Alla radice delle diseguaglianze

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Alla radice delle diseguaglianze*

Primi appunti per una riflessione

di Sauro Mattarelli

In memoria di Antonluigi Aiazzi

 

 

Questo testo nasce come primo ragionamento sul tema della disuguaglianza in tempo di globalizzazione, a partire, essenzialmente,  dalle analisi sulle opere principali e più note di Thomas Piketty: Le capital au XXI° siècle e Capital et idéologie.[1] I due volumi sono stati scritti prima del 2020, ma risultano una preziosa chiave di lettura anche per comprendere i cambiamenti socio-economici amplificati dalla pandemia  “Covid 19”, che ha colpito l’intero pianeta a partire dai primi mesi del 2020.

I libri in questione, insieme con opere importanti di altri autori, costituiscono un riferimento basilare e propongono una disamina suffragata da ricerche approfondite e rielaborate delle dinamiche del capitalismo mondiale nelle sue varie forme e modalità. Sono, insieme, testi di storia, sociologia, economia, politica economica, filosofia dell’economia e, soprattutto, di teoria politica, con vasti riferimenti anche alla letteratura: un invito esplicito a non isolare la scienza economica dal contesto umanistico e di abbracciarne senza timori la ineludibile complessità. Una opzione di salvaguardia  per non ridurre l’economia al rango di un arido e spesso pleonastico tecnicismo tarato magari su qualche  convenienza del momento, ma privo dei necessari orizzonti di contesto  e, quindi, fatalmente destinato a perdere il suo significato euristico.

 

In tema di ripartizione delle ricchezze

We are the 99%…”.
(Slogan di Occupy Wall Street)

“Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.”

(G. Orwell, La fattoria degli animali)

 

“L’histoire de la répartition des richesses est toujours une histoire profondément politique et ne saurait se résumer à des mécanismes purement économiques.”[2] Questa la conclusione/premessa basilare di  Piketty,  come primo risultato delle sue ricerche. Una storia, quella della distribuzione delle ricchezze, che è caratterizzata dalla assenza di strumenti “naturali” o spontanei di controllo e perciò si presenta come governata da fenomeni di “convergenza” e “divergenza” che rientrano principalmente nella sfera dei flussi sociali.   In particolare, il principale fattore di divergenza, di disuguaglianza, è costituito da una regola non troppo esplorata della evoluzione del capitale per cui r>g ovvero: il tasso di rendimento del capitale, storicamente, risulta sempre maggiore di dieci, talvolta di venti volte, del tasso di crescita del prodotto e del reddito. A opporsi a questo andamento della disuguaglianza contribuisce essenzialmente il fattore “di convergenza” rappresentato dalla diffusione delle conoscenze e, in generale, dai processi di investimento su competenza e formazione. In altri termini, i ceti più poveri, dal punto di vista reddituale, recuperano nei confronti dei ricchi soprattutto nella misura in cui arricchiscono le proprie conoscenze, tecnologiche e, più in generale, culturali.

In tale ambito si possono già scorgere i limiti dei fondamenti della ortodossia liberista, basata su un concetto di “crescita” della produttività e della contemporanea (disordinata) diffusione delle conoscenze. Se, infatti, da un lato questa prassi contribuisce ad equilibrare il processo di accumulazione del capitale non concorre però affatto a migliorare in senso “sociale” la struttura del capitale stesso; non giova, cioè, a contenere la diseguaglianza intrinseca in tali evoluzioni.[3]

 

Alcune conseguenze della disuguaglianza

Le conseguenze negative della diseguaglianza sono numerose e spesso si ripercuotono anche su coloro che, volontariamente o indirettamente, ne risultano i fautori. Producendo forte instabilità sociale, si riverberano negativamente sugli investimenti e costituiscono un ostacolo alla crescita.[4]

Le diseguaglianze, inoltre, generano incertezze nei mercati finanziari e, spesso, inducono alla ricerca di guadagni che esulano da effettiva produzione di ricchezza, alimentando una “forbice” fra il mondo dell’economia e il mondo della finanza che si allontanano dai circuiti produttivi “reali” legati all’attività lavorativa, a favore di mere attività speculative. In questo modo risulta compromessa anche la stabilità delle istituzioni che, in caso di forte opacità delle operazioni economiche, vedono accrescere il distacco tra cittadini e rappresentanti politici, con conseguente deterioramento dei processi democratici, peraltro “costretti” in ambiti statali o regionali mentre l’economia e la finanza, come sottolineeremo anche in seguito,  vivono su dimensioni planetarie. La disuguaglianza, ancora, non consente un adeguato utilizzo delle risorse umane, riduce la mobilità delle persone, determina una non equa fruizione dei percorsi scolastici e, in molti casi, diviene veicolo di discriminazioni razziali e di genere.[5]

Ne deriva un cortocircuito che in qualche modo rimanda al  problema della contraddizione del processo di accumulazione del capitale evidenziato da Marx nelle sue opere principali,[6] consentendo il persistere di una instabilità cronica, alimentata da paurosi scenari di ingiustizie socio-economiche. Secondo Piketty, le riforme apportate a tali processi non hanno ad oggi risolto queste antinomie e si impongono quindi interventi; a cominciare dalle politiche fiscali e di tassazione del capitale per scongiurare pericolosi blocchi del potere di acquisto non solo dei ceti più disagiati, ma anche di quelli medi. La crisi finanziaria che nel 2007-2008  ha colpito il mondo occidentale, partendo dagli Stati Uniti, può essere in qualche modo collegata anche ai processi di concentrazione delle ricchezze e al conseguente indebitamento di molte famiglie che, fino a poco tempo prima, potevano condurre un tenore di vita che queste dinamiche avevano infranto.

