Alcibiade Boratto, fra cronache e ricordi

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Si riporta il testo della relazione di Carlo De Luca tenuta in occasione della presentazione del libro del prof. Alcibiade Boratto “Fra cronaca e ricordi. Intervista di P. Ferrazzi ad Alcibiade Boratto” (Tivoli, Scuderie Estensi, 25 Febbraio 2006). La relazione segue un percorso articolato in varie argomenti: La storia orale – La vicenda repubblicana – Il repubblicanesimo – Una scelta di sinistra – Il senso di appartenenza – La lezione del passato.

 

Nel leggere le memorie del Prof. Boratto mi è tornato in mente il titolo di un bel volume di Alexander Stille, “La memoria del futuro”. Ritengo infatti che questo libro si collochi in un genere preciso, quello che valorizza la testimonianza come strumento di comprensione del presente ma anche, in una certa misura, di anticipazione del futuro. In effetti il racconto contenuto nel libro si svolge sul filo dei ricordi di due uomini, Alcibiade Boratto e Piero Ferrazzi, che hanno attraversato e vissuto con passione gli avvenimenti descritti.

 

La storia orale

A questo proposito alcuni autorevoli storici, tra questi Alessandro Portelli, hanno di recente proposto ed imposto all’attenzione generale una diversa interpretazione del ricordo che, lungi dall’essere uno specchio più o meno deformato della realtà, è invece esso stesso parte della realtà. Per lungo tempo la testimonianza è stata considerata solo come una delle possibili fonti storiografiche, peraltro la meno affidabile e tanto più attendibile quanto più resa oggettiva e spogliata della passione individuale. L’originalità dell’approccio proposto da Portelli ed altri storici, non solo italiani, consiste invece nel considerare il ricordo come parte degli avvenimenti, come prodotto storico in sé. E d’altronde  non si può non ammettere, anche su un piano strettamente storico, che se è importante ciò che accade, è altresì importante come le persone vivono quello che accade. Per questo la Storia raccontata è una storia vera. Inoltre è una storia viva perché acquista emozioni, sentimenti, pensieri.

Ecco, mi pare che questo libro si collochi, tra l’altro, in questo ambito. Il Prof. Boratto ha avuto il coraggio di mettere in fila e sistematizzare i propri ricordi ed in questo c’è poco di autobiografico e molto di storico. Valorizzare la soggettività della memoria d’altronde non significa rinunciare al tentativo di ricostruire i fatti ed il Prof. Boratto compie questa operazione quando colloca gli avvenimenti in un contesto più ampio, nazionale ed internazionale, che costituisce la cornice oggettiva dei propri ricordi.

 

La vicenda repubblicana

Lo sforzo di ricostruzione storica compiuto nel libro ritengo sia non solo ovviamente legittimo ma anche particolarmente fruttuoso. La legittimità del tentativo ha un fondamento epistemologico. Se non esiste una verità certa, ne consegue che non possono esistere autorità culturali inappellabili, che non esistono spazi esclusivi e che ciascuno di noi è libero di muoversi nei diversi ambiti della conoscenza. Anzi perché la Storia risenta il meno possibile del cortocircuito che può verificarsi tra ipotesi e fonti e di quelle che si chiamano appunto teorie circolari, è bene che si arricchisca di più contributi e di più punti di vista. Perché è chiaro che comunque occorre scegliere un punto di vista per leggere gli avvenimenti. Non farlo significherebbe evidentemente adottare una prospettiva in modo inconsapevole e quindi inevitabilmente acritico.

Il prof. Alcibiade Boratto nel corso del so intervento

Bene, quale è il punto di vista scelto dal Prof. Boratto? Quale la lente attraverso la quale egli guarda agli avvenimenti descritti? Essa è solo apparentemente una lente autobiografica mentre in realtà si identifica con la tradizione storica e culturale del Partito Repubblicano tiburtino, tradizione alla quale egli stesso ha dato un contributo ben più che importante ma fondamentale e, per molti versi, fondante. Perciò mi consentirete di ricordare questa tradizione alla quale mi onoro di appartenere.

