Roma, capitale d’Italia. Mito e realtà.

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Nel settembre di quest’anno, in occasione della ricorrenza della restituzione di Roma all’Italia, il prof. Alcibiade Boratto1 avrebbe dovuto tenere una lettura sul tema in una scuola di Tivoli. Purtroppo la riaccensione pandemica ha impedito che l’incontro potesse avvenire. Si propone il contenuto di quella lettura che è una ricostruzione puntuale e approfondita degli eventi che hanno riguardato la vicenda di Roma capitale d’Italia, con attenzione anche alla suggestione che la storia della città ha esercitato nell’immaginario patriottico. Roma è veramente la città eterna perché la grandezza raggiunta in epoca antica continuerà anche nelle età successive ad emanare l’insopprimibile luce di una civiltà cosmopolita e molto avanzata in moltissimi ambiti, da quello culturale a quello giuridico. Questo spiega perché la questione romana rimase sempre centrale nelle vicende del Risorgimento e perché solo dopo Porta Pia l’Unità d’Italia poté dirsi finalmente compiuta. Il prof. Boratto ricostruisce gli eventi ed il dibattito che videro la città come elemento centrale delle vicenda storica che va dalla Repubblica Romana del 1849 alla presa di Porta Pia nel 1870 ed oltre, quando dopo l’Unità, si pone il problema di una ristrutturazione urbanistica che fosse coerente con la funzione e la vocazione che si intendevano sviluppare. Si è ritenuto importante proporre queste riflessioni in attesa che i tempi consentano di tenere la lettura in pubblico.

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Roma, capitale d’Italia. Mito e realtà.

di Alcibiade Boratto

Per parlare di Roma capitale è inevitabile ripercorrere, sia pure molto brevemente, la storia dell’idea di Roma che attraversò i secoli dalla caduta dell’Impero romano.

Il saccheggio di Roma nel 410 perpetrato da Alarico, re dei Visigoti, e successivamente il crollo dell’impero furono vissuti dai contemporanei con stupore e sgomento, quasi segnassero la fine del mondo. San Girolamo, per citare un testimone, scrisse: “Se Roma perisce, chi mai si salverà?”.

Nel tempo si guardò con struggente nostalgia alla perduta grandezza di questa città e nello stesso tempo si anelò a ricostruire, quando se ne fosse presentata l’occasione, una istituzione che, come la Roma imperiale, potesse essere riferimento e guida dei popoli. Con il diffondersi del Cristianesimo è il vescovo di Roma che a  poco a poco emerge per importanza, si afferma sugli altri vescovi e diviene il capo della Chiesa presente nelle varie regioni d’Europa e del Mediterraneo. Anzi, nella città di Roma, nello sfacelo delle istituzioni politiche e amministrative, è lui che assume l’onere di amministrare gli abitanti, provvedere all’ordine pubblico, soccorrere gli indigenti, che allora erano gran parte della popolazione.

Il Foro di Roma, foto di Francis Frith, 1858-1880, suggerita da C.C. Immagine tratta dal sito www.getty.edu

Ma anche gli imperatori del Sacro romano impero, pur gelosi difensori del proprio potere e diffidenti nei confronti del Papa, guardano a Roma come sigillo della propria autorità. Carlo Magno si fa incoronare a Roma; Ottone III sogna una Renovatio Imperii; pur tra conflitti, anche aspri, tra Papi e Imperatori per stabilire a chi spetti il primato,  Roma è sempre considerata la città eterna, con il suo retaggio di civiltà e di gloria, che viene chiamata a rinnovare la sua funzione di guida nel mondo e ad essere la sede delle più alte istituzioni religiose e civili.

Così Roma, il suo impero, la sua cultura, il suo diritto, la sua letteratura passano attraverso i secoli, vedendo privilegiato ora l’uno, ora l’altro aspetto del suo lascito a seconda delle tendenze culturali, politiche o religiose degli uomini che di questi lasciti si avvalgono. Medioevo, Rinascimento, età Barocca attingono a questo passato e tengono sempre viva l’idea di Roma che si rinnova e si presenta come dispensatrice di idee, riforme, visioni del mondo.