De mon point de vue, il ne fait aucun doute que la hausse des inegalités a contribué à fragiliser le système financier americain. Pour une raison simple: la hausse des inégalités a eu pour conséquence  une quasi-stagnation du pouvoir d’achat des classes populaires et moyennes aux États-Unis, ce qui n’a pu qu’acrroître la tendance à un endettement croisssant des ménages modestes; d’autant plus que dans le même temps des crédits de plus en plus faciles et dérégulés leur étaient proposés par des banques et intermédiaires financiers peux scrupuleux, et désireux de trouver de bons rendements pour l’énorme épargne financière injectée dans le système par les catégories aisées.[7]

 

Prime valutazioni sull’analisi di Piketty

L’analisi di Piketty ha ricevuto critiche, di carattere metodologico e “ideologico”. Alcune fonti autorevoli hanno addirittura contestato i dati proposti:[8] una operazione ardua e ardita, se non si riprendono  le innumerevoli fonti e i percorsi di ricerca intrapresi dall’autore, che hanno comportato rielaborazioni interpretative piuttosto complesse. È stato d’altronde osservato  che il metodo d’indagine e lo stesso titolo della sua prima opera hanno forse indotto alcuni osservatori a marchiare il lavoro di Piketty come un percorso marxiano, condizionando qualche giudizio. Ma l’economista non si autodefinisce “marxista”, bensì, piuttosto, un difensore del libero mercato e della proprietà privata, preoccupato che la impossibile conservazione di un modello di sviluppo distorto porti pesantissime conseguenze sulla vita di milioni di individui, provocando pericoli e danni molto gravi alla specie umana. Si tratterebbe quindi di operare ora una nuova, radicale, riflessione sulla articolazione del capitale, dopo Keynes e alla luce dei processi di globalizzazione in atto acuitisi nei mesi della pandemia, con ripercussioni sul mondo del lavoro, sulle modalità di lavoro, sugli stili di vita, sui flussi finanziari, sui processi di accumulazione di cui la disuguaglianza crescente costituisce una preoccupante cartina di tornasole. A simili conclusioni, peraltro era giunto anche Joseph Stiglitz, che aveva paventato il rischio concreto del collasso del sistema capitalistico, ben dopo la caduta del muro di Berlino.

Con riferimento alla situazione americana l’economista premio Nobel scrive:

La tesi di fondo è che stiamo pagando assai cara la nostra disuguaglianza e che il prezzo è un sistema economico meno stabile e meno efficiente , con meno crescita, nonché una democrazia che è stata messa in pericolo. Ma la posta in gioco è anche più alta: dal momento che il nostro sistema economico sembra aver fallito rispetto al benessere di moltissimi cittadini, e dal momento che il nostro sistema politico sembra ormai preda degli interessi del denaro, la fiducia nella nostra democrazia e nella nostra economia di mercato ne usciranno sminuite insieme alla nostra influenza a livello globale.[9]

A differenza di Stiglitz, Piketty propone una analisi su scala planetaria, avvalendosi di seriazioni statistiche, lette attraverso una “lente sociale”, nella consapevolezza della dimensione “globale” di molti svolgimenti, anche se apparentemente legati a logiche regionali o statali:

La tendenza generale a una sempre più stretta interconnessione tra le diverse parti del mondo, conseguente ai progressi nelle tecnologie della comunicazione e dei trasporti, impone di rivedere continuamente il quadro d’azione, e d’impostare il problema della giustizia sociale in un’ottica esplicitamente transnazionale e mondiale.[10]

In questo ambito l’autore muove una critica serrata alle carenze analitiche, programmatiche e progettuali delle forze socialdemocratiche e della sinistra post-comunista su questi temi. Vanno quindi sottolineate le difficoltà che ancora oggi rendono arduo il superamento della dicotomia tra un liberismo senza regole, tendenzialmente incapace di affrontare la contraddizione della disuguaglianza, e schemi tardo-marxisti che, seppure talvolta arricchiti da importanti rivisitazioni keynesiane e neo-keynesiane, in alcune circostanze cruciali, hanno evidenziato inadeguatezza nell’affrontare una lettura della complessità rappresentata dalla globalizzazione. Se da Keynes abbiamo appreso i limiti del “laissez-faire” e, soprattutto, la concezione dell’economia come “scienza morale”, altri autori, successivamente, hanno ridefinito i concetti di libertà applicati all’economia, declinandoli all’insegna di una nuova tensione sociale le cui radici profonde vanno ricercate nella storia del pensiero politico scandita fin dal Settecento e dall’Ottocento del millennio scorso. In altri termini, in quei decenni si è cominciato a coniugare il concetto di sviluppo come inscindibile da quello di democrazia, di pratica dei diritti e della giustizia sociale, del superamento dell’analfabetismo, dell’apertura dei mercati.[11] Lontani, come ebbe a sottolineare Gunnar Myrdal, dall’“ingenuo empirismo” di chi si ostina a sostenere l’esistenza di un corpus di conoscenze scientifiche, indipendentemente dai giudizi di valore, dalle domande che quotidianamente ci poniamo come testimonianza del nostro interesse per le cose del mondo, da cui, in ultima analisi, derivano le valutazioni e le scelte.[12]

 

 

Ideologia ed economia

 

