dal mondo della politica nel primo dopoguerra, i militari internati con le loro scelte entrano nel filone della Resistenza, anche perché sottrassero alle forze armate del nazi-fascismo truppe combattenti, che avrebbero inutilmente aumentato rovine e morti e avrebbero ritardato la fine della guerra. Il Presidente della Repubblica Mattarella, nel settantesimo anniversario della Liberazione, lo ha definitivamente confermato con queste parole: “ Cosa sarebbe successo se questi militari italiani avessero deciso in massa di arruolarsi nell’esercito della RSI? Quanto sarebbe stata più faticosa per gli Alleati l’avanzata  sul territorio italiano e con quante perdite?”.

Passiamo ora al secondo argomento, cioè la travagliata e ad oggi irrisolta questione di un giudizio condiviso sulla storia del ventennio fascista e sui fatti che ne seguirono, la seconda guerra mondiale, la Resistenza e la nascita dell’Italia democratica. Questione di non poco conto se è vero, come è vero, che una democrazia funziona se, accanto alla efficienza delle sue istituzioni, vive nella società una memoria condivisa del proprio passato, capace di elaborare torti e ragioni delle varie parti in campo  e costruire, quindi, un panorama storico complessivo ed equilibrato. Se oggi la nostra società è così divisa  e piena di risentimenti, fino a coltivare l’odio in alcuni casi, lo è certamente per motivi contingenti di ordine economico e di giuste rivendicazioni, ma lo è anche perché non si è raggiunta una piena consonanza sul terreno di determinati valori e del convinto consenso sulla Resistenza come promotrice della nostra Costituzione e della nostra democrazia.

Figura 1. 6 maggio 1945. Il comando generale del Corpo Volontari della Libertà sfila in corso Matteotti a Milano per festeggiare la Liberazione e sancire l’atto conclusivo della Resistenza. Sono riconoscibili, da sinistra, Mario Argenton, Giovan Battista Stucchi, Ferruccio Parri, Raffaele Cadorna, Luigi Longo, Enrico Mattei, Augusto Solari.

Già Cesare Pavese nella sua opera “La casa in collina”, pubblicata nel 1948, si era posto il problema di una profonda e pacata riflessione sul periodo della Resistenza, sul suo valore, sulle ragioni di coloro che al movimento resistenziale si erano opposti, per poter poi giungere ad una ricostruzione equanime di quegli avvenimenti. Scrisse in un passo di quell’opera: “Ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso”.

Solo che per compiere questa operazione è necessario stabilire e riconoscere che le scelte di fondo fatte dal fascismo negarono la libertà e la democrazia, cancellarono il rispetto per la dignità delle persone appartenenti ad altri gruppi etnici e furono contrarie agli interessi nazionali, sia perché legarono l’Italia ad una nefasta alleanza con il nazismo sia perché portarono il nostro paese nel disastro della seconda guerra mondiale. Ed è inoltre, necessario ammettere che la nostra democrazia, costruita sulla Costituzione, è storicamente il frutto della Resistenza.

Rispetto umano e storica comprensione per quei giovani che vollero seguire il fascismo anche nella sua fase agonizzante della RSI, immolando anche la loro vita, perché privi della conoscenza di altre culture politiche o perché persuasi di combattere, come ripeteva ossessivamente la propaganda fascista, contro il pericolo comunista russo o perché convinti della superiorità del sistema dittatoriale rispetto a quello democratico. O, comunque, decisi, per una sorta di onore e di malintesa coerenza, a seguire nel baratro della guerra ad oltranza il tedesco, considerato sempre un alleato.

Ma non è possibile porre sullo stesso piano il progetto politico di uno stato dittatoriale e le alleanze della RSI e quello degli uomini e delle forze politiche della Resistenza. Il primo, se mai si fosse affermato, mirava dritto alla costruzione di uno stato illiberale, gravato da forti discriminazioni razziali all’interno di un’Europa schiacciata dalla prepotenza nazista. Il secondo ha posto le premesse per la Costituzione, la riconquista della nostra dignità nazionale e ha guardato ad un futuro di libertà, di giustizia sociale, di pace.