Quando comincia questa tradizione? A Tivoli, un movimento democratico propriamente mazziniano nasce nel corso del 1849 non appena si conclude, drammaticamente, la vicenda della Repubblica Romana, vicenda che comunque avrà dato credibilità e concretezza al sogno mazziniano di una rivoluzione nazionale. Di questo movimento sono sostenitori, a Tivoli, personaggi noti, come Filippo Sabucci e Domenico Tani, ma anche altri meno noti o ancora oggi sconosciuti come Francesco Salvi, Francesco Maggi, Filippo Meucci, Giovanni Mattei, Andrea Scipioni, Gregorio Caporossi, Mariano Segatori ed altri ancora. Si tratta di uomini del popolo che subiranno la dura repressione pontificia. Alcuni patiranno il carcere per le loro idee.

Da qui nasce quel filo conduttore che lega questi uomini a quelli che sosterranno la causa mazziniana nella seconda metà dell’Ottocento. Sull’organizzazione del movimento democratico in questo periodo si hanno scarse notizie. Certamente essa doveva essere forte se nel 1878 a Tivoli erano operanti sia una Società di Mutuo Soccorso che una Società Democratica Progressista, quest’ultima forse (ma la storia deve essere ancora esplorata in questo senso) che faceva riferimento a quel movimento del Libero Pensiero che stava faticosamente nascendo nell’Italia della seconda metà dell’Ottocento.

Il tavolo dei relatori

Questo filo continua nei primi decenni del Novecento, nell’età giolittiana, quando il Partito Repubblicano assume una forza considerevole, in alcuni frangenti persino egemone nella vita politica e sindacale della città. E’ questo il periodo nel quale Ignazio Missoni dirige, per conto del Partito Repubblicano, un giornale “La Voce di Bruto” che è per un lungo tempo anche l’organo ufficiale della Camera del Lavoro di Tivoli. Ma questa è anche la storia dei vari Carrarini, De Paolis, Grotta, Curti, Quinci ovvero di quegli uomini che, come ricorda il Prof Boratto nel libro, daranno vita a lunghe tradizioni familiari delle quali il Partito Repubblicano tiburtino si nutrirà almeno sino al 1990. Sono questi gli uomini che ricostruiranno il Partito Repubblicano all’indomani della Liberazione.

La vitalità del Partito Repubblicano in questa fase è testimoniata dalla sua presenza sia nell’Amministrazione Comunale provvisoria, con Giovanni Quinci, sia nel Comitato di Liberazione di Tivoli, con Leonida Giannoni e l’allora giovane Guglielmo Foresi, che presto diventerà una delle figure mitiche del Partito Repubblicano e della politica tiburtina.

Questo Partito riceverà ulteriore vigore dall’innesto di altri uomini di tradizione laica. Tra questi, Giorgio De Marco ed il Prof. Michele Biscione che daranno un contributo intellettuale e politico di assoluto rilievo. Da qui inizia la storia recente del Partito Repubblicano le cui vicende, intrecciate con quelle della città, sono ampiamente descritte nel libro.

 

Il repubblicanesimo

Ma cos’hanno in comune tutti questi uomini? Un elemento mi pare possa essere considerato il filo conduttore di questa storia. Esso è illustrato  dallo stesso Prof. Boratto quando nel corso dell’intervista viene chiamato ad esprimere le ragioni della sua adesione al Partito Repubblicano. Questo filo conduttore è una certa, particolare idea di libertà, della quale Boratto dà una definizione mirabile che riassume compiutamente tutta una tradizione culturale. A questo proposito egli scrive: Prevalente su ogni altra motivazione era l’alta considerazione che in quel partito percepivo per la libertà che, sentivo, non veniva subordinata a nessun altra istanza o necessità sociale, posta com’era all’origine di ogni equilibrata organizzazione sociale”.

Il Dott. Carlo De Luca e il Prof. Francesco Biscione nel corso della presentazione

Questa frase esprime compiutamente quell’idea repubblicana di libertà che nasce nella Roma classica, rifiorisce nell’Italia dei Comuni e del Rinascimento, è teorizzata da Machiavelli e poi emigra in Inghilterra dove va a costituire la base teorica del concetto di commonwealth. Un’idea che invece nella sua terra d’origine, l’Italia appunto, viene prevaricata ed annullata dall’avvento di un’altra concezione, quella liberale, per essere poi recuperata, custodita e coltivata da Mazzini e dal movimento democratico che a lui farà riferimento.