Si capisce perché i patrioti del nostro Risorgimento vedevano nella proclamazione di Roma capitale d’Italia la degna ed inevitabile conclusione della unificazione politica ed amministrativa della penisola. Non tutti, però, e non tutti allo stesso modo, sia perché, dato il carattere della storia italiana, erano forti ancora le rivendicazioni e le gelosie municipalistiche, sia perché diverse furono le proposte circa la forma da dare allo Stato italiano e quindi diversa sarebbe stata la posizione di Roma a seconda della organizzazione statale che fosse prevalsa a unificazione raggiunta. Ma l’idea di Roma era comunque viva nelle menti e nelle coscienze dei patrioti. Scrive lo storico Federico Chabod nella sua opera “Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896”: “…era  l’idea di Roma: l’idea per cui uomini di alto sentire, dopo tant’anni di desideri e di speranze, attendevano con animo in tumulto di potervi entrare”…. Si imponeva “il significato morale, religioso, politico e culturale della millenaria tradizione”.

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L’alta idea di Roma permeò la vicenda della Repubblica Romana nel 1849, un glorioso, ma sfortunato episodio del cammino verso l’unificazione del nostro paese e la proclamazione della città a sua capitale. L’anima politica di quella Repubblica fu Giuseppe Mazzini che, nella sua istituzione vide anche l’occasione per assumere la guida della formazione dell’Italia secondo un modello unitario e repubblicano  avversando indirizzi federalistici o confederalistici. La Costituzione della Repubblica Romana, approvata il 3 luglio 1849, quando già le truppe francesi occupavano Roma, resta un modello di democrazia e di sensibilità sociale.

Il suo confronto con la nostra Costituzione, in vigore quasi cento anni dopo nel 1948, ci direbbe quanto quella Carta fosse avanzata e anticipatrice, quanto essa mirava a fare della libertà non già soltanto un patrimonio della coscienza del singolo, ma una realtà concreta trasformando l’individuo in cittadino con la sua dote di diritti e la consapevolezza dei suoi doveri. La Repubblica Romana suscitò entusiasmi in alcuni strati della borghesia intellettuale di Roma e di altre città, nei patrioti di altre regioni italiane, che accorsero a dare aiuto al giovane stato e nei ceti popolari romani che si sacrificarono sulle barricate.

Ma quell’esperienza storica non poteva sopravvivere, era troppo in anticipo in una Europa, dove le speranze suscitate dalle rivoluzioni del ‘48 erano state soffocate ed era prevalso ancora una volta l’ordine e l’assetto della Restaurazione e dove Luigi Napoleone, che andava attuando progressivamente il suo programma autoritario, per non perdere il sostegno dei partiti conservatori e, segnatamente, di quello cattolico, si presentava come il gendarme del Papa e del suo potere temporale.

Né vanno sottovalutate e dimenticate la gelosia e l’avversione degli altri stati regionali italiani, i cui sovrani nella formazione e nel consolidamento della Repubblica Romana vedevano l’inizio della fine dei loro troni. Quattro eserciti, l’austriaco, lo spagnolo, il borbonico e il francese spensero la vita di quella Repubblica, ma il suo lascito ideale, morale e politico non andò perduto. Giustamente afferma lo storico Chabod, nella già citata sua opera, che, con la nascita della Repubblica Romana del 1849, i richiami al Medioevo, all’Italia delle cento città organizzata come una federazione, vengono meno. Torna l’idea di Roma e con essa il progetto di un’Italia guidata da uno Stato accentrato.

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Prima di procedere oltre, però, poniamoci una domanda: quale era la reale condizione della città e dei suoi dintorni?  Come la vedevano i suoi visitatori, pure tanto affascinati dalle sue memorie? Leopardi, che a Roma soggiornò nel 1822, rimase come smarrito dalla vastità dei luoghi poco frequentati da persone, quasi fosse una città priva di vitalità, e in una lettera inviata al padre mostrò una grande delusione per i letterati conosciuti, così scrivendo di loro: “Quanto ai letterati… io n’ho veramente conosciuto pochi e questi pochi m’hanno tolto la voglia di conoscerne altri. … Secondo loro, il sommo della sapienza umana, anzi la sola vera scienza, è l’Antiquaria”.

Analoghe valutazioni si trovano in scritti e corrispondenze di altri visitatori: le rovine della Roma imperiale sono semisepolte e su di esse aleggia un silenzio di morte, nel Foro romano, chiamato Campo vaccino, pascolano buoi  e pecore. Insomma, un ambiente culturale asfittico, una economia anemica, una scarsa cura per il decoro della città e per la conservazione dei suoi monumenti.

E questa impressione di un luogo come devitalizzato si rafforzava, recandosi nelle campagne circostanti la città, desolate e malariche, che Gioacchino Belli, cantore della plebe romana, così rappresenta: “Dappertutto un silenzio com’un ojjo/che ssi strilli nun c’è cchi tt’arisponna”. Eppure l’idea di Roma si imponeva, la realtà non proprio esaltante cedeva il passo a questo potente richiamo che sempre era stato nei secoli l’immagine di Roma, guida di popoli e dispensatrice di civiltà.