Tornando alla riflessione di Piketty, l’autore, pur senza ammetterlo esplicitamente, sembra raccogliere la considerazione con cui Keynes chiude la sua Teoria generale: “le idee degli economisti e dei politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle.”[13] Tant’è che il secondo volume che dedica all’argomento della diseguaglianza si intitola Capitale e ideologia,[14] con le ideologie che non di rado vengono chiamate in causa per “giustificare” le disuguaglianze e anche per trovarne le ragioni. Ma l’autore, in particolare, premettendo che la storia del progresso umano coincide con la lotta per l’uguaglianza e per l’istruzione, chiarisce che le “derive identitarie” che sembrano caratterizzare questa epoca sono proprio frutto dell’ignoranza e, soprattutto, della separazione dei saperi. Occorrerebbe, allora, ridefinire una “nuova ideologia dell’uguaglianza, della proprietà sociale, dell’istruzione e della condivisione dei saperi e dei poteri”: una nuova narrazione “ideologica” tesa a descrivere come si dovrebbe strutturare la società nelle sue dimensioni politiche, economiche e sociali.[15]   Un connubio, quello tra capitale e ideologia, teso a dissuadere dalle tentazioni “meccanicistiche” a cui potrebbero essere indotti anche osservatori che si richiamino a visioni millenaristiche riscontrabili non solo nell’impianto marxiano. Piketty, che si dichiara un riformatore liberale,  è talmente persuaso di questa esigenza da dedicare molte pagine all’argomento, senza cercare o trovare particolari riferimenti “definitivi” tra i classici dell’economia o della politica. Su questo tema, guardando al passato, un rimando utile al riguardo possiamo riscontrarlo attraverso una panoramica del pensiero di Giuseppe Mazzini, purtroppo spesso distorto o male interpretato da analisi parziali o strumentali.  Le premesse analitiche e concettuali che abbiamo delineato si conciliano ad ogni modo straordinariamente con l’impianto teorico del Genovese in materia economica:

 

L’accrescimento della facilità dei traffichi, i progressi nei modi di comunicazione emanciperebbero a poco a poco il lavoro dalla tirannide del commercio della classe intermedia fra la produzione e i consumatori; ma non giovano a emanciparlo dalla tirannide del capitale, non danno i mezzi del lavoro a chi non li ha. E per difetto di un’equa distribuzione della ricchezza, d’un più giusto riparto dei prodotti, d’un aumento progressivo della cifra dei consumatori, il capitale stesso si svia dal suo vero scopo economico, s’immobilizza in parte nelle mani dei pochi invece di spandersi tutto nella circolazione, si dirige verso la produzione d’oggetti superflui, di lusso, di bisogni fittizi, invece di concentrarsi sulla produzione degli oggetti di prima necessità per la vita o si avventura in pericolose e spesso immorali speculazioni.

Oggi il capitale – e questa è la piaga della Società economica attuale – è despota del lavoro.[16]

 

La lettura mazziniana della dinamica del capitale e della sua ineluttabile corsa verso la disuguaglianza sembra fungere quasi da premessa (ovviamente inconscia) all’analisi dell’economista francese. Aggiungiamo, al riguardo, che, fin dagli anni Settanta e nei primi anni Ottanta del secolo scorso, una scuola repubblicana italiana, proprio di ispirazione mazziniana e cattaneana,  aveva dedicato energie e studi per un progetto di democrazia internazionale, tesa a combattere le diseguaglianze su scala planetaria, da attivarsi, in un primo tempo, almeno nell’area euro-atlantica.  Mentre si annotava il dato di una “lotta di liberazione promossa dalle moltitudini per sottrarsi al dominio delle oligarchie di potere” si poneva in evidenza la crisi dello stato di stampo “ottocentesco” nel tempo della internazionalizzazione dell’economia e della finanza; di fronte alla rivoluzione delle tecnologie, dei mezzi di trasporto e di comunicazione.[17] “Che cosa è l’amor patrio, per esempio, od il concetto di difesa ‘militare’ della patria, quando i popoli di più continenti aspirano ad unioni sovranazionali?” Da qui l’urgenza per “un’azione diretta a riprendere l’iniziativa della battaglia per la unione sovranazionale dei popoli e per la creazione di organismi che si prefiggano il compito di riunire, sempre a livello sovranazionale, i movimenti democratici che operano nei vari paesi del mondo.”[18]

Una sorta di anticipazione di quanto, quasi cinquant’anni dopo,  sostiene perentoriamente Piketty nella sua opera tesa a spiegare  il problema delle diseguaglianze offrendo qualche tentativo di soluzione prima che si produca il collasso del sistema economico:

 

Pensiamo (…) che sarebbe meglio articolare una ‘teoria transnazionale della democrazia’ basata su un social-federalismo democratico e sulla costruzione di norme di giustizia socioeconomica a livello prima macroregionale e poi mondiale. Il compito è tutt’altro che facile, ma non ci sono molte alternative.[19]

 

Va precisato che il riferimento alla dimensione mondiale era presente anche in altri autori dell’Ottocento: da J. Stuart Mill a Carlo Cattaneo; da Alexis de Tocqueville a Karl Marx.[20] Il filosofo di Treviri aveva chiaramente incentrato la sua analisi dell’uomo in epoca capitalista “sul piano della storia universale, invece che sul piano locale”, come presupposto indispensabile per rompere il circuito della miseria e del bisogno. Una volta constatato che il regime di sfruttamento operato dal “sistema capitalistico” presuppone un “mercato mondiale”, Marx concluse che, implicitamente, anche il proletariato si pone come “esistenza storica universale degli individui, cioè esistenza degli individui che è legata direttamente alla storia universale.” Questo dato di fatto implica che i singoli individui, “con l’allargarsi dell’attività sul piano storico universale, sono stati sempre asserviti a un potere a loro estraneo, […] a un potere che è diventato sempre più smisurato e che in ultima istanza si rivela come mercato mondiale.”[21] Molto più recentemente, da prospettive completamente diverse, George Soros ha chiaramente notato: “We have a global economy without a global society.”[22] Mentre Amartya Sen, più o meno negli stessi anni, ha denunciato uno sviluppo disordinato che ormai devasta i diritti umani.[23] In generale, sono ormai in molti a chiedersi se una “crescita” cieca, incurante dell’ambiente e della disuguaglianza possa perdurare all’infinito.