Qual è questa idea? Fondamentalmente è l’idea di Libertà intesa come emancipazione da qualsiasi forma di dipendenza. Nella concezione repubblicana non è importante l’assenza di vincoli, anzi necessari per l’organizzazione dello Stato, ma è fondamentale che questi vincoli diventino regole, norme e leggi che realizzino una condizione di non dipendenza del cittadino.

Questa concezione di libertà non trova collocazione nella classificazione ormai tradizionale che distingue la forma negativa, cosiddetta liberale, da quella positiva o comunitaria, nella duplice accezione comunista e cattolica. Tuttavia, sia pure minoritaria ed in un certo senso misconosciuta, è sempre esistita ed anzi è stata storicamente antecedente una terza concezione nella quale è determinante l’assenza di dipendenza e non di interferenza. E’ questa concezione appunto che gli studiosi anglosassoni moderni, come Pocock, Skinner e Pettit, definiscono repubblicana perché essa tende per via naturale a trasformarsi in una concezione di governo con la scelta della forma istituzionale repubblicana. Come ha avuto modo di sostenere un altro storico, Maurizio Viroli, questa concezione repubblicana di Libertà si sostanzia in quella che nella Roma di Cicerone era la virtù civica e che oggi possiamo definire come dovere civile, senso dello Stato, attenzione per l’interesse generale.

 

Una scelta di sinistra

Questo dovere civile, che ha lungo caratterizzato la tradizione repubblicana, emerge chiaramente in diversi passaggi politici descritti nel libro, a cominciare da quello che rappresenta un momento cruciale nella storia della città, ovvero la lunga fase di commissariamento che va dal 1956 al 1960.

Il Prof. Boratto ricorda il lungo travaglio del Partito Repubblicano tiburtino, alleato della Democrazia Cristiana a livello nazionale ma, ad un certo punto di questa vicenda, convinto del fatto che in quel momento le esigenze locali sarebbero state meglio interpretate da una maggioranza di sinistra. Questo lungo travaglio, di fatto, si concluderà solo nel 1967 con l’elezione a Sindaco dello stesso Boratto, sostenuto da una maggioranza di sinistra, quando a livello nazionale non solo ancora imperava la discriminante anti-comunista ma era in atto un’ampia manovra per sterilizzare la portata innovatrice della stessa partecipazione socialista al governo.

Da questi due episodi emerge chiaramente quell’attenzione agli interessi della città che già nel 1948 aveva portato Ignazio  Missoni a ribadire la collaborazione dei repubblicani con comunisti e socialisti, nonostante le drammatiche elezioni generali avessero scompaginato il quadro politico emerso dalla guerra di liberazione. Non meno epocale fu la decisione del Partito Repubblicano nel 1967, a determinare la quale concorsero uomini che proprio in quel periodo raggiunsero la piena maturità politica. Tra questi non si può non ricordare ancora Piero Ferrazzi, figura assolutamente originale nella storia del Partito Repubblicano perché meglio di altri e più di altri ha saputo coniugare il rigore intellettuale con la fermezza dell’azione politica. Sappiamo anche quanto fu decisiva in quella circostanza la posizione di Boratto, a prescindere ed oltre il fatto contingente di dover egli stesso ricoprire la carica di Sindaco. E che questa assunzione di responsabilità non avesse nulla di personale ma fosse parte di un disegno strategico lo dimostra la storia successiva del Partito Repubblicano a Tivoli che da allora in poi, con il contributo determinante del Prof. Boratto, ha sempre mantenuto un atteggiamento di collaborazione sostanziale con gli altri partiti della sinistra.

Alla base di questa collaborazione vi era evidentemente un senso di appartenenza alla comunità così forte che non consentiva di escludere dalla politica una componente così importante, quale era il Partito Comunista, al di là del quadro politico nazionale ed internazionale, allora fortissimamente condizionante. Senso di appartenenza che si nutriva della percezione di una storia comune e di una memoria collettiva che, per i repubblicani, trovava e trova le sue radici nelle vicende del Risorgimento. In altri termini quella che comunemente viene definita coscienza nazionale e che a livello locale si traduce in un senso di appartenenza alla comunità. Su questo aspetto mi consentirete una breve digressione che però sarà utile per le considerazioni conclusive.