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Ancor prima delle guerre di indipendenza e poi via via nel corso degli anni cinquanta e sessanta dell’Ottocento si svolse un nutrito e alto dibattito su giornali e riviste e poi nel primo Parlamento italiano sulla necessità di completare l’unificazione d’Italia con Roma capitale dello Stato, ma anche sul progetto con cui andare a Roma e sugli ostacoli interni e internazionali da evitare.

Non che mancassero i tiepidi, diffidenti nei confronti della realtà meridionale e della apatia del ceto dirigente romano. Ne è testimonianza Massimo d’Azeglio che si mostrava poco convinto della formula  “Roma capitale inevitabile” e propendeva per una soluzione di mediazione che indicava Roma come capitale morale, ma città libera con un proprio governo municipale e sotto la sovranità del Pontefice. Quello del potere temporale del Papa era un nodo difficile da sciogliere per chi aveva responsabilità di governo, perché era un tema che toccava la coscienza degli italiani che da sempre seguivano la religione cattolica e nel Papa vedevano la guida suprema della Chiesa.

Ma nella mente di persone di alto sentire nel mondo cattolico si era fatta strada la convinzione che il potere temporale del Papa non giovasse alla chiesa cattolica, la cui missione era quella di educare anime senza avere preoccupazioni di natura politica, che comportavano compromessi e parziali rinunce ai propri compiti e doveri. Dunque si poteva andare a Roma raggiungendo un duplice obiettivo: completare l’unificazione del paese, proclamando la città capitale d’Italia, antica aspirazione del ceto più elevato nazionale, ma anche comune sentire del popolo italiano, e riformare la chiesa con l’abbattimento del potere temporale per restituirla alla sua missione specifica.

Era la posizione di Vincenzo Gioberti, che rivedeva le sue posizioni precedenti e affermava di “… purgare l’Italia e la religione di un tarlo inveterato da tanti secoli… (e) render chiari a tutti i torti temporali di Roma”; era la scelta del Tommaseo che confutava le presunte “ragioni” in appoggio del potere temporale e indicava i mali che per la Chiesa da esso discendevano; era la convinzione di Alessandro Manzoni che, come riferito dalla figlia Vittoria, affermava: “… che la perdita del potere temporale dovesse essere una misura provvidenziale per la Chiesa”.

Su un altro versante della politica e della pubblicistica italiana, dove minori o inesistenti erano le preoccupazioni per la riforma della Chiesa, cioè quel versante che viene definito un po’ genericamente della sinistra, le posizioni andavano da chi era deciso ad intervenire quanto prima possibile dopo la seconda guerra di indipendenza a quanti mostravano più cautela, interessati piuttosto a mettere a punto un programma di serie riforme idonee a realizzare istituzioni legislative e amministrative più efficienti e liberali.

In polemica con Garibaldi dopo Aspromonte Francesco Crispi scriveva a Bertani parole significative a quest’ultimo proposito e che credo dovrebbero servire anche a noi di ammonimento: “… I partiti non s’intitolano da un uomo, essi non si devono presentare al paese che con un programma di principii”. E in un’altra lettera scriveva: “E’ debito degli italiani ordinare lo Stato, porsi forti”.

Da qualunque parte si guardi, fatta qualche eccezione, tutti i partiti italiani, chiamiamoli così, anche se poco hanno da vedere con i partiti dei nostri giorni, erano determinati a concludere l’unificazione del paese con la proclamazione di Roma capitale d’Italia, dopo aver occupato il Lazio e la città stessa. In questo contesto di calde passioni e di fervore di proposte e progetti chi aveva responsabilità di governo di un’Italia appena nata, con uno Stato fragile e carico di debiti e con ancora scarsa autorevolezza nel contesto internazionale, esposto al risentimento austriaco e ad un probabile intervento armato della Francia nella questione romana,  doveva prendere in mano con decisione la situazione.

Cavour, politico di grande concretezza e lungimiranza, affrontò con abilità la complessa situazione, per mantenere viva l’attesa di prendere Roma e nello stesso tempo dare un corso agli eventi più cauto e certo. Disegnò quella che sarebbe stata di lì a poco, lui ormai scomparso, la legge delle Guarentigie, della libera Chiesa in libero Stato. Il 25 marzo 1861, rispondendo ad una interpellanza del deputato Audinot sulla questione romana, Cavour tra l’altro disse: “Perché noi abbiamo il diritto, anzi il dovere di chiedere, di insistere perché Roma sia riunita all’Italia? Perché senza Roma capitale d’Italia, l’Italia non si può costituire”. Dunque, Roma resta con fermezza un obiettivo imprescindibile.

