I conti giusti

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I finanziamenti che l’Italia otterrebbe attraverso il meccanismo del recovery fund sarebbero, se confermati, un indubbio grande beneficio per il nostro Paese ed anche il segno che il processo di integrazione europeo, sotto la spinta dell’emergenza, ha trovato la forza per rimettersi in moto. Tuttavia è bene fare i conti correttamente per capire le dimensioni reali di questo fondo ed i meccanismi che ne regolano la strutturazione.

Di recente l’economista Roberto Perotti, in un articolo divulgativo molto didattico pubblicato su Repubblica1, ha avuto modo di precisare che il fondo sarà costituito da 750 miliardi di euro raccolti dall’Unione Europea ricorrendo ai prestiti di mercato. Del totale, circa 500 miliardi saranno distribuiti ai Paesi membri come sussidi che non devono essere restituiti mentre 250 miliardi di euro verranno utilizzati per prestiti a basso tasso di interesse di cui potranno usufruire i singoli Stati. All’Italia, secondo gli accordi preliminari, dovrebbero toccare 82 miliardi di sussidi e 91 di prestito.

Indubbiamente fondi ingentissimi. Essendo però l’Italia uno dei Paesi membri della UE, dovrà farsi carico in proporzione dei prestiti che l’Unione Europea raccoglierà sul mercato. Si può calcolare che dei 500 miliardi di sussidi, il nostro Paese dovrà ripianarne il 13% sotto forma di aumento delle imposte e dei contributi. Si tratta di 65 miliardi di euro. Il saldo netto a nostro favore è dunque di 17 miliardi di euro. Meno di 82 miliardi ma ancora tanto. Ed inoltre i sussidi verranno percepiti nell’arco di quattro anni mentre la il pagamento del 13% avverrà in un arco di tempo superiore. Per quanto attiene invece ai prestiti,  la restituzione avverrà ad un tasso di interesse più basso di circa l’% di quello che l’Italia pagherebbe se avesse dovuto contrarre il debito per proprio conto. Con un risparmio calcolabile pari ad un miliardo di euro l’anno. Certo il ricovery fund inizierà a funzionare, se tutto va bene, almeno fra un anno se non di più. Ma nel frattempo l’Italia potrà usufruire, magari solo limitatamente e come misura tampone, di una altro meccanismo di finanziamento, il MES.

Dunque il nostro Paese, in questa fase iniziale della trattativa, sembrerebbe aver ottenuto un ottimo risultato, frutto di una serie di fattori: la visione strategica della classe politica tedesca che ha compreso la necessità di salvare l’Europa nell’interesse stesso della Germania, la discreta capacità di contrattazione del governo Conte (e di Gentiloni), il timore diffuso che senza interventi forti la deriva populista di diversi Paesi europei sarebbe divenuta inevitabile ed irreversibile.

Ma ora al governo italiano si pone un altro problema di non facile soluzione: la gestione del fiume di soldi che inonderà il nostro Paese tra il 2020 e il 2024. Si parla tanto di investimenti pubblici che possano fare da volano per la crescita economica ma i precedenti non giocano a nostro favore. Nel passato gli investimenti pubblici furono decisivi nel promuovere lo sviluppo dell’immediato dopoguerra, quello che ci tirò fuori dalla condizione di povertà, ma divennero ben presto fonte di corruzione e inefficienza. A questo aggiungemmo, successivamente, negli anni ’70, una politica di totale disattenzione nei confronti dei territori periferici dove si radicò un’economia basata sul credito facile, il lavoro a nero e una struttura  costituita da filiere di unità terziste. In alcuni territori questa economia assunse carattere francamente illegale in quanto gestito direttamente dalla malavita. Insomma, in nome della crescita economica, si perse l’occasione per creare un sistema-paese efficiente. Dovremmo ripartire da questa constatazione per evitare di ripetere errori fatali perché forse questa è l’ultima occasione che abbiamo per entrare nella modernità e metterci al passo con i Paesi più avanzati.

 

CDL, 3 giugno 2020

 

1. Roberto Perotti. Quei conti che non tornano. La Repubblica, 29 maggio 2020.

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