Thomas Piketty, économiste, né en 1971

 

La dimensione globale dopo “la fine del comunismo”

 

L’analisi socio-economica marxiana non si oppone dunque tassativamente alla critica della scuola mazziniana e cattaneana; la divergenza sostanziale si ha sull’azione da intraprendere di conseguenza: una rivoluzione proletaria liberatrice per i primi, un radicale processo educativo e, soprattutto, associazionistico per i secondi. Quest’ultimo filone, che ripone antiche radici nel repubblicanesimo classico, ha trovato epigoni anche nei vari movimenti del socialismo democratico e del liberalismo, soprattutto di derivazione keynesiana.  La cosiddetta “fine del comunismo”, maturata nell’ultimo quarto del secolo scorso ha sicuramente frustrato non solo molte speranze rivoluzionarie, legate in qualche modo al pensiero di Marx, ma anche molte azioni riformatrici che erano state avviate, soprattutto nel mondo “occidentale”, ad opera dei vari partiti laburisti, socialisti, radicali, liberal-progressisti.

Nonostante che filosofi come Norberto Bobbio avessero ammonito che con la fine del comunismo non erano svanite le cause per cui il comunismo era nato, si è imboccata una strada (pericolosa) definita da  Piketty di “ipercapitalismo”: una sorta di rivincita delle tesi di von Hayek, non solo rispetto al marxismo-leninismo, ma pure rispetto a Keynes, con effetti potenzialmente letali per l’intero “sistema”.[24]  L’economista di Cambridge nella sua Teoria generale aveva praticamente suddiviso gli economisti tra coloro che credono nella autoregolazione automatica del sistema economico ed “eretici”  che invece si oppongono a questa credenza. Come noto, egli si era schierato coi secondi, mostrando come il sistema neoclassico non potesse generare i meccanismi regolatori per l’attuazione della piena occupazione, senza un adeguato intervento dello stato che almeno garantisse le aspettative degli imprenditori, ad esempio con la creazione di infrastrutture, o con adeguate politiche monetarie capaci di rendere meno aleatori gli investimenti che dovrebbero produrre l’effetto “moltiplicatore”.[25] Piketty si rende però conto che l’ipercapitalismo globale non placa affatto la sete di accumulazione (e di profitto) fino a rendere possibile le forme di socializzazione degli investimenti auspicate da Keynes. Si impone quindi una ulteriore forma di intervento pubblico, rappresentata dalla leva tributaria. Solo che la dimensione globale dell’economia sovrasta e in parte vanifica le potenzialità dei singoli stati, già alle prese con gravi problemi di evasione ed elusione fiscale,  il cui “raggio operativo” resta imbrigliato dai confini nazionali.

Si può allora scorgere, nell’economista francese, una sorta di amarezza nel constatare che, oggigiorno, assistiamo, impotenti, ad una nuova e più imponente concentrazione della proprietà e dei redditi, che vede i ricchi diminuire di numero ma, nel contempo, possedere percentuali  sempre più elevate di rendite, profitti e patrimoni.[26] Mentre i poveri finiscono per essere sempre più poveri, parti importanti del ceto medio vengono anch’esse spinte verso le soglie dell’indigenza, in una gigantesca vanificazione delle lotte e delle rivoluzioni degli ultimi secoli.

Il progresso sociale sembrava tangibile e irreversibile: dalla dichiarazione d’indipendenza statunitense, dalla rivoluzione francese, senza trascurare quanto avvenuto nel mondo russo e negli Stati orientali, africani o del Centro e Sud America, dove una serie di colonie si erano ribellate ai Paesi dominanti ed era stato superato lo schiavismo, almeno in linea di principio, con la revisione di alcune normative che relegavano le caste più umili ad una perenne inferiorità.

Ma, negli ultimi decenni, questi processi vorticosi hanno invertito rotta: una aggressiva schiera di manager e capitani d’industria in pochi anni ha visto moltiplicare le retribuzioni e i benefit connessi con la loro posizione: si pensi, a titolo indicativo, che solo alcuni decenni fa, un industriale come Adriano Olivetti percepiva un reddito cinque  volte superiore rispetto ad un operaio, mentre negli anni più recenti (per proporre un esempio) l’amministratore delegato della Fiat, se si aggiungono le stock options, guadagnava oltre  1037 volte lo stipendio di uno dei suoi operai. A supporto del “nuovo sistema”, la diseguaglianza si accentua in misura macroscopica, anche nelle società “dell’opulenza” che avevano registrato una buona affermazione dei “diritti”. Ma i diritti, avulsi dagli obblighi sociali, esasperati da individualismi ed egoismi iperbolici, non hanno affatto limitato le sacche di povertà, indotte da disoccupazione, sottoccupazione, sistemi disumani di sfruttamento del lavoro, assoluta incuria verso l’ambiente, forti discriminazioni sessiste e, in taluni casi, razziste,  che hanno ridato vita a vere e proprie nuove forme di schiavismo. Il tutto accentuato e accelerato dalla pandemia del 2020.[27]

 