Però, ci vuole tempo per realizzarlo; a questo proposito Cavour fa osservare: “L’Italia ha ancora molto da fare per costituirsi in modo definitivo, per isciogliere tutti i gravi problemi che la sua unificazione suscita… perché quest’opera possa compiersi conviene che non vi siano ragioni di dissidi, di lotte”. Come a dire pazienza, lavoriamo per irrobustire questo Stato appena nato, poi al momento opportuno andremo a Roma. Quanto poi ai rapporti con la Chiesa cattolica e con il Papa afferma: “Noi dobbiamo andare a Roma, senza che per ciò l’indipendenza vera del Pontefice venga a menomarsi. Noi dobbiamo andare a Roma, senza che l’autorità civile estenda il suo potere all’ordine spirituale”. Parole che davano tranquillità alle coscienze dei cattolici liberali e lanciavano un’apertura di dialogo con il Papa, che purtroppo non sarebbe stata raccolta.

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Di lì a qualche mese Cavour moriva. Scompariva l’uomo che forse avrebbe tenuto a freno le impazienze di tutti coloro che al più presto volevano occupare Roma, non curandosi delle intimazioni francesi e rifiutando tattiche diplomatiche. In primis Giuseppe Garibaldi e quella parte del partito d’Azione che a lui faceva capo. E così nel  1862  ci fu il tentativo garibaldino di prendere Roma con una iniziativa non concordata con il governo che mirava a mettere Torino di fronte al fatto compiuto, tentativo che si ricorda con il nome di Aspromonte, la località calabrese dove le schiere garibaldine furono fermate dall’esercito regio e lo stesso Garibaldi fu ferito.

Episodio triste del nostro Risorgimento che vide scontrarsi lo Stato legale e una parte del paese che da esso dissentiva circa il modo di conseguire un risultato sostanzialmente voluto dall’uno e dall’altro. Episodio triste, certo, ma non inutile, perché poneva ancora una volta agli italiani in modo perentorio la necessità di Roma capitale, mostrava al Papato la precarietà della sua posizione, diceva all’Europa, e segnatamente alla Francia, che i tempi erano maturi per chiudere la partita italiana con Roma capitale e con la fine del potere temporale del Papa, come chiesto anche dalle coscienze del cattolicesimo più maturo.

Nella storia tutto si tiene. Quel momento si chiuse con la Convenzione di Settembre, così ricordata, perché firmata il 15 settembre del 1864 a Parigi tra la Francia e l’Italia con la quale quest’ultima si impegnava a mantenere l’intangibilità del territorio attuale del Papa, ma otteneva che la guarnigione militare presente a Roma a difesa dello Stato pontificio lasciasse la città, riconoscendo quindi al governo italiano autorità, prestigio e idoneità a garantire l’indipendenza dello stato romano.

Era la rinuncia definitiva a Roma da parte dello Stato italiano? No, era per il momento un passaggio per guadagnare tempo al fine di consolidare il giovane stato italiano e attendere occasioni favorevoli offerte dal quadro politico europeo, che avrebbero facilitato la soluzione della questione romana. La Convenzione di Settembre aveva anche un protocollo separato, tenuto segreto, che prevedeva il trasferimento della capitale del Regno da Torino ad altre città d’Italia, quindi, almeno formalmente, la rinuncia a Roma. Il governo italiano scelse Firenze.

Quando la notizia del protocollo riservato apparve sui giornali italiani e francesi, a Torino ci furono proteste che sfociarono nei moti del 21 e 22 settembre repressi dalle forze dell’ordine con morti e feriti. Nel Parlamento italiano si svolse un acceso dibattito sul trasferimento  della capitale a Firenze nell’autunno del 1864. Tante furono le critiche all’operato del governo per gli impegni assunti nei confronti della Francia, impegni che per molti deputati stavano a significare una soggezione italiana al paese transalpino. Quel dibattito comportò anche un ridimensionamento del peso politico ed amministrativo del gruppo dirigente piemontese in Parlamento e nelle strutture dello Stato.