Per dare sostanza a queste mie affermazioni, mi soffermerò su alcune scelte, operate in determinati campi e concretate in atti e fatti conseguenti, mettendole a confronto con quelle effettuate negli stessi campi dai nostri padri costituenti e dal nostro regime democratico. Prendiamo il rapporto dello Stato fascista con la minoranza dei cittadini ebrei. Dopo una violenta campagna antisemita, prima sui quotidiani e sulle riviste filofasciste, poi su tutti gli altri organi di stampa, a partire dal 5 settembre 1938, quando con regi decreti si stabilisce che gli studenti ebrei non possono più frequentare le scuole italiane e i docenti, i direttori didattici e i presidi appartenenti alla “ razza ebraica” sono sospesi dal loro incarico, si può dire che non ci sia anno, fino al 1944, in cui non si prenda un provvedimento repressivo e di spoliazione di ogni bene nei confronti di quella minoranza. Con la costituzione della RSI le condizioni degli ebrei italiani peggiorarono ancora. Il cosiddetto Manifesto di Verona del novembre 1943 al punto sette stabiliva: “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”. Sulla base di questa definizione il fascismo di Salò si macchiò della collaborazione con i tedeschi nella cattura degli ebrei e nel loro invio ai campi di sterminio. Il rastrellamento degli ebrei nel ghetto di Roma del 16 ottobre 1943 e la costruzione del campo di concentramento di Fossoli, da dove partivano i treni di ebrei per Auschwitz,  per citarne solo due, sono in proposito fatti emblematici.

L’Italia democratica ha una ben diversa considerazione per i suoi cittadini e per quanti a qualsiasi titolo vivono e operano nel nostro paese. Dice la Costituzione al primo comma dell’articolo tre: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. E all’articolo sei stabilisce: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche”; e ancora all’articolo otto è scritto: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”. Lo stato repubblicano non discrimina.

Figura 2. La Voce Repubblicana del 29 aprile 1945.

Quanto al diritto di ogni cittadino di esprimere liberamente il proprio pensiero, il fascismo aveva una posizione di netta chiusura. Nel 1926 con un provvedimento legislativo disponeva lo scioglimento di tutti i partiti; nel citato Manifesto di Verona al punto cinque è confermato l’indirizzo assolutistico del regime, affermando: “L’organizzazione a cui compete l’educazione del popolo ai problemi politici è unica”.

La nostra Costituzione stabilisce ben altro. Articolo ventuno:”Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con le parole, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”.  E l’articolo 49:” Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti e concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

La formazione delle giovani generazioni fu dal regime fascista costantemente rivolta a preparare una gioventù addestrata alla guerra con discorsi bellicosi ed esercitazioni paramilitari, con la circolazione del motto “libro e moschetto, fascista perfetto”, dove il libro conteneva chiaramente soltanto il pensiero unico del regime e il moschetto andava rivolto aggressivamente contro gli altri popoli.

Diversamente sancisce la nostra Costituzione all’art. 11, guardando a un futuro di pace e di amicizia tra i popoli: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. La formazione dei nostri giovani avviene nella scuola non gravata dal pensiero unico o culture egemoniche, una scuola che non discrimina deliberatamente , come avvenne con le leggi antiebraiche del 1938, dove si impara a conoscersi e a rispettarsi l’un l’altro, anche tra bambini, adolescenti e giovani appartenenti a popoli diversi. L’art. 34 infatti stabilisce:” La scuola è aperta a tutti”.

E, infine, ma potrei continuare ancora, cito le libertà sindacali a tutela dei lavoratori e del loro diritto ad organizzarsi, un esercizio di diritto ben diverso da quello concesso alla organizzazione sindacale fascista, che non poteva non essere controllata dal regime ed essere eterodiretta, dato che operava all’interno della struttura centralistica ed autoritaria dello stato dittatoriale.

Ecco questo è il punto, il riconoscimento dei valori contenuti nella Carta costituzionale, fondativa di una società libera e giusta, e della sua genesi politica e storica. Storica , perché essa venne dopo la dittatura fascista e la sciagura della guerra, che fece rinascere, se mai erano morti, gli ideali di libertà e giustizia; politica, perché, sebbene all’Assemblea Costituente fossero presenti deputati rappresentanti di indirizzi ideali e politici diversi e in alcuni casi distanti, il cattolico, l’azionista, il marxista, il liberale, si operò con passione e attenzione per il bene e il futuro del paese, giungendo a un elevato e onorevole punto di intesa per l’elaborazione e l’approvazione di una Carta costituzionale, capace di essere la guida di un paese da ricostruire moralmente e materialmente e porla sulle strade del futuro.