*

Da un’altra prospettiva, l’opera di Piketty può essere vista anche come un tentativo di soluzione della storica  contraddizione insita nella teoria di Marx: schiacciata tra una visione rigidamente “nomològica”, con venature deterministiche, e una proposta antropologica rivolta alla liberazione  dell’”uomo totale marxiano”.[28] In questo schema  i concetti di uguaglianza e libertà anziché dispiegarsi in forma dialettica, in una continua tensione rivoluzionaria, avevano finito per sovrapporsi in monolitiche strutture  unidimensionali nell’espressione del “comunismo reale” sperimentate nel corso del Novecento. Piketty sembra voler ridare respiro alla dialettica fra struttura e sovrastruttura dove la prima non è affatto necessariamente predominante sulla seconda. In questo senso si compie un tentativo di superamento della contraddizione storica derivante dalla convivenza di una visione “nomològica” e di una visione antropologica all’interno della teoria marxiana. Questa contraddizione era aggravata dalla necessità di passare dalla teoria alla pratica di costruire repentinamente un comunismo di stato,[29] mentre, come si notava in precedenza, secondo la millenaristica visione di Marx ed Engels, il comunismo può affermarsi compiutamente solo allorquando il capitalismo ha avvolto l’intero pianeta.

Il tema, vasto e complesso, non può che essere accennato in questa sede, ma va notato che dagli studi marxisti è stato affrontato piuttosto tardivamente: “Comment pouvons-nous construire un dispositif pour rapprocher le sujet (la moltitude) et l’objet (la libération cosmopolite) dans le cadre de la postmodernitè?” Si chiedono Michael Hardt e Antonio Negri nel loro Empire.[30]

 

 

Piketty va oltre: pone il rapporto tra ideologia e capitale, in termini marxiani diremmo tra struttura e sovrastruttura, su un piano di assoluta parità e interazione. Lontano da ogni messianesimo, lavora attorno ad ipotesi riformistiche che, senza porsi su un piano apertamente antistatale, devono però assumere una dimensione sovranazionale per essere praticabili nel concreto e andare oltre “l’illusione filantropica”, che non solo non produce effetti pratici in tema di disuguaglianza, ma spesso veicola pratiche “pericolose” quando ci si pone il problema di finanziare cultura, ricerca, sanità, media. In un quadro ove i partiti degli ultimi finiscono per trasformarsi in “partiti dei laureati”, a causa  di una inerzia progettuale e analitica che sposta gli elettorati della sinistra tradizionale su movimenti populisti, i quali, a loro volta, declinano apertamente la loro avversità a forme di integrazione, di emigrazione e perfino di solidarietà in un contesto di drammatiche guerre tra poveri.[31]

 

Considerazioni conclusive

 

Che fare? Piketty indica alcune vie praticabili studiando a fondo certe realtà come Francia, Gran Bretagna, Europa, Stati Uniti, Cina, India, Russia Brasile. Una indagine a tappeto, a evidenziare l’inadeguatezza dei sistemi tributari attualmente attivati dagli stati nazionali per ridurre i grandi accumuli di ricchezza e frenare le disuguaglianze. E poi proposte per un “socialismo partecipativo”: cogestione, analisi dei patrimoni, che comunque costituiscono un indicatore della capacità di contribuire alle spese comuni, revisione del sistema impositivo sulle successioni, imposte progressive sui patrimoni e redditi. Esistono esempi illustri nel passato: nel 1795 “Thomas Paine proponeva nel suo Agrarian Justice l’introduzione di una tassa di successione volta a finanziare un sistema di reddito di cittadinanza.”[32] Se però la scena della catena di montaggio, delle recinzioni, dell’accumulazione si svolge a livello planetario è a quel livello che occorre cercare le risposte solutive per una crisi che rischia di trascinare il mondo nel baratro.[33] La tragedia pandemica che ha colpito il pianeta a partire dal 2020 ha reso più visibili le disuguaglianze e ineludibile il tema dell’inquinamento ambientale. Contemporaneamente, le strutture democratiche tradizionali hanno mostrato i loro limiti. Esempi eclatanti: gli Stati Uniti, nei giorni della elezione di Biden alla presidenza, dopo il mandato di Donald Trump; l’atteggiamento di certi   paesi europei, soprattutto dell’Est, nell’ambito dell’Unione europea;  la difficile transizione dopo l’uscita della Gran Bretagna dalla Unione europea, in parte mascherata politicamente, ma accentuata economicamente dalla pandemia. E poi realtà assai diverse nei vari continenti, ma ugualmente coinvolte nella grande sfida planetaria dove, tra dichiarazioni solenni di “vittorie” di un sistema su un altro, in presenza di ricerche forsennate di primati e  supremazie,  sta subentrando la necessità impellente di contribuire alla salvezza della terra.[34] I processi di democratizzazione, la rivisitazione dell’economia e del concetto di “crescita” o “decrescita”, l’utilizzo di tecnologie e di forme di energia non inquinanti, l’affermarsi di una nuova organizzazione del lavoro (si pensi allo smart working) [35], stanno imponendosi di fronte alle società, agli stati, ai governi, come ineludibili momenti cruciali. Svolte improcrastinabili per temi fino a pochi mesi fa ritenuti “politicamente impossibili” e ora “subiti” come politicamente, socialmente ed economicamente inevitabili.[36] Queste tematiche, che abbiamo menzionato a titolo puramente esemplificativo, sono strettamente legate e non possono essere affrontate separatamente una dall’altra:  per non inquinare occorre produrre meno e occorre farlo in modo sostenibile, attraverso l’uso di tecnologie avanzate e di risorse rinnovabili. Occorre, soprattutto, cambiare stile di vita. Disintossicarci interiormente, mentalmente: a livello individuale e nelle relazioni con gli altri. Una nuova educazione.

