Una Nota aggiuntiva per il 2022?

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Una Nota aggiuntiva per il 2022?

In un articolo apparso sul “Sole 24 ore” del 1 dicembre scorso, Mario Baldassarri fa notare che il prossimo maggio 2022 ricorreranno i sessant’anni della Nota Aggiuntiva di Ugo La Malfa. Un documento che tendeva a regolarizzare la crescita, rendendola socialmente e territorialmente sostenibile, attraverso una programmazione di medio-lungo termine capace di affrontare problemi strutturali quali il divario tra Nord e Sud, la crescita della incidenza della spesa corrente rispetto alle spese per investimenti. Apparivano impellenti, nel contempo, riforme su scuola e sanità, mentre la lotta all’evasione fiscale doveva costituire la base di una politica che ambisse a puntare sulla piena occupazione.

La storia ha dimostrato quanto fosse solo e inascoltato La Malfa in quella battaglia. La “politica dei redditi”, elaborata con Aldo Moro, tesa a ottenere un vasto consenso,  presupponeva il coinvolgimento dei partiti di maggioranza e opposizione, dei sindacati, dei rappresentanti del mondo imprenditoriale. Quello proposta, di fatto, fu ascoltata solo da pochi intellettuali, come Federico Caffè e altri professori di alcune università, da qualche sindacalista. Citiamo Ezio Tarantelli, caduto come Moro sotto i colpi delle Brigate Rosse anche perché aveva cercato di indirizzare la CISL verso i contenuti prospettici della politica dei redditi. Ma è bene ricordare anche l’attacco subito nel 1977 da Luciano Lama, segretario della CGIL. Carlo Azeglio Ciampi fu forse il più fiero erede e interprete di questa visione, ma dagli anni Novanta in avanti nessuna forza politica ha ritenuto di prendere in considerazione questa ipotesi.

Oggi, si dice, potrebbe farlo Mario Draghi, ma con uno scenario che vedrà un Pil pro-capite fermo ai valori di venti anni fa, una disoccupazione che si attesta attorno al 10% (contro il 4% dei primi anni Sessanta) e, soprattutto, un debito pubblico di oltre i 2.800 miliardi di euro (150% sopra al Pil). Debito, peraltro, “cattivo”, derivante da spesa corrente,  dato che nell’ultimo decennio l’unica voce di spesa veramente “tagliata” è quella degli investimenti pubblici.

“Nel 2022 quindi  -Riprendendo Baldassarri – ritorneremo al Pil pro-capite del 2000, ma mentre nel 2000 stavamo “sopra” la media europea del 20% e sopra la media dei Paesi euro del 3%, nel 2022 saremo “sotto” la media Ue del 7% e “sotto” quella dell’area euro del 15 per cento. Per di più avremo sulle spalle un bilancio pubblico che grava su cittadini e imprese con quasi 900 miliardi di euro di entrate (46,8% del Pil), eroga spesa pubblica per 980 miliardi (51% del Pil) dovuta per 50 miliardi a investimenti (2,5% del Pil) e per circa 930 miliardi a spese correnti e trasferimenti (48,5% del Pil).”

Certo, a differenza dei primi anni Sessanta, oggi possiamo contare sul Next generation Eu (Ngeu) (oltre 210 miliardi di euro), in parte a fondo perduto, ma a condizione di mantenere i patti e i tempi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) e con la prospettiva che fra un paio di anni la nostra crescita torni poco sopra l’1%, rendendo arduo il recupero del reddito medio della Ue. “Non sarebbe un terremoto – prosegue Baldassarri – come lo è stata la crisi da Covid, sarebbe un lento bradisismo come abbiamo avuto nel ventennio perduto appena trascorso.”

 

Da qui il richiamo nostalgico a Ugo La Malfa e alla sua Nota aggiuntiva.

Tradotto in termini odierni si tratterebbe di riproporre urgentemente, seppur con un ritardo di oltre mezzo secolo, le riforme strutturali, con in testa quella che il governatore Visco ha definito lapidariamente come “ristrutturazione del bilancio pubblico dal lato delle entrate e dal lato delle spese”.

Perno fondamentale di questo processo sarebbe la riforma fiscale che, non può ovviamente essere eseguita con i fondi europei, né può essere prodotta con deficit e debito. Occorrerebbe muovere almeno il 3% di Pil di risorse (50-60 miliardi di euro) cercando le coperture nella eliminazione di molti sprechi, malversazioni della spesa e, soprattutto, attraverso una concreta lotta all’evasione fiscale.

Corollario, o prerequisito, di questo passaggio: una maggioranza (a conduzione Draghi?) vasta e stabile capace di affrontare questi ineludibili nodi. Siamo, peraltro, in un tempo in cui ricomincia a far capolino l’inflazione: una terribile “tassa sui poveri” come ricordava Einaudi, oltre che subdolo veicolo per incrementare il debito pubblico. Una metà abbondante delle forze politiche propende per la riduzione drastica degli scaglioni delle aliquote fiscali (altra tassa occulta sui poveri), per tacere della volontà di affrontare realmente il problema dell’evasione fiscale. Il tentativo e il richiamo alla Nota aggiuntiva è nobile. Il pessimismo sull’esito è un dovere.

 

Sauro Mattarelli

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