Popper, Russell e il tacchino induttivista

 

 

“Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell’allevamento dove era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così, arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni le più disparate. Finché la sua coscienza induttivista fu soddisfatta ed elaborò un’inferenza induttiva come questa: «Mi danno il cibo alle 9 del mattino». Purtroppo, però, questa previsione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando invece di venir nutrito, fu sgozzato” [B. Russell, “I problemi della filosofia”, Feltrinelli, Milano 1988, p. 75].

Questo breve apologo di Bertrand Russell1, acuminato come di consueto2, illustra in modo chiaro un problema filosofico – epistemologico, per la precisione – cui il collega austriaco Karl Popperdedicò molta attenzione: quello del procedimento induttivo adoperato per generare conoscenza4.

Il metodo induttivo, la cui incapacità di produrre teorie generali lo stesso Popper si incaricò di dimostrare, si articola in due categorie, quella dell’induzione ripetitiva (o per enumerazione) e quella dell’induzione per eliminazione5.

La prima, messa in pratica dal povero tacchino, ritiene di poter giungere all’elaborazione di teorie universali attraverso l’osservazione di un certo numero di casi particolari. Se vedo cento cigni e tutti e cento sono bianchi, in altre parole, potrò con buona ragione sostenere che “tutti” i cigni siano bianchi. La mia asserzione (che i cigni siano bianchi) deriva dall’osservazione empirica di molti cigni particolari. Ed è questa esperienza ripetuta che mi permette di inferire la regola generale: tutti i cigni sono bianchi.

La seconda forma di induzione, quella per eliminazione, è più complessa. Il procedimento consiste, in via di estrema sintesi, nell’eliminazione di tutte le teorie false per dimostrare la verità di quella superstite6.

La critica di Popper coinvolge entrambi i metodi. Per quanto riguarda l’induzione per enumerazione, il caso del povero tacchino può bastare da solo a spiegarne l’insufficienza. Benché il cibo gli sia stato portato regolarmente alle 9 del mattino, anche per molti giorni di seguito, questa constatazione da sola non potrà mai bastare ad arguire che avverrà lo stesso anche il giorno successivo.

A proposito della seconda, Popper sostiene che l’errore dei suoi formulatori consista nel ritenere che il numero delle teorie alternative sia finito, per cui si può agire, per così dire, “a ritroso”, procedendo all’eliminazione di tutte quelle che non possono essere verificate e così rintracciare, per esclusione, quella giusta. “Non si rendevano conto”, dice Popper, “del fatto che il numero delle teorie rivali è sempre infinito, anche se, di regola, in ogni particolare momento ne abbiamo a disposizione solo un numero finito”7. Essendo infinito il numero delle ipotesi alternative che possono essere formulate per giustificare un certo fenomeno osservato, detto altrimenti, non si può giungere ad alcuna conoscenza certa grazie all’eliminazione di quelle note: se ne potrebbero formulare altre, in futuro, capaci di spiegare il fenomeno meglio di quella attualmente più accreditata.

La ricerca scientifica in realtà, conclude Popper, non può progredire dai nudi fatti. Per prendere le mosse, essa abbisogna viceversa di un’attività umana, dell’elaborazione di “congetture”, ipotesi formulate dall’uomo dalle quali si possano ricavare delle teorie da sottoporre, ma solo in questo secondo momento, al responso dell’esperienza.

E’ il metodo, divenuto ormai celebre, delle “congetture e confutazioni”. Esso si fonda sulla convinzione, solida in Popper, che la mente umana non sia una “tabula rasa”, non si ponga cioè in una posizione di neutralità di fronte ai fenomeni osservati. Al contrario, essa somiglierebbe più a un faro, in grado di illuminarli con la luce delle ipotesi che custodisce e che possono essere attivate indipendentemente dalla stessa osservazione. Sono proprio queste aspettative, questi a-priori inscritti nella nostra mente, a costituire il punto di partenza del ragionamento scientifico. Un ragionamento che procede non per accumulazione di dati, bensì per prove ed errori.

“Ciò che potremmo chiamare il metodo delle scienze”, spiega Popper, “consiste nell’imparare dai propri errori in modo sistematico: in primo luogo, correndo dei rischi, osando commettere errori – ossia, proponendo nuove audaci teorie; e, in secondo luogo, cercando sistematicamente gli errori compiuti”8.

Audaci teorie, errori, critica. Il lascito del grande filosofo austriaco, la sfida che egli lancia alle generazioni future, non è di poco conto.

 

Filippo Innocenti, 5 giugno 2019. Pubblicato su Il Sestante il 21 marzo 2019

 

  1. Bertrand Russell (1872-1970), matematico, filosofo, saggista e attivista politico gallese. Cfr. Wikipedia, voce “Bertrand Russell“.
  2. Si noti, fra l’altro, che Russell usa per impersonare i suoi avversarî induttivisti un tacchino, animale tradizionalmente ritenuto fra i meno intelligenti in natura.
  3. Karl Raimund Popper (1902-1994), filosofo ed epistemologo austriaco naturalizzato britannico. Cfr. Wikipedia, voce “Karl Popper“.
  4. Lo stesso Popper definisce il procedimento induttivo così: “Si è soliti dire che un’inferenza è induttiva quando procede da asserzioni singolari (qualche volta chiamate anche ‘asserzioni particolari’), quali resoconti dei risultati di osservazioni o di esperimenti, ad asserzioni universali, quali ipotesi o teorie” [K. R. Popper, “Logica della scoperta scientifica”, Einaudi, Torino 1970, pag. 5].
  5. Cfr. G. Fornero – S. Tassinari, “Le filosofie del Novecento”, Bruno Mondadori, Torino 2002, vol. 2, pag. 1068.
  6. Per un’illustrazione più chiara e diffusa del metodo si veda lo schema riportato sul sito del filosofo Paolo Vidali alla voce, Induzione per eliminazione.
  7.  K. R. Popper, “Il mito della cornice”, Il Mulino, Bologna 1995, pag. 143, citato in Fornero – Tassinari, “Le filosofie del Novecento”, cit. pag. 1069.
  8. Ibid., pag. 128.

Nella figura: Illustrazione tratta dal volume Scènes de la vie privée et publique des animaux, a cura di Pierre-Jules Hetzel, pubblicato a Parigi fra il 1840 e il 1842.