Ha scritto Aldo Berselli, storico della Destra parlamentare, che l’onorevole Mordini “dichiarò allora che il trasporto della capitale rappresentava l’unico fatto rivoluzionario compiuto dal ‘60 in poi, perché chiudeva una fase del Risorgimento italiano ma apriva il periodo delle riforme in tutte le amministrazioni”. Da Napoli gli faceva eco il 22 dicembre Francesco De Sanctis con un suo articolo sul giornale “Italia” in cui scriveva che “Torino cadendo dà l’ultima mano alla rivoluzione interna, compie la sua missione”.

E’ bene soffermarsi un attimo anche su questo aspetto di quel dibattito parlamentare, perché l’insofferenza verso il ceto politico e amministrativo piemontese manifestata da parlamentari eletti in altre regioni italiane stava a rappresentare l’esigenza di allargare lo sguardo alle altre regioni del Regno, di farle contare con la forza dei loro interessi e con la loro richiesta di sanare mali secolari. In un paese in cui i partiti intesi come libere associazioni di persone diffuse sul territorio nazionale non esistevano, la politica era fatta dai parlamentari e da quei notabili che nelle varie regioni rappresentavano la forza economica e finanziaria oltre che dagli intellettuali e da giornali e riviste: essi tutti formavano le cosiddette consorterie che in qualche modo avevano guidato il movimento risorgimentale in una sorta di opposizione dialettica con il cosiddetto partito d’Azione e il raggruppamento repubblicano di Mazzini. Erano queste consorterie che ora contestavano l’egemonia piemontese e contrastavano il suo primato e la sua politica. Tutto questo però non faceva comunque passare in seconda fila il problema di Roma capitale.

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All’apertura  di un dialogo lanciata da Cavour e altri illustri menti di sentire cattolico il Papa Pio IX aveva risposto con il Sillabo, un elenco di proposizioni che condannavano quelli che secondo il Pontefice erano i gravi errori dei tempi moderni tra cui il liberalismo e la separazione dello Stato dalla Chiesa. Quindi con il Papa non era possibile alcuna intesa.

La Convenzione di Settembre ormai ratificata dal Parlamento impediva al governo, stante quella situazione europea, ogni mossa per conquistare il Lazio e Roma. Non restava che una iniziativa rivoluzionaria, un’impresa non benedetta dal governo, anzi da esso temuta per le reazioni della Francia.

Ma Garibaldi non era uomo da farsi di queste preoccupazioni, per lui la conquista di Roma era la naturale conclusione del Risorgimento, dopo aver ottenuto il Veneto nel 1866 con la non fortunata terza guerra di indipendenza. Siamo a ottobre/novembre del 1867.

Un periodo su cui è bene soffermarci brevemente perché, come scrisse lo storico Acquarone, si visse “in una atmosfera drammatica, sotto l’incubo di un vero e proprio conflitto armato con la Francia, la più grave crisi ministeriale del giovane stato unitario”.

I volontari decisi ad occupare Roma si andavano ammassando ai confini dello Stato Pontificio in attesa di Garibaldi per passare all’azione. Dalla Francia Girolamo Napoleone, cugino dell’Imperatore Napoleone III, incitava ad andare avanti, il presidente del consiglio dei ministri Urbano Rattazzi lasciava  correre, contando sul fatto compiuto. Ma Napoleone III non era affatto disposto ad accettare la violazione della Convenzione di Settembre da parte italiana e minacciò più volte l’intervento militare, preparando un corpo di spedizione pronto a partire per l’Italia.

L’ambasciatore italiano presso la Francia, Costantino Nigra, avvertiva il governo che l’Imperatore francese era fortemente determinato ad intervenire nello Stato Pontificio, se l’esercito italiano, sia pure con la scusa di reprimere rivolte contro il Papa, fosse entrato nello stato romano. Era, se non proprio la minaccia di una guerra, quanto meno uno smacco per l’Italia, incapace di contenere il movimento garibaldino e costretta a tollerare l’arrivo di un contingente francese a protezione della indipendenza e sovranità dello stato del Papa.

La situazione era sfuggita di mano a Rattazzi, che si dimise il 19 ottobre. Dal 19 al 26 ottobre, giorno dell’incarico a Menabrea per formare un nuovo governo, i vertici politici e governativi furono in piena confusione fra tentennamenti, propositi velleitari e irresolutezze. Fu un periodo di grave sbandamento e di grande preoccupazione per una probabile guerra con la Francia senza un esercito preparato per affrontarla;  nello stesso tempo da parte del governo dimissionario e da molti ambienti politici appariva evidente il timore o addirittura il rifiuto di fermare con energia il tentativo rivoluzionario-garibaldino tanto che lo stesso Garibaldi poteva arrivare indisturbato in quei giorni a Firenze e poi proseguire in treno via Perugia per raggiungere i volontari.