Su questo punto non sono possibili né distinguo né nostalgie. Conciliazione nazionale, dunque, senz’altro; per questo obiettivo si deve operare, per una società coesa e pacificata, all’interno della quale vi sia spazio per rivendicazioni sociali e per confronti anche severi su come meglio far maturare diritti e doveri dei cittadini, senza però mettere in discussione i valori fondativi del regime democratico e il merito di quanti per questo obiettivo operarono. Per questo non è possibile cancellare o ignorare la Resistenza.

Quanto ho finora detto, e non mi sembra contestabile, ci porta a questa conclusione. La tragedia della seconda guerra mondiale innegabilmente scatenata dal nazismo e dal fascismo, il sacrificio dei militari internati, la Resistenza armata condotta per due anni contro il tedesco invasore e il fascismo suo alleato, la lunga riflessione sugli errori e le debolezze dello stato liberale prefascista e su come costruire un nuovo stato democratico, maturata dagli antifascisti nell’esilio e in patria, sono il patrimonio ideale e politico che sta alle spalle della nostra rinascita nazionale.

La storia non si cancella con ingannevoli articoli di giornale o con pubblicazioni tendenziose, non si storpia con villani e offensivi messaggi sui social, per giunta spesso anonimi. Per combattere queste diverse posizioni revisioniste o addirittura negazioniste dobbiamo far maturare la coscienza storica della nostra democrazia in modo da superare ogni reticenza o tiepidezza per comprendere chi e come ha aperto spazi politici, istituzionali e sociali.

E per comprendere anche come quella intuizione grande di alcuni uomini del nostro Risorgimento di un’Europa unita in una federazione di stati sia diventato programma di azione politica sui vari fronti resistenziali europei e negli scritti di uomini politici, spesso maturati in clandestinità o nelle galere o al confino irrogati dalle dittature. Come nel caso di Altiero Spinelli e di Ernesto Rossi che, confinati nell’isola di Ventotene, aprirono grandi speranze di amicizia e di collaborazione tra i popoli europei con la loro opera “Il manifesto di Ventotene”.

Una realtà, quella della Comunità Europea, che avanza a fatica, ce ne rendiamo conto, e che a volte sembra sul punto di collassare, ma che pure procede con i tempi della storia, quasi sempre lenti e non sempre prevedibili, soprattutto quando si tratta della formazione di una entità sovranazionale a cui partecipano stati e popoli ciascuno dei quali ha dietro le sue spalle consolidate storie, mentalità e caratteri plurisecolari e spesso vicende e periodi di tragici conflitti con gli altri paesi europei.

Ma di una cosa sono certo. Quei giovani che in Italia, in Francia, in tanti altri paesi europei, nei Balcani si unirono idealmente e operativamente per liberare i loro paesi dalla occupazione nazista e dai regimi dittatoriali prepararono quell’Europa libera, senza odi nazionalistici, dove oggi altri giovani viaggiano e si incontrano per meglio conoscersi , per studiare, per affermare e consolidare quei principi di libertà e di accoglienza , che sono il fondamento della civiltà europea. Saranno loro, i tanti giovani europei, per i quali, accanto a quella d’origine, è già nata nelle loro menti e con le loro scelte una patria più grande, a realizzare questo nobile e anche necessario progetto.

Affermava un  alto rappresentante della cultura europea, Wolfgang Goethe: “L’odio tra le nazioni è una cosa ben strana. Lo troverà sempre più forte e più violento ai gradi inferiori della cultura. Ma a un certo livello sparisce completamente e ci si ritrova per così dire al di sopra delle nazioni, così da sentire come nostra la felicità o la sventura che colpisce il popolo vicino”.  Profondo pensiero, la cui lezione va tenuta ben presente, soprattutto ora che sovranismi e nazionalismi, torbidi fatti e un insidiosa propaganda, declinata con letture faziose e bugiarde della storia e dei fatti presenti, sollevano non poche preoccupazioni.

Inoltre non dobbiamo dimenticare che la democrazia non è un bene acquisito per sempre. Hitler andò al potere con le elezioni, e anche se non è pensabile che possano tornare un periodo storico così tragico e un mostro di tal genere , dobbiamo essere vigili e consapevoli che la democrazia è un organismo complesso, che conosce frequenti turbolenze e crisi tali da corromperlo dall’interno, pur mantenendo la forma di libero regime. E anche al giorno d’oggi gli esempi non mancano.

 Alcibiade Boratto

Pubblicato il 13 maggio 2020

 

 

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