Il concetto di uguaglianza posto al centro di questa riflessione implica che la nozione di libertà sia acquisita secondo la sua essenza sociale, già bene evidenziata dagli studiosi degli ultimi secoli: ossia come relazione fra gli uomini, come mezzo e richiesta di partecipazione; come espletamento dei doveri (sociali) per l’accesso e la rivendicazione dei diritti (individuali e collettivi).  Un concetto distante da ogni forma di arbitrio e di dominio per una rivoluzione da attuare che potrà portarci lontano, verso nuove forme di espansione: economica, sociale, scientifico-culturale; oppure, se tradita o male interpretata, verso un degrado i cui sviluppi saranno tragici per la specie umana. Il cambiamento in atto, velocissimo, non va né demonizzato, né idolatrato. Andrebbe studiato a fondo, profondendo uno sforzo intellettuale pluridisciplinare che molte università e istituti di ricerca hanno purtroppo perduto a vantaggio di una frammentazione del sapere che ha ristretto gli orizzonti proprio nel momento in cui andavano ampliati.

 

Note

*Il presente saggio è stato pubblicato, con lievissime variazioni, sul “Pensiero mazziniano”, n. 1, gennaio-aprile 2021 (pp. 101-114).

[1]  T. Piketty, Le capital au xxi° siècle, Paris, Éditions du Seuil, 2013; Id., Capital et idéologie, Paris, Éditions du Seuil, 2020, tr. It., Capitale e ideologia, Milano, La nave di Teseo, 2020.. Nella presente trattazione faremo riferimento alla edizione francese per quanto riguarda il primo volume, mentre per il secondo volume ci riferiamo all’edizione italiana.

[2] T. Piketty, Le capital, cit., p. 47.

[3] Id, passim. Cfr. D. Guerzoni, Il capitale nel XXI secolo, «Il Senso della Repubblica», gennaio 2015; G. Palomba, “Capitale e ideologia” di Thomas Piketty, «Pandora Rivista», 11 marzo 2021.

[4] International Monetary Fund, Causes and Consequences of Income Inequality: A Global Perspective, Washington D.C., 2015. Nel testo, fra l’altro, si evidenzia:  “The discourse on inequality often makes a distinction between inequality of outcomes (as mesured by income, wealth, or expenditure) and inequality of opportunities – attributed to differences in circumstances beyond the individual’s control, such as gender ethnicity, location of birth, or family background.”

[5] Su questi aspetti cfr. la sintesi di R. Cacciani, Disuguaglianza economica e pari opportunità, «Il Pensiero mazziniano», n. 2 maggio-agosto 2020. Per una analisi delle diseguaglianze in ambito italiano cfr. P. Acciari, S. Morelli, Wealth transfers and net wealth at death: evidence from the italian inheritance tax records 1995–2016, Cambridge, National bureau of economic research, October 2020; C. Volpato, Le radici psicologiche della disuguaglianza, Roma-Bari, Laterza, 2019.

[6] In questa sede si fa riferimento a: K. Marx, Das Kapital. Kritik der politischen Oekonomie, nella traduzione italiana di D. Cantimori, Il capitale, Roma, Editori Riuniti, 1973, con la Introduzione di M. Dobb, soprattutto libro I e III; Id, Grundrisse der Kritik der olitischen Ökonomie, nella traduzione italiana a cura di E. Grillo, Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica, Firenze, La Nuova Italia, 1968, vol. I e II.

[7]  T. Piketty, Le capital, cit., p. 469. L’autore sostiene questa tesi con riferimento ai testi di R. Rancière et M. Kumhof, Inequality leverage and crises, IMF 2010 e R. Rajan, Fault Lines, Princeton University Press, 2010.

[8] “In his spreadsheets, however, there are transcription errors from the original sources and incorrect formulas. It also appears that some of the data are cherry-picked or constructed without an original source”. C. Giles, Piketty findings undercut by errors, «Financial Times», may 23, 2014.

[9] Cfr. J. E. Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Torino, Einaudi, 2013, p. XIII.

[10] T. Piketty, Capitale e ideologia, cit. p. 60.

[11] Cfr. J. M. Keynes, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta e altri scritti, Milano, Mondadori, 2019. Segnaliamo, in particolare questa specifica edizione nuova edizione tradotta e annotata da G. La Malfa, autore anche di un saggio introduttivo: Saggezza nuova per una nuova èra. Si veda inoltre, a titolo indicativo: A. Sen, Development as Freedom, New York, Oxford University Press, 1999 e, con riguardo all’Italia, alle opere di L. Einaudi. Ci permettiamo di rinviare, per una panoramica, a «Libro Aperto», supplemento al n. 104 Numero speciale su Luigi Einaudi 1961-2021. In questo volume Cfr. S. Mattarelli,  Le radici risorgimentali dell’europeismo di Luigi Einaudi e relativa bibliografia.

[12] G. Myrdal, The political element in the development of the economic theory, London, Routledge & Kegan Paul, 1953, p. VII. Per approfondimenti: F. Zeuthen, Scienza e benessere nella politica economica, con Introduzione di F. Caffè, Torino, Boringhieri, 1961; J. A. Schumpeter, Scienza e ideologia, in Economisti moderni, a cura di F. Caffè, Bari, Laterza, 1971. Sul tema della crisi della razionalità del capitalismo è sempre utile la panoramica offerta da J. Habermas, Theorie des kommunikativen Handelns, Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1981, tr. it., Teoria dell’agire comunicativo,  a cura di P. Rinaudo e G. E. Rusconi, Bologna, Il Mulino, 1986, voll. I e II. L’autore si confronta con il classici del Novecento: da Max Weber, a Durkheim, Parsons, Adorno.