In tanta confusione accadde quello che doveva accadere a causa di una catena di errori di valutazione: i garibaldini entrarono nello Stato pontificio senza trovare la assicurata sollevazione popolare, tranne il tentativo generoso dei fratelli Cairoli; la Francia intervenne con un corpo di militari per giunta dotato di armi più efficaci; Garibaldi fu sconfitto a Mentana il 3 novembre e arrestato il giorno successivo alla stazione di Figline Valdarno.

Seguì nel dicembre una movimentata seduta alla Camera alla ricerca di responsabilità per quanto accaduto. La conquista di Roma restava ancora un problema per la cui soluzione si doveva attendere un cambiamento del quadro politico europeo, che indebolisse la Francia, vigile protettrice del Papato e del suo potere temporale. Di lì a poco questo cambiamento si verificò.

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Ettore Roesler Franz, Via dell’Arco di San Marco, fine Ottocento, acquerello su carta, cm 74.5 × 53.

La Prussia ambiva a unificare la Germania per costruire un grande stato nel cuore dell’Europa. Dopo aver sconfitto e accelerato la crisi dell’Impero austriaco ora mirava a fiaccare la Francia, che da tempo aveva osteggiato la politica prussiana di unificazione tedesca. Ottone di Bismarck, presidente del consiglio della Prussia, abile e decisa guida prima del suo paese e poi della Germania intera, cercò e trovò il casus belli per provocare il conflitto con la Francia. La guerra franco-prussiana iniziava nel luglio del 1870 e volgeva rapidamente a favore della Prussia che il 2 settembre sconfiggeva a Sedan l’imperatore Napoleone III, che per giunta cadde prigioniero.

Per la Francia una disfatta e la caduta del regime dittatoriale con la instaurazione della repubblica. Il gendarme protettore dello stato pontificio non c’era più. La Francia, dunque, aveva i suoi problemi interni a cui guardare, l’Austria ancora non si riprendeva dalla sconfitta subita nel 1866 da parte della Prussia, la Prussia stessa non giudicava contraria ai suoi interessi il completamento della unificazione italiana, ponendo ai confini della Francia uno stato, quello italiano, destinato a pesare di più nel concerto degli stati europei.

Si poteva osare, il momento internazionale era favorevole al nostro paese. L’Italia senza difficoltà colse l’occasione e il 20 settembre 1870, attraverso la famosa breccia aperta poco lontano dalla Porta Pia entrò a Roma e la proclamò capitale.

Fu un momento di grande giubilo e di soddisfazione per l’obiettivo agognato per decenni e finalmente raggiunto; ma da quel momento in avanti si impose anche la necessità di misurare la distanza che correva tra il mito, il sogno di Roma e la sua realtà concreta.  C’era l’urgenza di portare avanti il processo di costruzione e di organizzazione del nuovo stato a cui si era già provveduto nel decennio precedente con due riforme fondamentali, quello della scuola e quella amministrativa.

E soprattutto c’era da affrontare il problema di avvicinare il  paese legale a quello reale: si pensi, ad esempio, che allora aveva diritto al voto soltanto il due per cento della popolazione e che pure era bassa la percentuale dei votanti. Scrive in proposito Chabod nella già citata sua opera: “La vera grande debolezza dello Stato italiano non consisteva nella diatriba dei partiti, nelle lotte personali e simili, ma in quella estraneità delle masse alla vita pubblica”.

Ma lasciamo queste considerazioni e restiamo al tema di Roma, ormai capitale d’Italia. Quali erano le condizioni della città? Più o meno quelle che abbiamo visto descritte da Leopardi e altri illustri suoi visitatori. Nel 1871 Diomede Pantaleoni, importante figura di liberale moderato, così scriveva in un lungo memoriale a Visconti Venosta: “La borghesia territoriale di Roma non esiste, salvo come proprietaria di qualche vigna, di qualche caseggiato… di fabbriche e di industrie Roma non ha quasi traccia; e la sola borghesia potente ma ristrettissima è quella dei mercanti di campagna o grandi affittuari di tenute”. Auspicava quindi, l’arrivo in città “di una eletta e nuova popolazione da tutte le province d’Italia” per cambiare quello stato di cose, una sorta di innesto di operosità e di capacità innovazione sulla pigra popolazione romana.