 

Il senso di appartenenza

Il pubblico partecipante

Si ritiene da più parti che alcuni aspetti della storia recente del Paese abbiano la loro origine nell’assenza di un mito fondante dell’identità nazionale, mito fondante inteso come riconoscimento ed accettazione di una storia comune. Il Risorgimento, la Grande Guerra e la Resistenza avrebbero potuto rappresentare le fondamenta di una coscienza nazionale ma così non è stato per una serie di ragioni. Quello che mi preme sottolineare è che il nodo fondamentale rimane sempre e comunque quello risorgimentale. La prima guerra mondiale poteva essere accettata come elemento fondante solo nel suo significato di ultimo atto del processo di liberazione nazionale iniziato con il Risorgimento. La stessa Resistenza non poteva trovare valore fondante se non ammettendo, in via preliminare, l’importanza del concetto, tutto risorgimentale, di unità ed identità nazionale. Ed invece, al di là delle celebrazioni retoriche, questa parte della nostra storia non è mai stata pienamente riconosciuta. Ogni volta le culture dominanti, nelle loro interpretazioni prevalenti, hanno portato nei confronti del Risorgimento non un’obiezione marginale ma un disconoscimento sostanziale che ne ha negato il valore fondante. La delegittimazione dell’esperienza risorgimentale, la debolezza della concezione unitaria dello Stato, l’assenza di un’identità nazionale credo siano stati importanti fattori efficienti di tutte quelle pulsioni anti-istituzionali ed anti-nazionali che hanno purtroppo contrassegnato alcuni frangenti della storia recente del Paese. Vedremo che tutto questo ha avuto qualche riflesso anche a Tivoli.

Dunque, riprendendo il filo del discorso, una certa idea di libertà, la virtù civica ed il senso di appartenenza alla comunità. Sono questi elementi essenziali del patrimonio culturale e politico di tutti i repubblicani. Il Prof. Boratto però è andato oltre tutto questo perché ha tradotto tutto questo in pensiero ed azione politica. Per questo dicevo che la sua opera ha avuto per il Partito Repubblicano una rilevanza veramente fondante. Più in generale ritengo che il suo pensiero e la sua azione abbiano influito positivamente e fortemente sull’intera vicenda amministrativa tiburtina, che poi però ha risentito di tanti altri fattori.

 

La lezione del passato

A questo proposito mi pare si possa tentare una lettura complessiva degli avvenimenti descritti nel libro. Proprio per comprendere appieno le ragioni fondamentali per le quali la nostra città, pur partendo da premesse che nell’immediato secondo dopoguerra erano ancora favorevoli, poi non ha saputo cogliere tutte le occasione che nel tempo le si sono offerte. Mi pare che tra queste ragioni non si possa non individuare la costituzione a Tivoli di un notabilato che per lungo tempo e nel suo insieme, con qualche importante eccezione, non ha saputo essere veramente classe dirigente. Ritengo che quando si parla di notabilato o di elite il termine vada inteso in senso generale e comprensivo quindi non solo ed ovviamente della componente politica ma anche del mondo della cultura, dell’impresa e delle professioni.

Per ciò che riguarda la classe politica locale, essa ha senz’altro risentito di un rapporto incompiuto con il mondo della cultura. Lo spunto per un’analisi approfondita in questo senso è contenuto in una delle appendici finali del libro. Si tratta di un articolo pubblicato dal Prof. Boratto nel 1964, il cui titolo è “Il qualunquismo nella vita pubblica”. In quell’articolo egli criticava, con fermezza, l’atteggiamento di certi professionisti tiburtini che, da un lato si tenevano ai margini della vita amministrativa e dall’altro intrattenevano rapporti talora ambigui con il potere locale. Il Prof. Boratto conclude con un invito ad uscire dalle “timide posizioni” e dai “vili agnosticismi”.