[13] J. M. Keynes, Teoria generale, cit. p. 438. La citazione proposta però è tratta dalla stessa opera curata da A. Camplolongo, Torino, Utet, 1978, p. 554.

[14] T. Piketty, Capitale e ideologia, cit.

[15] T. Piketty, Capitale e ideologia, cit., pp. 13-16.

[16] G. Mazzini, Dei doveri dell’uomo, [1860]. In questa sede abbiamo fatto riferimento a G. Mazzini, Dei doveri dell’uomo. Fede e avvenire, a cura di P. Rossi, Milano, Mursia, 1972, p. 99.  Cfr. G. Mazzini, Cosmopolitismo e nazione. Scritti sulla democrazia, l’autodeterminazione dei popoli e le relazioni internazionali, a cura di S. Recchia e N. Urbinati, Roma, Elliot, 2011.

[17] Cfr. A. Aiazzi, Politica della restaurazione, Firenze, Editrice Politica Moderna, 1974, pp. 82-84. Si vedano anche la rivista «I Ciompi» dei primi anni Ottanta (dal n. 45 al n. 52) e la rivista «The Federalist. Euro-Atlantic Review for a Federalist Democracy» (nn. 1-8, pubblicata interamente in lingua inglese), dirette entrambe da A. Aiazzi.

[18] A. Aiazzi, Politica della restaurazione, cit. pp. 100 e 105. Cfr. S. Mattarelli, Atlantismo costruttivo di progresso, «I Ciompi», n. 49, pp. 7 ss.

[19] T. Piketty, Capitale e ideologia, cit., p. 721. Per una comparazione con i concetti espressi nel secolo scorso dalla cosiddetta “Scuola del federalismo istituzionale sovranazionale” cfr. A Green Paper for a new democracy, «The Federalist. Euro-Atlantic Review, cit.», n. 1, Juli 1981,  pp. 5 ss. Sullo stesso numero v. R. Cagiano, Principles of Federalism. N. Bobbio, Human Rights and Peace, «The Federalist. Euro-Atlantic Review, cit.», n. 3, June 1984, p. 17. S. Mattarelli, A Federalist Foundation: a revolutionary project, «The Federalist. Euro-Atlantic Review, cit.», n. 4, December 1984, pp. 6-7.

[20] A. de Tocqueville, Oeuvres complètes, Paris, Gallimard, 1951; Id., Democrazia in America, a cura di N. Matteucci, Torino, UTET, 1981. Su come l’autore francese affronta il tema della diseguaglianza cfr. G. Valera, Per una democrazia repubblicana: categorie storiografiche e proposta politica in Alexis de Tocqueville, in Fra libertà e democrazia. L’eredità di Tocqueville e J. S: Mill, a cura di D. Bolognesi e S. Mattarelli, Milano, FrancoAngeli, 2008. Cfr. The Collected Works of John Stuart Mill, Toronto, University of Toronto Press and London, Routledge & Kegan Paul, 1963-1991, a cura di J. M. Robson. Per quanto riguarda la “visione globale” di Carlo Cattaneo, cfr. C. Cattaneo, Scritti economici, a cura di A. Bertolino, Firenze, Le Monnier, 1956, soprattutto nei voll. I e III, saggi come: Porto franco di Singapore; Notizia sulla questione delle tariffe daziarie negli Stati Uniti d’America desunta da documenti ufficiali; Sulle interdizioni israelitiche. Quest’ultimo saggio, in particolare, ben si concilia con le letture di Piketty sui sistemi daziari.

[21] K. Marx, F. Engels, La concezione materialistica della storia, a cura di N. Merker, Roma, Editori Riuniti, 1986, pp. 76-79. Le citazioni riportate sono tratte da L’ideologia tedesca, 1845-46.

[22] G. Soros, The crisis of global capitalism, London, Little, Brown and Company, 1998, p. XXIX.

[23] A. Sen, Development as Freedom, New York, Anchor Books Editios, 1999, p. 240 ss. Su questi temi molti autori hanno riflettuto soprattutto verso la fine del secolo scorso: a titolo puramente indicativo cfr. N. Klein, No logo, Varese, Bandini & Castoldi, 2001; i numerosi scritti di Jeremy Rifkin tra cui: Economia all’idrogeno, Milano, Mondadori, 2002; L’era dell’accesso, Milano, Mondadori, 2000. Z. Baumann, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2011. Piketty, dal canto suo, aveva già chiarito come il tema della diseguaglianza avesse funto, in passato, da spartiacque fra le concezioni della destra e della sinistra economica, ripercorrendo il pensiero di studiosi quali: Vilfredo Pareto, Milton Friedman, Serge-Christophe Kolm, John Rawls e della scuola socialista. T. Piketty, L’économie des inégalités, Paris, La Découverte, 2008: “Dans le langage des économistes, cette opposition correspond à la distinction entre la redistribution pure et la redistribution efficace.” (p. 4).

[24] T. Piketty, Capitale e ideologia, cit., pp. 808 ss.

[25] J. M. Keynes, Teoria generale, cit., passim.  Keynes individua la criticità della teoria “classica” esaminando soprattutto il dibattito fra  Ricardo e Malthus. Per (opportuni) approfondimenti sulle opere cfr: D. Ricardo, On the Principles of Political Economy and Taxation, [ed. 1821] nella traduzione italiana, Sui principi dell’economia politica e della tassazione, Milano, Isedi, 1976; T. R. Malthus, Principles of Political Economy considered with a View to their Practical Application, [1819] tr. it., Principi di economia politica considerati in vista della loro applicazione pratica, a cura di P. Barucci, Milano, Isedi, 1972.