Testimonianze analoghe si trovano in altre relazioni e testimonianze di politici, scrittori, giornalisti che si trovarono in quei giorni a Roma. Dunque, la città dei Cesari non poteva restare quel modesto, pigro, ristretto centro, se ambiva ad essere la capitale del giovane stato italiano, degna delle aspettative coltivate da eletti spiriti, da uomini che tanto avevano operato per l’avverarsi di questo sogno.

A Roma si sarebbe stabilito il re, avrebbe preso stanza il Parlamento, avrebbero risieduto le rappresentanze degli altri stati, si sarebbero stabiliti i ministri; Roma, insomma, sarebbe divenuta il centro vivo della vita politica ed amministrativa dell’Italia. Allo splendore degli antichi monumenti ora era necessario aggiungere una rinnovata veste esteriore,  la funzionalità di nuove strade, l’eleganza di nuovi quartieri, la dotazione di nuovi servizi. Farne, quindi, una città moderna, come lo erano già Londra e Parigi.

Tra i tanti che a quest’opera si accinsero, proponendo vari progetti, vi era  Quintino Sella, uno degli uomini della Destra storica di maggiore rilievo del nostro Risorgimento, che si adoperò con costanza e tenacia per il rinnovamento di Roma e per assegnarle un ruolo che andasse ben oltre la funzione di capitale italiana. In un suo intervento alla Camera dei Deputati del 14 marzo 1881 ricordava un conversazione con il grande storico di Roma Mommsen che con animo concitato gli aveva chiesto: “…ma che cosa intendete fare a Roma? Questo ci inquieta tutti, a Roma non si sta senza avere dei propositi cosmopoliti”. E Sella aveva risposto: “…sì, un proposito cosmopolita non possiamo non averlo a Roma; quello della scienza. Noi dobbiamo renderci conto della posizione che occupiamo davanti al mondo, giacché siamo a Roma”.

Per lui Roma doveva divenire un centro di ricerche scientifiche, luogo di grandi dibattiti, città  da cui si irradiavano nel mondo le conquiste del sapere scientifico. Non è difficile scorgere in questo progetto anche un sottofondo polemico, che mirava a presentare Roma non più solo come il centro della religione cattolica, ma anche come un luogo dove la ricerca scientifica avrebbe scoperto nuovi orizzonti all’umanità. In quel discorso che ho ricordato, Quintino Sella era relatore di un progetto di legge che dava corpo a questa sua idea, prevedendo una serie di opere, da realizzarsi dallo Stato o dal Comune, a totale carico dello Stato. Erano opere che mostravano un progetto di città coerente e un significato di futuro disegnato per la capitale.

Nasce così via Nazionale che deve raggiungere il Tevere per collegare la parte alta della città, cioè la stazione Termini e l’Esquilino, con quella bassa e per preparare la sua congiunzione con il futuro quartiere Prati, che la estenderà fuori dalle vecchie mura. E poi la realizzazione del Museo geologico nazionale, la costruzione del Palazzo delle Esposizioni in via Nazionale, l’edificazione dell’edificio sede del Ministero delle Finanze, l’acquisto di Palazzo Corsini per l’Accademia dei Lincei, in vita dal ‘600 per opera di Domenico Cesi.

Questo era il percorso di Sella verso la realizzazione della Città della scienza, che escludeva qualunque forma di industrializzazione della città. Luigi Pianciani, uomo di altra formazione politica, mazziniana e socialista, eletto sindaco di Roma nel 1872, avrebbe voluto un futuro diverso per la città, sostenendo che, accanto alla funzione assegnata alla capitale da Sella, si ponesse anche la realizzazione di attività industriali e commerciali per dare lavoro a quella notevole parte del popolo romano, che aveva scarse occasioni di impiego. Dette prova della sua attenzione ai ceti più deboli della città e della sua lungimiranza circa il suo futuro urbanistico, approvando il piano regolatore, costruendo edifici per le scuole elementari e case popolari, istituendo una società per l’istruzione della donna.

Non si può dire che  nei decenni a seguire Roma non abbia avuto insediamenti industriali, ma essa ha mantenuto sostanzialmente e prevalentemente il carattere di un centro politico e amministrativo. Ben altra fu l’attività redditizia della città, che procurò notevoli ricchezze a certi strati della borghesia e ai proprietari del latifondo: il commercio e la speculazione delle aree fabbricabili. Roma aveva bisogno di nuovi quartieri, ora che cresceva la sua popolazione e si insediavano ministeri e apparato burocratico. Società per azioni, banche, singoli privati in previsione delle grandi future trasformazioni all’interno delle mura della città e soprattutto della sua espansione al di fuori della cinta urbana fecero acquisti di aree, il cui valore salirà di molto mano a mano che avranno esecuzione i vari piani edilizi. E questo avverrà, purtroppo, non sempre in maniera programmata e secondo una visione che privilegi l’interesse generale, ma sotto la robusta spinta di quanti miravano a sfruttare la rendita fondiaria.