In quelle parole mi pare si possa leggere una critica più generale che investe non solo il mondo dei professionisti ma l’intero ambiente culturale tiburtino ed il  ceto intellettuale nel suo complesso. Ceto intellettuale che, in linea generale, ha accettato di essere espulso dalla politica o di essere ancillare rispetto ad essa. Certamente tutti i partiti tiburtini hanno espresso nel corso del tempo figure di grande spessore culturale. Queste però non sempre hanno svolto una funzione veramente dirigente e spesso hanno finito per assumere il ruolo di fiore all’occhiello di questo o quel partito.

Devo dire che non sono mancate le eccezioni che il Prof. Boratto ricorda puntualmente nel libro. Tra queste eccezioni mi permetto di inserire l’intera vicenda del Partito Repubblicano a Tivoli: da Ignazio Missoni a Michele Biscione ad Alcibiade Boratto.

A questo tavolo ed in sala poi vedo altre figure, pure di alto profilo culturale e che certo non hanno lesinato il proprio impegno in ambito civile e politico. Ora credo che proprio in virtù di questo impegno, proprio queste persone saranno d’accordo con me nell’ammettere che qualcosa a Tivoli non ha funzionato nei rapporti tra politica e cultura e che tra questi due poli essenziali per la vita di una città non si è realizzata quell’osmosi continua che sola avrebbe consentito la trasformazione delle idee in un veri progetti politici.

Ora, se questa analisi in qualche modo si avvicina al vero, essa tuttavia non è esaustiva perché al fondo sembra di scorgere qualcosa di più ampio e più profondo che non la incompiutezza del rapporto tra politica e cultura. E questo qualcosa, credo, vada identificato con l’atteggiamento di un’intera elite, e non solo di alcune sue componenti, che si è a lungo comportata più come un notabilato ottocentesco che non una classe dirigente matura e consapevole del proprio ruolo. E qui non si può non fare riferimento a quello che Francesco Biscione, nel suo ultimo bellissimo libro, chiama il “sommerso della Repubblica”. Perché il punto è proprio questo. La storia della nostra città non può essere scissa da quanto accaduto nel resto del Paese e quello che si è verificato a livello nazionale si è riprodotto, in scala, anche a Tivoli.

In effetti nello svolgimento degli avvenimenti descritti nel libro sembra di scorgere un convitato di pietra, talora evocato esplicitamente dal prof. Boratto, sempre comunque costantemente presente. E questo convitato di pietra è proprio un notabilato mai conquistato definitivamente ai valori della dialettica politica, che si è sempre tenuto al di fuori delle vita pubblica e che talora ha dato seguito a comportamenti anti-politici.

Gli echi di questo sommerso d’altronde emergono in diversi passi del libro. Si potrebbe ricordare l’intervento della Prefettura nel corso del 1968 subito dopo l’elezione a Sindaco del Prof. Boratto, intervento pretestuoso e certo determinato da motivazioni propriamente anti-politiche e forse in questo caso francamente anti-istituzionali. Questi echi diventano ancora più forti allorché la prima amministrazione Boratto si accinge a varare il Piano Regolatore Generale, quello che doveva essere, nella splendida definizione che ne dà Piero Ferrazzi, la “carta costituzionale dei cittadini di oggi e di domani”.

Quella vicenda mostra come un progetto politico di così grande respiro, che per la prima volta si prefiggeva di fissare la cornice di uno sviluppo complessivo della città, fosse accolto dalla comunità tiburtina. Ci fu non solo e non tanto la reazione, vivace, della speculazione. Ci fu soprattutto, questo il Prof. Boratto non lo dice ma mi permetto di aggiungerlo io, il  disinteresse sostanziale di quella società civile del cui apporto forse  mai come in quel momento c’era bisogno.

Tuttavia, e concludo, proprio la vicenda del Piano Regolatore ci offre un insegnamento ed un ammonimento. L’insegnamento che ci ha dato il Prof. Boratto è che la volontà politica, purché sia ferma e ispirata, comunque riesce ad affermarsi. L’ammonimento che io leggo nelle pagine del libro è che la politica per dare frutti copiosi deve aprirsi e deve essere sostenuta dall’intera società civile.

 

Tivoli, 29 settembre 2019

 

 

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