[26] Andrebbero in questa direzione, a titolo esemplificativo, i timidi tentativi rappresentati dalla cosiddetta Tobin tax, dal nome del principale proponente, l’economista J. Tobin, e, ancora, la proposta di una web tax, in ambito OCSE, sostenuta da M. Draghi il 24 marzo 2021 in un intervento al Senato italiano: http://www.governo.it/it/media/comunicazioni-parlamento-del-presidente-draghi-vista-del-consiglio-europeo-del-25-e-26-marzo. Cfr. K. Judd, Redistributive taxation in a simple perfect foresight model, «Journal of Public Economics», n. 28, 1985, pp. 59-83.  Sul tema delle accumulazioni dovute a processi ereditari cfr. P. Bourdieu, J.C. Passeron, Les Héritiers, Paris, Minuit, 1964.

[27] Cfr. P. Morigi, Capitale e ideologia. Viaggio alle origini delle disuguaglianze, «Il Senso della Repubblica», n. 11, novembre 2020. Sul tema delle neo-schiavitù, che in questa sede può solo essere accennato, si veda a titolo indicativo: T. Casadei, S. Mattarelli (a cura), Schiavitù, Milano, FrancoAngeli, 2009; G. Palmisano, Dagli schiavi ai migranti clandestini: la lotta al traffico di esseri umani in una prospettiva internazionalistica, «Ragion pratica», n. 35, dicembre 2010, pp. 469, ss. L’intero numero della rivista è dedicato allo studio delle schiavitù. T. Casadei, Il rovescio dei diritti umani. Razza discriminazione, schiavitù, Roma, Derive Approdi, 2016.

[28] Su quest’ultimo concetto cfr. G. della Volpe, La libertà comunista. Sulla dialettica, Roma, Samonà e Savelli, 1972. Il rilievo sul tema della contraddizione derivante dalla convivenza di una visione “nomologica” e di una “antropologica” nella teoria marxiana è invece nostro.

[29] Cfr. V. I. Lenin, Stato e rivoluzione. Il marxismo nello stato, Roma, Editori Riuniti, 1976. In questa opera, v. p. 91,  viene comunque posto in evidenza che la democrazia resta appannaggio di un’infima minoranza. “(…) Democrazia per i ricchi: questo è il sistema democratico della società capitalistica.”  La contraddizione tra dimensione statale e mondiale dell’economia non appare invece compiutamente risolta, specie a fronte della teorizzazione di un comunismo di stato (URSS), ma neppure di fronte a un’analisi sulla natura ontologica dell’essere sociale. Cfr. G. Lukács, Zur Ontologie des gesellschaftlichen Seins, in questa sede si fa riferimento all’edizione a cura di A. Scarponi, Ontologia dell’essere sociale, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 360, ss.

[30] M. Hardt, A. Negri, Empire, Paris, Exils Éditeur, 2000, p. 97. Gli stessi autori hanno poi approfondito queste tematiche attraverso un’ampia disamina socio-filosofica. Id., Moltitudine, Milano, Rizzoli, 2004; Id., Comune. Oltre il privato e il pubblico, Milano, Rizzoli, 2010.

[31] T. Piketty, Capitale e ideologia, cit., pp. 944-945.

[32] Ibid., p. 1111. Cfr. A.B. Atkinson, Disuguaglianza, Milano, Raffaello Cortina, 2016; A. Alesina, E. Glaeser, Un mondo di differenza. Combattere la povertà negli Stati Uniti e in Europa, Roma-Bari, Laterza, 2005; M. Ferrera, M. Leonardi, Riflessione per un’Unione sociale europea, «Il Pensiero Mazziniano», n. 2 maggio-agosto 2020, pp. 116 ss.

[33] Su questi temi, oltre alle considerazioni svolte nelle pagine precedenti, è utile riprendere le riflessioni di J. E. Stiglitz, La grande désillusion, Paris, Fayard, 2002. La scelta dell’edizione francese, tradotta da P. Chemla, è dovuta a una Postface inédite, incentrata proprio sulle tematiche che si esaminano in questa sede e, soprattutto, sulla necessità di creare istituzioni pubbliche internazionali trasparenti ed efficienti. Stiglitz si sofferma sul ruolo dei cosiddetti paradisi fiscali nella copertura della gigantesca evasione fiscale in atto nei paesi più sviluppati, fino alla piaga della “biopirateria” (p. 385): “Les firmes pharmaceutiques internationales font breveter des remèdes traditionnels. Ce faisant, elles ne cherchent pas seulement à gagner de l’argent avec des «ressources» et des savoirs qui appartiennent en toute justice aux pays en développement. Elles essaient aussi d’étrangler des entreprises de ces pays qui fournissent ces médicaments traditionnels.”

[34] S. Mattarelli, L’Epifania americana dopo la marcia su Washington, «Il Senso della Repubblica», n.1, gennaio 2021. Nello stesso numero della rivista: J. P. Leech, Brexit: il vento del cambiamento.

[35] Cfr. D. De Masi, Il lavoro nel XXI secolo, Torino, Einaudi, 2018; Id., Smart working. La rivoluzione del lavoro intelligente, Venezia, Marsilio, 2020; P. Dibie, Ethnologie du bureau, Paris, Éditions Métailié, 2020. Per una applicazione delle innovazioni e dello smart working nelle pubbliche amministrazioni v. P. Morigi, F. Forti, Lo smart working nelle P.A. e il P.O.L.A., Rimini, Maggioli Editore, 2020.

[36] Su questi temi cfr. I. Ferreras, J. Battilana, D. Méda, Le manifeste travail. Démocratiser. Démarchandiser. Dépolluer, Paris, Seuil, 2020; S. Hessel, Indignatevi!, Torino, add editore, 2011.

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