Una linea di tendenza che spesso segnerà la storia dell’urbanistica romana nel corso dei decenni e che si ripeterà ancor più pesantemente nel secondo dopoguerra con l’espansione disordinata e incontrollata della città con le sue tante borgate distanti dal centro, con scarsi servizi e con immani problemi sociali. La poesia del mito ora cedeva il passo alla prosa della organizzazione e strutturazione della città per essere effettivamente la capitale di uno stato, non guardando soltanto al suo passato, alla gloria di Roma imperiale, al suo imponente patrimonio archeologico, ma volgendo uno sguardo lungo sul suo futuro.

A questo riguardo erano indispensabili l’intervento dello stato, come lucidamente aveva più volte affermato Quintino Sella, e l’opera di una amministrazione comunale profondamente convinta del ruolo della capitale, quale fu quella guidata dal sindaco Ernesto Nathan, che purtroppo non ebbe successori svincolati dagli interessi della grande proprietà terriera e dai costruttori. Roma non poteva e non può essere considerata alla stregua di uno dei tanti comuni italiani. Aveva ed ha bisogno di notevoli risorse finanziarie per curare i suoi mali e assumere con dignità il ruolo che le compete di centro morale.

Ha scritto Alberto Caracciolo nel suo volume “Roma capitale”: “Colpisce assai, nell’atteggiamento manifestato dal ceto politico nazionale verso la capitale durante cinquant’anni, la profondità del divario fra l’esaltazione dell’idea di Roma e le concrete iniziative nei riguardi della città”. E quest’atteggiamento è durato nel tempo con qualche breve parentesi, tanto che oggi non mancano appelli e dibattiti a che il governo e il Parlamento si preoccupino di strutturare in maniera più efficace la cosiddetta città metropolitana di Roma e di assegnarle le necessarie risorse per dare lavoro e migliori condizioni di vita ai suoi cittadini e nello stesso tempo per consentirle di essere un po’ meno lontana da quell’alta idea che di essa ebbero i nostri padri risorgimentali.

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Mi avvio a concludere. Abbiamo sin dall’inizio parlato del mito di Roma e della sua forza propulsiva attraverso i secoli, che secondo i suoi cultori avrebbe assegnato ad ogni epoca storica una missione. Questo alto ideale nella sua complessità si prestava ad essere interpretato in modi diversi e non sempre idonei a conseguire obiettivi di pace e di amicizia tra i popoli.

Ci volevano uomini “di solidissima tempra” morale e di lucido pensiero politico per accogliere nella sua positività il lascito spirituale di questo mito. In una Europa dove sul finire dell’Ottocento si celebrava da parte di alcuni stati sempre più la forza nei rapporti internazionali e si esaltavano i propri primati, anche in Italia si andò facendo strada una tendenza che della Roma antica privilegiava la forza dei suoi eserciti, la sua espansione territoriale, la formazione dei suoi cittadini volta anche a farne dei bravi combattenti. Interpretazione che significava per il presente forgiare una nazione in forte competizione con gli altri paesi quanto a prestigio militare, espansione coloniale e rivendicazione di primati. Gli scritti, i discorsi, le azioni di Alfredo Oriani e di Guido Baccelli sono a questo proposito molto eloquenti.

Il patriottismo, che per gli uomini del nostro Risorgimento era amore per la propria patria e rispetto e amicizia per le altre patrie, si andava trasformando e degenerava in nazionalismo, inteso come celebrazione superba dei meriti del proprio paese e rivendicazione di presunti primati e diritti anche a danno di altri popoli. Ideologia quanto mai pericolosa, che, di violenza in violenza, di provocazione in provocazione, di sfida in sfida, portò l’Europa alla sua rovina, ai massacri della prima e della seconda guerra mondiale, che bruciarono valori, uomini ed economie. Ben altro era il lascito di Roma: la” missione universale di natura culturale e civile” era stata tradita e le conseguenze sono state nefaste. E questo sia di monito anche per i nostri giorni.

 

Tivoli, 6 dicembre 2020

1. Alcibiade Boratto, nato a Tivoli nel 1931, laureato in Filosofia, insegnante di scuola media inferiore e superiore, è stato per lunghi anni esponente di primo piano del Partito Repubblicano del Lazio. E’ stato Senatore della Repubblica e più volte Sindaco della città.